Il viaggio di Rosario da Napoli a Valencia: «Così ho esportato la pizza nella casa della paella»

di Marilù Musto

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«Ho lavorato per anni in Italia e non ho mai ottenuto un contratto. A Valencia ho una mia attività e a soli 29 anni sono un imprenditore che ha esportato la pizza in Spagna, ora punto a farne un piatto tipico come la paella. No, non tornerò mai più a Napoli, mai più in Italia». È categorico Rosario, originario di Sarno vissuto a Napoli, ora giovane imprenditore di Valencia, in Spagna. Testa dura, Rosario. Otto anni fa, con la qualifica di tecnico dei servizi turistici in tasca (diploma conseguito a Prato) e una marea di tirocini nel curriculum, ha fatto la valigia ed è fuggito dal Mezzogiorno perché in Italia non lo pagavano per il lavoro svolto. O, al massimo, parlavano di «opportunità di fare esperienza» quando lo assumevano. In nero, ovviamente. Dopo anni di gavetta, adesso ha una pizzeria nel cuore di Plaza del mercado, a un passo dalla cattedrale dove sarebbe custodito il Santo Graal. La pizzeria si chiama “Como pizza y nada mas”, sulla parete campeggia un mega poster di Pino Daniele. Accanto, un accenno del tricolore italiano. Rosario ha scelto la terza città della Spagna - dopo Madrid e Barcellona - sulla costa sud-orientale della Spagna perché gli ricorda Napoli.
 

Ma allora perché non torni in Italia?
«No, lo escludo. A Valencia non c’è criminalità e le tasse da pagare sono la metà. Posso dire la stessa cosa di Napoli? Non credo. E poi non c’è speranza per noi nel Sud Italia, almeno se non cambiano le cose, la politica. Certo, questa città spagnola mi ricorda Napoli, è vicina al mare e c’è sempre il sole. Insomma, ha un clima Mediterraneo».

Sembra l’inferno descritta così. Tutti ricordi brutti del Sud?
«Amo il Sud, ma non hai niente di assicurato per un futuro, qui in Spagna appena inizi la tua attività vieni remunerato. Ti pagano, ecco. Dalle nostri parti, in Italia, non è così: inizi un lavoro e poi chissà se ti pagheranno alla fine del mese».
 
Quando sei andato via? In che periodo?
«Avevo 21 anni quando sono arrivato qui, ormai sono quasi otto anni».

Quanti clienti al giorno fanno tappa nella tua pizzeria?
«Una media di trecento o quattrocento clienti al giorno. Nel periodo di maggiore affluenza arrivo anche a mille clienti al giorno. Calcolando un risparmio sulle tasse c’è un guadagno superiore, posso permettermi di tenere molti più dipendenti, tutti assicurati e soprattutto tutti italiani, in maggioranza napoletani che hanno scelto di seguirmi. C’è un ragazzo dei Quartieri Spagnoli, un altro di corso Umberto I. Insomma, mi sono portato Napoli con me».

Non ti manca Napoli?
«No. Mi manca la famiglia, ma la società no, per niente. Molte volte ho pensato di tornare ma mi sono sempre ricreduto dopo brevi vacanze in Italia. Io sto bene qui, perché devo tornare in Italia? E pensare che in Spagna c’è una realtà completamente diversa dall’Italia. Valencia ha quasi le stesse caratteristiche di Napoli, ma è completamente organizzata e pulita. Ed è distante solo due ore e mezzo di aereo. Inoltre qui c’è zero criminalità, senza parlare delle tasse dimezzate».
 
Se dovessi dire almeno due ragioni che ti hanno spinto ad abbandonare la tua terra?
«Napoli era diventata una città troppo confusa, non c’era futuro per noi giovani. lo Stato italiano non ti permette di poter aprire un’attività. Non dico di mantenerla, in Italia non si riesce neanche ad aprire bottega. All’estero hai un beneficio, in Italia difficilmente riesci a farlo perché parti già con i debiti e le tasse da dare allo Stato. Poi, se tutto va bene, riesci pure a guadagnare. All’estero è tutto un altro mondo: in una settimana hai già la licenza in tasca».

Quindi, addio Italia?
«Non torno. Ciao!»
Sabato 17 Agosto 2019, 19:00 - Ultimo aggiornamento: 17-08-2019 19:13
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