Ferragni e gli influencer, il business della beneficenza può valere fino a 80 miliardi. I casi da Mariotti a Giulia De Lellis. «Serve un'Authority»

di Giacomo Andreoli, Lorena Loiacono e Alessandro Rosi
Mercoledì 10 Gennaio 2024, 00:12 - Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio, 07:20 | 1 Minuto di Lettura

GLI ALTRI CASI

«Servono più regole - gli fa eco Aristide Police, professore di Diritto amministrativo alla Luiss - sia per chi fa l’influencer, sia per le imprese che vendono i prodotti: la pubblicità è l’anima del commercio, ma normare vuol dire ridurre i rischi. Dobbiamo tutelare soprattutto i più deboli e i più giovani, che più facilmente possono essere sollecitati al consumo dagli influencer. Moltiplicare le authorithy non credo sia la soluzione, ma aumentare i poteri delle esistenti in un quadro di regole europee chiare e omogenee sì».
Quello di Ferragni, d’altronde, è solo l’ultimo dei casi sull’attività degli influencer che hanno fatto discutere nel mondo. La condanna per la modella australiana Belle Gibson è arrivata nel 2017: una multa da 410mila dollari. Si era inventata di essere malata di un tumore e aveva raccolto circa 500mila dollari. Ma dei 300mila promessi a una fondazione non-profit, ne aveva versati 7mila. Sempre in Australia Matteo Mariotti, 20enne di Parma, lo scorso dicembre è stato attaccato da uno squalo nel Queensland e gli è stata amputata una gamba.

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