Da Marte agli esopianeti, l'astrofisico Amedeo Balbi: «I limiti dell'uomo per conquistare lo spazio infinito»

Da Marte agli esopianeti, l'astrofisico Amedeo Balbi: «I limiti dell'uomo per conquistare lo spazio infinito»
di Paolo Ricci Bitti

Amedeo Balbi, 47 anni, romano, scienziato e docente di astronomia e astrofisica all’Università di Tor Vergata, saggista, scrittore e divulgatore. Fa parte dell’International Astronomical Union e il suo ultimo libro è “Dove sono tutti quanti?”. Nell’ultima edizione di Bergamo Scienza ha tenuto una relazione sui limiti della Cosmologia.

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Siamo esseri pieni di limiti e colmi di ignoranza. Ed è questo che ci permetterà di andare presto su Marte e di scoprire, un po' più in là nei secoli, se esistono altri pianeti davvero abitati o abitabili almeno in questa zona periferica della galassia - la Via Lattea - in cui è capitata l'astronave Terra con il suo giovanissimo equipaggio umano.

«Il tentativo di individuare limiti nelle nostre conoscenze per cercare poi di oltrepassarli è alla base della scienza e del suo progredire. Da sempre, con un capitolo importante che va comunque assegnato a Galileo Galilei», racconta Amedeo Balbi, 47 anni, romano, astrofisico all'Università di Tor Vergata, saggista, scrittore, divulgatore rigoroso e altrettanto contagioso di temi quali la materia oscura e la ricerca della vita nel cosmo.

Persino l'ultra-arciprecisa Samantha Cristoforetti ha chiesto a lui di mettere il visto si stampi sui passaggi scientifici della sua biografia Diario di un'apprendista astronauta.
«La storia della scienza riprende lo studioso, di recente relatore a Bergamo Scienza sui limiti della comprensione del cosmo ci mostra con costanza che in ogni campo, via via che raffiniamo le nostre conoscenze, si allargano di conseguenza voragini di ignoranza in ambiti di cui magari non sapevano nemmeno l'esistenza, con i confini del noto che quindi tendono sempre ad espandersi».

Resta dolce naufragare in questo infinito oppure può risultare disorientante, se non avvilente?
«Avvilente? E' il contrario. Per quanto puntino alla distopia molte visioni del futuro, ché la paura è un'emozione assai potente e anche redditizia, la scienza si alimenta di questa inesauribile tensione verso l'ignoto. Il fascino dell'esplorazione dei percorsi che portano a nuove conoscenze è innato nell'uomo, ne è ragione dell'esistenza. La scienza è insomma rafforzata dalla consapevolezza dei propri limiti: la sua provvisorietà è meravigliosa. Non si deve chiedere alla scienza di spiegare tutto, ma di dichiarare onestamente ciò che è al momento conosciuto rispetto a ciò che non lo è, in attesa del passaggio a nuove conoscenze».

Nell'esplorazione del cosmo tengono adesso banco la scoperta di presunta acqua liquida su Marte, possibile culla di esseri viventi, e di sempre più numerosi esopianeti, mondi sui quali la vita potrebbe essere presente.
«Il tema degli esopianeti è fra i più affascinanti. Se ne è speculato per secoli, ma non c'erano prove. Poi giusto ieri, ventitré anni fa, è stato scoperto il primo pianeta orbitante attorno a una stella e ora il loro numero è in costante ed impetuosa crescita. Ed ecco che una scoperta, invece di essere un punto di arrivo, spalanca la porta a mille nuovi interrogativi per gli scienziati ben prima ancora della risoluzione del problema di come eventualmente raggiungerli. Il fatto è, semplicemente, che ci sono chissà quante cose che non sappiamo di non sapere: figuriamoci che attualmente, sempre a proposito di limiti, possiamo dire solo del 4 o 5 per cento della composizione dell'Universo».



Quali interrogativi innescano gli esopianeti?
«Intanto, questi pianeti hanno un'atmosfera? Da che cosa è costituita? Ci sono similitudini con i pianeti del Sistema solare? E poi c'è la domanda delle domande che l'uomo si pone da quando ha alzato lo sguardo sotto il cielo stellato: sono in grado, questi mondi lontani anni luce di ospitare la vita, almeno nella forme che noi conosciamo?».

Vita come potrebbe essercene nell'acqua liquida nel lago sotto il polo Sud di Marte?
«Sì, quando la Nasa inviò le due sonde Viking dal 1975 su Marte erano già previsti esperimenti per la ricerca di tracce di vita, ma all'epoca non si sapeva che il Pianeta rosso tre miliardi di anni fa avesse ospitato imponenti quantità d'acqua liquida anche in superficie grazie a un clima mite. E non si conosceva neppure la sua atmosfera. Uno scenario completamente differente dallo sterile panorama che adesso ci è persino familiare grazie alle immagini scattate dai rover e dagli orbiter. E infatti le missioni attuali o imminenti, tipo Exomars nel 2020, puntano a investigare su eventuali tracce di di vita in maniera completamente diversa. Si ripete ancora il gioco tra quello che capiamo e quello che dovremo capire».

Per di più proprio il tema degli esopianeti richiede un approccio multidisciplinare.
«È una sfida che occupa molti dei miei studi e in cui credo tantissimo: astrofisici a fianco di biologi, planetologi, geologi, chimici. Solo unendo le loro conoscenze, che sono sempre più approfondite e non più patrimonio possibile di un singolo individuo, si può far avanzare la scienza. Ci sono anche da superare problemi di linguaggio delle varie discipline, ma questa è l'unica strada».

Gli astronauti sono già un notevole esempio di capacità multidisciplinari?
«Già, potremmo quasi definirli uomini rinascimentali, in grado di muoversi in più campi della conoscenza, capaci di fare mediamente bene tante cose appunto in una riscoperta del grande valore della medietà in una società che sembrava invece avanzare solo grazie all'iperspecializzazione. Del resto penso all'equipaggio dell'Uss Enterprise di Star Trek, la serie tv che da ragazzo mi ha assai appassionato: un gruppo multisciplinare, multietnico e persino multispecie con elementi che noi definiremmo alieni».

Tutti insieme, alieni a parte, come sulla Stazione spaziale internazionale, dove non ci sono i muri che qualcuno sta ricostruendo sulla Terra.
«Sì, un bell'esempio di convivenza che comporta anche una visione più serena del futuro, utile per raggiungere nuovi traguardi e anche per affrontare i tempi attuali più cupi, mi viene quasi da dire tribali. E' che poi, in realtà, l'unità di intenti per l'umanità-equipaggio della Terra è l'unica via percorribile: altre non ve ne sono».

Senza temere, nel frattempo, le macchine dotate di intelligenza artificiale che l'uomo sta sempre più migliorando?
«No, non credo. Soprattutto nella Silicon Valley se ne parla tantissimo, c'è anche chi ipotizza che sarà una macchina terrestre a contattare o a essere contattata da una macchina aliena. Seguo il dibattito, ma sono scettico: un computer potrà essere imbattibile a scacchi, ma credo non cucinerà mai un decente piatto di spaghetti».

Lunedì 10 Dicembre 2018, 12:55 - Ultimo aggiornamento: 10-12-2018 19:36
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