Luca Parmitano: «Di nuovo nello spazio alla ricerca di un vocabolario per condividere le emozioni con i "terrestri"»

Luca Parmitano
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di Paolo Ricci Bitti

“Dove le ho messe? Dove le ho messe?” si domanda l'astronauta Luca Parmitano mentre fluttuando setaccia ogni angolo della stazione spaziale internazionale. In quei locali angusti sembra strano non riuscire più a trovare qualcosa, soprattutto per un veterano come lui – 166 giorni in orbita - che sa che è il soffitto il primo posto in cui cercare in quel camper sottosopra che è l'Iss, fra utensili sfuggiti di mano e briciole di cibo.

Il fatto è che Parmitano sta cercando qualcosa che ancora non esiste e che per chissà quanto tempo ancora non sarà definito con linearità: cerca le parole, AstroLuca, per descrivere scenari che fino a oggi hanno lasciato senza parole solo 556 viaggiatori nello spazio come lui; 24 quelli che hanno raggiunto la Luna; 12 coloro che ci hanno lasciato impronte. Come raccontare la prima vista della Terra dall'orbita lunare, come capitò 50 anni fa a William Anders, Apollo 8, che scattò la commovente foto della Terra Crescente (Earthrise) che sorgeva da dietro la Luna? Non era mai accaduto ad alcun uomo.

Come descrivere, da quella prospettiva, le nubi nottilucenti della Mesosfera, le prime meraviglie che nel 2013 ammutolirono l'allora novellino dell’Agenzia spaziale europea e Agenzia spaziale italiana che dalla cupola dell’Iss restò abbagliato dai riflessi delle formazioni di cristalli di ghiaccio sciabolate dai raggi del Sole mentre sfrecciano a 300km orari a 80 km d'altezza?

Uh, che cruccio per noi umani restare interdetti nell’ascoltare quel memorabile “ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser”.
 
 


“Semplicemente – dice Parmitano, primo italiano ad effettuare una passeggiata spaziale e primo comandante di missione – non abbiamo ancora un dizionario con sufficienti forme verbali per descrivere questi scenari. E sono ancora meno le possibilità di esprimere le nostre sensazioni di fronte a ciò che viviamo durante le missioni. In 57 anni (da Gagarin in poi, ndr) non abbiamo ancora sviluppato termini e costrutti verbali adatti alla novità dell'uomo nello spazio. Non è questione di lingue (Parmitano ne parla cinque, ricorda anche National Geographic, ndr), ma di pensare in termini di voli spaziali, di vita nelle stazioni in orbita, di conservare le nostre radici di terrestri mentre affrontiamo qualcosa che terrestre non è”.

La mancanza di queste introvabili parole non è questione da poco: l’evoluzione del genere umano ha da sempre bisogno del raccontare, della trasmissione di nozioni e sensazioni, dell’educazione: il successo stesso del “lavoro” di questi primi 558 astronauti e dei prossimi (per l’Italia dopo Parmitano sarà di nuovo il turno di Samantha Cristoforetti) si basa anche sulla condivisione delle esperienze.

E poi l’anno prossimo proprio il siciliano esplorerà altre frontiere linguistico-semantiche: dovrà dialogare con il robot Cimon dell’Esa (progetto di Airbus e Ibm) dotato di intelligenza artificiale. Una palla fluttuante di 5 chilogrammi con viso digitale studiato per riconoscere e dare un significato anche al tono della voce degli astronauti e alle espressioni dei loro volti.

Con Hal in "2001 Odissea nello spazio" non andò benissimo. “Tranquilli, Cimon non si monterà la testa – risponde Parmitano – Lui aiuterà noi fare test ed esperimenti complicati e anche noiosi, mentre noi umani aiuteremo lui a diventare sempre più utile. Pensate a quante cose vanno fatte ad esempio navigando per tanti mesi verso Marte: un aiuto robotico-intelligente sarà essenziale. Ho un enorme curiosità per il rapporto non solo verbale che sarà via via messo a punto con questo robot: un conto è vederlo nei film o nei test a a terra, un conto in fase operativa. Bisognerà fidarsi a vicenda”.

Una missione nella missione, quella della condivisione delle esperienze ora anche con i robot, divenuta ancora più pressante con il diffondersi dei social (in cui AstroLuca “spacca” con 564mila follower su Twitter) che ci tengono in contatto costante con gli astronauti. Il racconto delle loro gesta, diffuso in maniera così capillare e non più riservato solo alla comunità scientifica, ispira le nuove generazioni e offre un primo compenso per scienziati e imprenditori industriali per i forti investimenti effettuati.

E, alla vigilia delle prime avvisaglie di turismo spaziale, ci stupisce, ci fa sognare, ci mette in grado almeno un po' di immaginare di essere al loro fianco. Ci fa persino rabbrividire, perché Parmitano nel 2013 è stato il primo uomo che nello spazio ha persino rischiato di morire annegato per un guasto al sistema refrigerante della tuta che causò l’allagamento del casco durante una passeggiata all’esterno dell’Iss: “Sono sano come un pesce” twittò una volta superato l’enorme pericolo con il suo già sperimentato sangue freddo*.

Ma insomma, come si racconta “un annegamento nello spazio”? Potete intanto vedere il docufilm “Eva 23” della Nasa che giovedì sarà in “prima visione” all’Agenzia spaziale italiana a Tor Vergata o leggere “Volare”, il bestseller di Parmitano ora ampliato e rieditato da Rai Eri. Sono il modo migliore in attesa della presentazione della sua seconda missione che avverrà il 27 settembre a Frascati nella sede dell’Agenzia spaziale europea, in festa per i 50 anni di attività.

Il catanese, 42 anni, già navigatore (è anche tenente colonnello pilota collaudatore dell'Aeronautica militare) e “santo” (non si contano le sue onorificenze), più volte si è rammaricato di non essere anche un poeta mentre condivide emozioni con uno scienziato, con un primo ministro, con un pontefice o un presidente della Repubblica o con gli alunni di una scuola elementare. O con la moglie Kathy e le figlie Sara e Maia di 12 e 9 anni.

Parmitano, in realtà, è fenomenale nel cambiare all'impronta registro in base agli interlocutori, catturati dalla passione con cui invia foto e racconti dallo spazio. E' un tipo che non teme di far vedere il suo entusiasmo bambino e contagioso. E buone letture, non solo di fantascienza. Ama Leopardi, perché fin da piccolo ha avviato una personale ricerca dell'infinito. “Quello è il mio pianeta, così magnifico, così fragile” ha scritto alle figlie durante la prima missione.

Un mondo senza confini, perché da lassù cambia la percezione che si ha dell'umanità, vissuta finalmente come un'unica entità come l'equipaggio multinazionale della stazione spaziale, mentre al tempo stesso non si vede alcuna traccia dell'uomo che invece pensa di essersi consegnato all'eternità con muraglie, piramidi o grattacieli alti un chilometro. 

Macché, il plurimillenario arrabattarsi degli uomini non ha prodotto sulla Terra un segno visibile dalla spazio nonostante l’Iss viaggi ad appena 400 km di altezza, come da Roma a Bologna. Così agli astronauti, che su questo nuovo dizionario in allestimento non cercheranno mai il vocabolo "straniero",  tocca anche il compito di discutere di confini che non si vedono, di passare dalla geopolitica alla… spaziopolitica. Ecco, manca la parola.

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* Nel 2005 l’allora capitano Parmitano decise di rischiare la propria vita per non metterne in pericolo altre riuscendo a riportare a terra il proprio Amx nonostante l’impatto con una cicogna sul Canale della Manica. Il jet aveva riportato danni pesantissimi al tettuccio, ai sistemi di comando e alla radio, ma il pilota, che avrebbe potuto facilmente lanciarsi con il seggiolino eiettabile, manovrò con abilità e, nonostante la scarsa visibilità e la precarietà dei comandi, portò a termine l’atterraggio impedendo che l’aereo, una volta abbandonato, precipitasse su un centro abitato. Una dimostrazione di coraggio e capacità che gli valse la medaglia d’argento al valore militare.
 




















 
Martedì 25 Settembre 2018, 12:41 - Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 17:07
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