I valori del femminismo che le millennials ignorano

di Titti Marrone

Per le giovani figlie o nipoti di quelle in campo nelle battaglie delle donne degli anni Settanta - le femministe sembrano rappresentare un modello da cui fuggire a gambe levate. Brutte, sporche e cattive, sempre rabbiose con l'altro sesso e con il mondo intero, prive non solo di sex appeal ma anche di un minimo di femminilità: allora quale ragazza del terzo millennio vorrebbe riconoscersi in quella definizione, o sfilare in obsoleti cortei al loro fianco?
Da una simile constatazione è partita la giornalista, filmaker e saggista Paola Columba, autrice di un documentario, «Femminismo», che ha fotografato l'assoluta distanza delle giovani donne dalle battaglie delle generazioni precedenti. Lì la sua convinzione di partenza è stata suffragata da incontri con una miriade di ragazze della youtube generation, in maggioranza convinte, come la diciassettenne Giada, che «il femminismo è come il maschilismo, è la supremazia della donna sull'uomo». Ora le testimonianze raccolte per quel filmato, incrociate con le voci di alcune femministe storiche, sono proposte nel libro Il femminismo è superato (Falso!) appena uscito da Laterza. E costituiscono un prezioso materiale su cui riflettere, per capire che cosa non abbia funzionato nella trasmissione di esperienze tra generazioni di donne.

Perché le millennials, per lo più, non sembrano avere intenzione di raccogliere le consegne provenienti dalle femministe degli anni Settanta? Perché essere definite «femministe» per loro suona spesso come un insulto? Come mai i contenuti proposti dalle femministe, e non solo i loro codici espressivi, non risultano più efficaci? Perché appaiono lontani dal loro vissuto e non incrociano più il loro sentire? Al distacco delle millennials dalle esperienze femministe non sono probabilmente estranei due elementi: il disincanto generale verso la politica ideologizzata e l'esigenza di prendere le distanze dalle proprie madri. È forse questo che induce le giovani intervistate da Paola Columba a rifiutarsi di riconoscersi in categorie unificanti, a respingere l'idea delle «quote rosa»: preferiscono esprimersi «in proprio», in quanto singole persone, rifiutando vigorosamente la sorellanza, l'autocoscienza o il separatismo, viste come vecchie dimensioni di cui diffidare.

Significa forse che le ragazze youtuber danno per scontati diritti acquisiti grazie a lotte passate, o che non li conoscono, o non ne valutano a sufficienza l'importanza né considerano come sia facile tornare indietro e perderli? Sembra passato un secolo dal 1965, quando la ragazza siciliana Franca Viola, al processo di Trapani successivo al suo rapimento, disse: «Io non sono proprietà di nessuno, l'onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce». Eppure, non una vita fa ma solo fino al 1963 era vietato l'ingresso in magistratura alle donne ritenute incapaci di ragionare «in certi giorni del mese». E fino al 1975, cioè alla legge sul nuovo diritto di famiglia, sull'educazione e la formazione dei figli che mettevano al mondo le mamme non avevano alcun potere decisionale, riservato unicamente al capofamiglia. Ancora nel 1981 esisteva il delitto d'onore, con la concessione di generose attenuanti per l'uomo. Quanto allo stupro, è stato considerato un reato contro la morale, e non contro la persona donna, fino al 1996. Né fino al 2009 è esistito un reato chiamato stalking dalla legge che lo ha inserito nel codice penale come atto persecutorio. E solo dopo che i media hanno cominciato a indicare l'uccisione delle donne da parte di uomini possessivi e gelosi come specifica forma di violenza di genere è nata la legge dell'ottobre 2013 che inasprisce le pene per il femminicidio.

Di tutto questo le millennials sanno forse poco, immerse come sono in un mondo dove gli stereotipi sessisti, inclusi quelli sulle femministe brutte-sporche-cattive, continuano a dominare. Mentre i new media si fanno veicoli amplificati di una esposizione del corpo molto contigua alla mercificazione, spacciata come libertà e a volte addirittura rivendicata come tale dalle giovanissime. Pronte ad accusare chi le mette in guardia da ciò di ridicolo neo-puritanesimo fuori dal tempo. Stupisce anche, tra le dichiarazioni delle ragazze intervistate da Paola Columba, come spesso, a 13-14 anni, considerino centrali e ineliminabili nei rapporti con i coetanei «appartenenza, gelosia, possesso. Il contrario di libertà, rispetto, indipendenza. Ma per molti, il segno dell'amore». Una tendenza preoccupante di subalternità a una concezione del rapporto amoroso esposta alla violenza. Ed ha ragione in pieno Lea Melandri quando sottolinea, in ciò, anche una responsabilità del vecchio femminismo che, «dopo aver analizzato così tanto la sessualità, non ha analizzato anche l'amore che fa velo alla violenza».

Ma da quando è esploso il caso Weinstein, si direbbe che proprio il corpo sia tornato centrale, come campo di battaglia su cui anche le giovanissime si orientano a forgiare una nuova consapevolezza di sé. La capillarità con cui si è diffusa la volontà di rompere il silenzio sulle molestie fisiche prima considerate del tutto normali, anche esagerando con l'equipararle sempre e comunque a un sopruso insopportabile, fa emergere un fenomeno nuovo e complesso. È il rifiuto delle giovani di accettare un esercizio di potere perpetrato nei secoli fino alle sue forme più estreme e drammatiche, come i femminicidi in preoccupante successione. Si porta dietro una ribellione visibilissima sul web, consolidata nella recente adesione da parte di molte ragazze a «Non una di meno», una rete che collega associazioni di sostegno, centri di donne, sportelli antiviolenza, e che per oggi marzo ha indetto anche a Napoli una manifestazione di piazza. L'indignazione delle ragazze contro i «predatori» è un modo di continuare la battaglia delle nonne e delle madri che oggi può assumere il volto di Asia Argento o i tratti levigati di attrici hollywoodiane, forse percepite come estranee e ambigue dalle vecchie femministe. Ma mobilita lo stesso «fiume carsico» capace di scavare, dall'inizio del secolo scorso, il solco più importante: quello diretto all'obiettivo dell'eguaglianza e alla «pari dignità sociale senza distinzione di sesso» sancite da un articolo 3 della Costituzione che fu scritto da donne unite al di là delle differenze politiche. È la battaglia delle donne, comunque la si voglia chiamare, e sarebbe ora di capire che è decisiva per migliorare la vita di tutti.
 
Giovedì 8 Marzo 2018, 15:16
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