Addio a Marina Schiano, la musa napoletana di Yves Saint Lauren

Giovedì 12 Settembre 2019 di Antonella Forni
La sua bellezza era lontanissima dallo stereotipo del sex appeal verace ma lei, che parlava quattro lingue almeno, se non cinque, non aveva mai dimenticato il dialetto natio. Era napoletana Marina Schiano, morta a 71 anni, come ricordano i siti di moda per cui si trattava di una leggendaria top model degli anni d'oro, autentica musa di Yves Saint Lauren, socialite in auge tra i Sixties e i tempi dello Studio 54 newyorkese, ritratta splendidamente da grandi della fotografia come Helmut Newton e Richard Avedon.
 
Lei ricordava malvolentieri la sua «infanzia infelice a Napoli», la madre era un'aristocratica, il padre lavorava nelle costruzioni, lei a 14 o 15 anni iniziò a sfilare e a posare a Milano, allora si parlava di indossatrici o di mannequin, non esistevano le top model. Poi, dopo la morte del padre, si trasferì a Roma, dove uno zio si occupava di politica.

Scoperta dal fotografo di moda Yasuhiro Wakabayashi (Hiro) nei favolosi anni Sessanta, per lei fu fondamentale l'incontro con Yves Saint Laurent: accanto a Loulou de la Falaise e all'androgina Betty Catroux definì il glamour della maison con alcuni celebri servizi, celebre lo scatto in bianco e nero del 1970 di Jeanloup Sieff, in cui è ritratta a Parigi di profilo, con un turbante e un abito da sera nero, firmato YSL naturalmente.

Diana Vreeland la valorizzò su «Vogue», Grace Coddington in passerella, Tina Brown sulla copertina di «Vanity Fair». Il fotografo Clive Arrowsmith ricorda l'incontro con la bellezza dai lunghi capelli: «Me la presentò la stilista Coddington, mi disse: Ho pronta per te la più incredibile modella italiana, la adorerai con la tua fissazione per le facce rinascimentali». In più di una seduta per «Vogue» la immortalarono con un sorriso da Gioconda.

La Schiano arrivò a New York nel 1967 con l'amica Elsa Peretti, destinata a diventare la musa dello stilista americano Halston. «Tutte e due erano care alla Vreeland»; ha scritto Diane von Furstenberg nelle sue memorie, «perché, in qualche modo, lei pensava che le assomigliassero». Il matrimonio con Fred Hughes durò poco, ma le lasciò in eredità l'amicizia con Andy Warhol (e le pagine di «Inteview») di cui era il manager, le sue notti selvagge non tolsero nulla alla sua fama di maniacale professionista: «Anche se torno a casa alle tre di mattina, devo sistemare tutto al suo posto», raccontò lei a «Vogue». Fu «diretta, appassionata, efficiente e di grande autorità come direttrice delle 51 boutique di Saint Lauren», scrisse, sempre su «Vogue», Maxime McKendry, la madre della più celebrata Loulou de la Falaise. Nel 1978, poi, Saint Laurent la volle testimonial del profumo Opium. «Marina sarà per sempre ricordata nel rapporto con YSL perché incarnava il suo concetto di donna moderna: fieramente indipendente, una donna in carriera in un mondo di uomini, profondamente chic», spiega Madison Cox, presidente della Fondazione Pierre BergéYves Saint Laurent Paris. «Divenne una modella perché voleva essere bella», commenta il fotografo Eric Boman, «sua madre a Napoli le diceva sempre che era brutta», così l'anatroccolo volle farsi cigno, portando la sua eleganza napoletana in giro per il mondo: gambe lunghe che la facevano sembrare persino più alta di quanto fosse, la voce velata tra rauca e nasale, «con la quale si esprime in quattro o cinque lingue, spesso nella stessa frase, ma sempre con una risonanza mediterranea. Sembrano venire dritto dalla pittura napoletana del Seicento gli occhi a mandorla oscuri nel viso ovale di pallore massimale, esotico mix di radici per niente ovvie», scrive di lei Javier Arroyuelo. Per la Vreeland era «un veicolo ideale nella sua strategia di sofisticatezza universale e permanente: persino in canottiera la Schiano fa barocco». Ultimo aggiornamento: 16:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA