25 aprile, il racconto della partigiana napoletana: «Così ho ingannato i tedeschi»

25 aprile, il racconto della partigiana napoletana: «Così ho ingannato i tedeschi»
di Delia Paciello
Sabato 25 Aprile 2020, 18:00 - Ultimo agg. 19:17
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Si studia sui libri di scuola, ma il racconto pieno di emozioni di chi quei giorni li ha vissuti sulla propria pelle è tutta un’altra cosa. Velia Sacco c'era ai tempi della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. È un’ex partigiana, oggi ha 100 anni e sette mesi ma si commuove ancora quando ricorda l’arrivo dei tedeschi nella sua casa: all'epoca abitava a Celano, in provincia de L’Aquila. Napoli era già stata liberata nel settembre del ‘43 con i grandi atti eroici e le famose Quattro giornate, ma il centro e il nord Italia era ancora terra di razzie da parte dei tedeschi. «Ho davanti ai miei occhi – racconta - l’immagine di quando arrivarono con i carrarmati e distrussero tutto: vedemmo all’improvviso radere al suolo abitazioni, qualsiasi cosa trovavano. Rubavano nelle case, prendevano cibo, vestiti, bestiame, violentavano le donne. Mio padre era capostazione e con la mia famiglia abitavano lì, proprio vicino alla stazione ferroviaria. C’era stato il terremoto in quelle zone e tanti vivevano in abitazioni provvisorie. Eravamo l’unica casa del paese ad avere l’acqua corrente proprio perché serviva per i rifornimenti nella stazione. Anche tedeschi venivano a rifornirsi lì, ma un bel giorno distrussero anche le condutture d’acqua. Rimase solo un pergolato. Noi ci nascondemmo e fummo costretti a bere per giorni acqua delle fogne: la bollivamo per cercare di uccidere i batteri. A mia sorella che all’epoca aveva 8 anni, mio padre faceva succhiare mele o patate per farle reperire un po’ d’acqua: aveva paura a darle l’acqua delle fogne, era ancora piccola».
 

 

Cose che tanti oggi, specie i più giovani, faticano anche ad immaginare: «Avevo anche un fratello – continua Velia, desiderosa di trasmettere tutto ciò che si accavalla nella sua mente -, all’epoca aveva 14 anni: io e mia madre lo vestivamo da donna per paura che prendessero anche lui. In quel periodo si portavano i pantaloni alla zuava, li nascondeva sotto la gonna. Ricordo che una volta aiutammo una donna che aveva paura per suo figlio: caricavano tutti sui vagoni del treno, poi lasciavano andare le donne e trattenevano gli uomini. Facemmo mettere una doppia gonna a quella donna in modo che potette poi farla indossare di nascosto al figlio, coprendo i pantaloni alla zuava. E così riuscirono a salvarsi entrambi e a tornare a casa. Non tutti però riuscivano a salvarsi: un giorno sequestrarono un collega di mio padre a lavoro, in stazione. La moglie chiese disperata quando lo avrebbero rilasciato, quando sarebbe potuto tornare a casa. Le risposero che sarebbe tornato il giorno seguente: ma all’indomani arrivò la sua testa in un cestino. Difficile raccontare quei momenti: torturavano e uccidevano chiunque potesse essere sospetto, noi vivevamo nella paura». Parole strazianti e un volto, un’espressione, che dice più di ogni verbo. Perché Velia e la sua famiglia, in realtà, sono stati parte attiva nella Liberazione.
 
 

E allora qualche brivido, occhi lucidi e voce tremolante davanti a quei ricordi ancora troppo dolorosi: «Per raccontare tutte le cose che ho visto non basterebbe un’altra vita», dice sorridendo. È nata il 19 ottobre del 1919 e ha gli occhi vispi di chi ne ha vissute tante, ma soprattutto la voglia di tramandare la sua esperienza, la saggezza acquisita sul campo: «Io e la mia famiglia abbiamo fatto di tutto per mettere fine alle razzie dei tedeschi. Io ho studiato a Roma al liceo classico, ho visto la prima radio e ne avevamo una segreta, sottoterra nella stazione. Con la scusa di andare a prendere il latte scendevo i tre piani sottoterra e andavo ad ascoltare Radio Londra così da portare i messaggi cifrati per gli alleati. Avevo paura, e tanta. Ma lo facevo perché la speranza che tutto questo finisse era l’unica cosa che mi faceva andare avanti. E allora facevo qualsiasi cosa fosse utile, mi ignegnavo. Ero molto brava a ricamare, a cucire. Ho sempre lavorato e cucivo gli abiti anche per i reali: ho realizzato gli abiti per Fabiola, regina dei belgi, che mi è venuta anche a trovare quando tutto finì. Era davvero affezionata a me. Ma grazie al mio talento nel ricamo cucii una cartina geografica: era vietato possederne una, e così la nascosi dietro un cigno. In realtà quella cartina mi serviva per seguire e mostrare i movimenti delle forze Alleate, che ascoltavo con i messaggi cifrati su Radio Londra. E sapete, ho pianto quando ho riconosciuto la voce di quel commentatore, dopo anni, ancora per radio: sono cose difficili da descrivere a chi non le ha vissute».
 

Insomma le pensava davvero tutte Velia, già tanto sveglia a poco più di venti anni. Ma come dice lei, spesso la forza e l’ingegno vengono fuori anche dalla disperazione, dal voler reagire a tanto male, a tante ingiustizie, dal sognare una realtà diversa che avevano il diritto di vivere. E di atrocità ce ne sono state davvero troppe: «Alle 8 di sera c’era il coprifuoco. D’estate però faceva buio più tardi e non avevamo orologi all’epoca. Poteva capitare che fra tanto lavoro si sforava un po’: i tedeschi però sparavano chiunque vedevano ancora in giro. Una sera uccisero il nostro vicino che rientrava dai campi. Così, senza motivo: probabilmente era un po’ più tardi delle otto. Aveva 57 anni e io mi presi cura della vedova, ma promisi di mettere fine a tutto questo». Una promessa che ha portato avanti in ogni modo, fino alla fine.
 
 

Ma il cuore da partigiana batteva forte: «Cercavamo di aiutare come potevamo. Mio padre sapeva quando passavano i treni con i prigionieri liberati dai partigiani: li facevano viaggiare nei carri bestiame, al buio, per nasconderli. Li facevamo proseguire per l’Adriatico, evitando Firenze dove avrebbero potuto trovarli. Passavano anche i detenuti diretti ad Auschwitz. Noi provavamo ad aiutare tutti. Avevamo allestito un pronto soccorso per loro, ovviamente di nascosto. Preparavamo il pane, ne sfornavamo tanto e ci davamo da fare a raccogliere grano per provare a sfamarli tutti. Ma così ci sentivamo uniti, umani. Ci aiutava a sopportare, a resistere».

Di mezzo però si mise anche la temperatura: «Quell’inverno fu molto freddo, dieci gradi sotto zero. Loro prendevano i nostri vestiti. Un giorno in chiesa mia madre riconobbe la mia giacca sulla moglie di un compaesano e capimmo che molto probabilmente lui aiutava i tedeschi. Dovevamo stare attenti a tutto: sparavano chiunque per un minimo sospetto. Ho visto morire tante persone: ricordo un nonno che cercava di salvare il suo nipotino di 11 anni, ma spararono entrambi. E per ogni tedesco ucciso loro uccidevano dieci civili italiani».
 
 

Oggi sembrerebbe quasi un film horror, eppure è successo, è tutto vero. E Velia lo testimonia ancora oggi con ciò che ha vissuto sulla sua pelle :«Rivedo ancora le lacrime di mio padre quando ascoltammo Mussolini dire: “Non cercate Matteotti, l’ho fatto uccidere”. Lui era un socialista. È un momento che non dimenticherò mai. Nel frattempo in Italia avanzavano le rivolte, nel 44 ci fu lo sbarco ad Anzio degli americani e i tedeschi cominciarono a essere alle strette. Noi partigiani a Celano avevamo fatto tanti sacrifici, visto morire tante persone e vivevamo ancora nel terrore. L’ultima volta che vidi i tedeschi ricordo solo che fu una giornata piena di cenere, fumi: demmo fuoco a 16 vagoni di petrolio diretti verso il fronte di Cassino che passavano per la stazione. La nostra abitazione fu coperta dalla cenere, non si poteva entrare. Ci ospitarono dei vicini per un po’… ma quel momento sancì la fine di un incubo che ha segnato le nostre vite. Ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, neanche se passassero altri 100 anni. È difficile raccontare tutto. Però fra le immagini belle ricordo quella di papa Pio XII con la tunica sporca di sangue che cercava di aiutare i moribondi per le strade: sono quelle piccole cose che ci hanno dato la speranza, la forza di resistere e lottare».

Maria Rosaria invece ha 77 anni ed è nata a Napoli proprio durante i bombardamenti. Anche lei racconta quello che gli è stato tramandato dai genitori: «Mia madre mi diceva che quando era incinta di me i napoletani erano impegnati nelle cosiddette Quattro giornate: mi raccontava sempre dell’esplosione di una nave nel porto di Napoli che fece un boato enorme. Noi abitavamo a via Foria e lì la gente per la paura correva per le scale come se fosse impazzita: molti morirono proprio così, per le cadute. Misero tutti i morti a piazza Duomo e mio padre andava ad alzare le lenzuola messe su ogni cadavere con la paura che ci fosse anche sua moglie, con me nella pancia. Era un continuo terrore. I napoletani si schieravano sui tetti dei palazzi pronti a buttare bombe al passaggio dei tedeschi. E poi parlavano sempre di Gennaro Bevilacqua, un amico di famiglia, un eroe partigiano che salvò la vita a tanti suoi concittadini mentre organizzava la lotta ai nazifascisti».

 
E forse sono questi racconti ricchi di verità e di emozioni che dovrebbero arricchirci in un momento così particolare della nostra storia. Questa sarà una commemorazione diversa. In fondo non è tanto lontano nel tempo tutto questo, eppure sembra distante anni luce dalle nostre vite di oggi, e freddo. Ma Velia ci ha mostrato che dietro il 25 aprile, una data significativa che oggi sembra semplicemente una festa, c’erano persone che hanno lottato, hanno resistito ad atrocità, hanno visto vite sgretolarsi. C’è un’Italia che si è liberata con le proprie forze e con qualche «amico» che è venuto in soccorso. E c’è la voglia di non ripetere più certi sbagli nella storia: una lezione che dovremmo sempre tenere a mente e riadattarla alla modernità. «Ora tanti giovani – continua l’ex partigiana - si lamentano perché gli è stato chiesto di proteggersi e proteggere gli altri dal virus restando a casa. Sono tutti altri tempi, ma dovrebbero conoscere le cose che noi nonni un po’ anziani abbiamo vissuto. Ho visto di tutto nella mia vita, ho studiato, mi sono appassionata a quello che accadeva attorno fin da piccola, e lo faccio ancora dopo tanto tempo, anche alla mia età. Serve ad aprire la mente e a non essere schiavi di nulla: dei tedeschi quanto dei nuovi sistemi che oggi invadono la società». E a Velia è sicuramente servito, visto la sua mente arguta e sveglia.

Ma per dare valore a questo giorno in un periodo tanto particolare Franco Veri, il figlio di Velia, presidente dell’associazione Dinamica Odv ha organizzato insieme alla Casa del popolo di Fuorigrotta con i consiglieri Gianluca Cavotti e Annalisa Mantellini, a Fabiana Di Costanzo, e ad altre associazioni napoletane un flash mob speciale: ora che non si possono fare manifestazioni in piazza ci si «riunisce» nel modo che è sembrato vincente negli ultimi tempi. E allora tutti sui balconi a sventolare qualcosa di rosso e a cantare insieme per ricordare che l’Italia ce l’ha fatta, e ce la farà ancora. E anche Velia, oggi con il sorriso e con quelle rughette sul volto che dicono tanto, sventolerà la sua bandiera. Ma per lei avrà tutto un altro sapore.

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