Paestum, il direttore Zuchtriegel: «Chiudo Facebook e scelgo la vita reale»

Domenica 17 Marzo 2019 di Antonio Menna
Paestum, il direttore Zuchtriegel: «Chiudo Facebook e scelgo la vita reale»

«Mi rifiuto di usare il cervello, che è articolato, per comunicare con cuoricini, smile, emoticon e like». Gabriel Zuchtriegel, 37 anni, due figli, dal 2015 direttore del Parco archeologico di Paestum, va alla battaglia contro Facebook. «Dico no alla spazzatura digitale, chiudo il profilo». Lo afferma con l'italiano perentorio di un tedesco, indurendo le consonanti, ammorbidendo le vocali.

Una scelta comunicata con un messaggio agli amici. Com'è maturata?
«Il massacro in Nuova Zelanda mi ha scioccato. È impossibile per me pensare di utilizzare lo stesso mezzo di comunicazione, gli stessi strumenti, che altri adoperano per trasmettere un atto così fuori da ogni ragione, così disumano. Usare lo stesso mezzo mi ripugna».

Non è la prima volta.
«No. E non bisogna neppure andare così lontano. Guardiamo cosa succede anche intorno a noi. Ho visto persone miti, sensibili, che davanti allo schermo si trasformano».

Dica la verità, ha avuto qualche brutta esperienza personale.
«Niente di drammatico. Ho un profilo Facebook da qualche anno, qualche critica è arrivata, a volte un po' aspra. Ma non è per questo che prendo la decisione. È per ciò che osservo intorno a me, nelle persone. Il virtuale tira fuori il peggio: la polemica estrema, l'odio, il rancore, l'attacco personale».

Tutte cose che esistono anche nella vita reale.
«Ma noi abbiamo un cervello evoluto, articolato, che si attiva per affrontare la complessità. I social banalizzano, riducono tutto il dibattito a impulsi elementari, banali, facendoci perdere la ricchezza del mondo, della discussione. Io intendo riappropriarmi degli spazi, degli strumenti della complessità. Voglio leggere un giornale di carta, fermarmi a sfogliarlo. Ovviamente comprarlo, portarlo con me. Voglio ascoltare la radio. Leggere un libro».

 

Rischia di essere accusato di anti-modernismo, non crede?
«Solo perché una cosa è nuova non è una soluzione per tutto. Io non rifiuto il digitale ma propongo un uso minimalistico, come ha spiegato lo scrittore americano Carl Newport. Minimalismo digitale significa usare della rete quello che è utile, positivo, ma evitare tutto ciò che ci distrae, che ci distoglie dalla vera comunicazione».

Il tema quindi non è lasciare i social ma usarli bene?
«Io faccio una scelta personale. Sono iscritto a una piattaforma, sono un utente, sono anche oggetto di attività di marketing e pubblicità. I miei dati possono essere utilizzati. Contribuisco economicamente al mantenimento di un mezzo su cui poi si trasmette in diretta un massacro. Ho scelto di non contribuire più alla vita di questo strumento».

Ha uno smartphone?
«Certo, uso la Rete. Ma con giudizio, per quello che mi serve. Non per fotografare ciò che sto mangiando o per trasmettere le immagini dei miei figli o per leggere opinioni spazzatura di chi non mi interessa. Vado a cercarmi ciò che voglio».

Userà ancora le mail, le chat di lavoro, e i social del Parco archeologico che dirige?
«Con giudizio, sicuramente. Uso minimalistico. Disattiviamo le notifiche, spegniamo i cellulari quando ci parliamo dal vivo. Nelle riunioni, le persone spesso si distraggono. Auspico, anche tra i miei collaboratori, un uso minimo, perché credo che non aiuti sempre a concentrarci».

Come l'hanno presa i suoi amici?
«Non voglio fare la figura del saputello che giudica gli altri. Ognuno sceglie per sé».

Ha avuto critiche?
«Un po' di discussioni con qualcuno, anche con colleghi».

Che le hanno detto?
«Tutti riconoscono il problema. Ma alcuni dicono che contro la banalizzazione e l'odio sui social c'è bisogno di profili con messaggi positivi, che diffondano conoscenza».

Se i migliori se ne vanno...
«Conosco questo argomento ma questa sensibilizzazione può funzionare anche con altri mezzi. Magari facendo una battaglia pubblica sul minimalismo digitale. Non dico che non ci siano cose belle su Facebook ma la bellezza è tutta intorno a noi. Torniamo a guardarci in faccia».

Basta accendere la fotocamera...
«Non è la stessa cosa. Non è il rifiuto del digitale. Ma meno digitale e più reale. Un'occasione per aprire spazi ad altre forme. Noi umani siamo in grado di fare tanto in tanti modi, abbiamo un cervello evoluto. Davvero vogliamo usarlo per comunicare con le faccine o insultarci battendo su una tastiera?».

Ultimo aggiornamento: 08:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA