Paola De Crescenzo: «Che emozione con papà Luciano e il prof Bellavista da Arbore, era come in tv»

Venerdì 22 Gennaio 2021 di Maria Chiara Aulisio
Paola De Crescenzo: «Che emozione con papà Luciano e il prof Bellavista da Arbore, era come in tv»

Quando il padre e la madre decisero di separarsi, Paola De Crescenzo, figlia unica di Luciano - il mitico professor Gennaro Bellavista, ingegnere, scrittore e filosofo - era ancora una bambina. Papà Luciano andò a vivere a Milano, la mamma si risposò e lei fu trasferita a casa della nonna, dove visse felicemente qualche anno.

Come mai dalla nonna?
«Non lo so. Si decise così, e a me andava benissimo, la nonna era fantastica. E poi, mamma la vedevo lo stesso e papà tornava a trovarmi ogni fine settimana».

Milano-Napoli e ritorno.
«Sempre. E se qualche volta dava forfait, mi dispiacevo da morire; ma onestamente non accadeva quasi mai. Il nostro era un rapporto assai intenso: al fine settimana insieme non rinunciavamo».

Come trascorrevate il weekend?
«Premessa: stare con lui era sempre uno spasso. Nella vita come sulla scena, papà non recitava mai, lui era proprio così. Battute, scherzi, ragionamenti bizzarri, risate a murì. Non so se mi spiego...». 

Così parlo Bellavista, insomma.
«Esatto. In quel film, mio padre interpretava se stesso, non era una finzione. Un po' come Renzo Arbore, suo amico fraterno».

Lo vedevate spesso, insieme?
«Quando andavo a trovare papà a Roma, quasi sempre si finiva a cena da Renzo. Vi ricordate, ad esempio, Quelli della notte, Indietro tutta!... A casa sua, era la stessa cosa». 

Cioè, si faceva spettacolo?
«Regolarmente. Anche una cena semplice semplice, tra pochi amici, si trasformava in uno show. Arbore cantava, un altro suonava, qualcuno ballava, papà filosofeggiava e raccontava fattarielli... Questo era ogni volta, e era normale, vi assicuro».

Serate straordinarie.
«Uniche e irripetibili. Insieme con tanti di quegli episodi di vita vissuta con mio padre che nemmeno li ricordo».

Quindi, pur vivendo in città diverse, condividevate ugualmente tanto tempo.
«A parte il fine settimana, le vacanze estive le trascorrevo sempre con lui. E poi tutte le feste: Natale, Capodanno, Pasqua. Andavamo ovunque, papà amava portarmi in giro. I nostri tour non erano mai banali».

Qualche esempio?
«Quando proprio non si faceva venire un'idea particolare, si girava per monumenti e antichità. A Roma, un passaggio ai Fori Imperiali era d'obbligo, gli piaceva andare lì a leggere il giornale. A Napoli, invece, la sua passione era il centro storico».

Il fascino della città antica.
«San Gregorio Armeno, Cappella Sansevero, il Cimitero delle Fontanelle... la storia e l'arte le ho imparate anche grazie a lui. E poi il calcio: quando il Napoli giocava, la domenica andavamo allo stadio con il suo amico Gianni De Bury».

Come viveva la popolarità di suo padre? Soprattutto dopo il film Così parlò Bellavista, che lo fece conoscere anche al grande pubblico.
«Devo ammettere che per me non cambiò molto. Papà è sempre stato popolare, anche prima che lo diventasse».

Spieghi meglio.
«Ovunque andassimo, era ben accolto. La gente voleva stare con lui, gli amici lo cercavano, ogni cena si concludeva sempre così: gli altri zitti e lui in piedi che raccontava. Nel suo quartiere, poi, conosceva tutti e tutti lo salutavano con affetto e simpatia. In questo senso, dico, ero abituata alla sua popolarità».

Torniamo al film. Che ricordo ha del periodo in cui suo padre girava?
«Lavoravo con lui».

Di cosa si occupava?
«Assistente costumista. Aiutavo Marcellina De Marchis, la prima moglie di Roberto Rossellini, era lei che sceglieva gli abiti di scena. Quanto ci siamo divertite».

Anche durante le riprese?
«C'era una bella atmosfera, si lavorava in gran serenità, tutti contenti. A me sembrava normale, ho capito che invece non funzionava sempre così quando ho lavorato in altri film».

Mancava il professor Bellavista.
«Vero. Papà era speciale - so che non dovrei essere io a dirlo, ma è così. Sempre serafico, sornione, sorridente. Ne racconto un'altra. Di solito, quando si gira un film, i registi danno un'ora di pausa per il pranzo. Noi staccavamo un'ora e sedici minuti».

E perché?
«La pennichella. Papà doveva fare il pisolino e aveva deciso che sarebbe durato sedici minuti precisi; poi, si ricominciava a lavorare».

Scherzava?
«L'ironia caratterizzava tutto ciò che faceva, ma la pennichella era seria; giocava piuttosto sui minuti. In ogni caso, la squadra era ben contenta di avere un po' di pausa in più». 

Buon padre e pure ottimo datore di lavoro, quindi.
«Aggiungerei grande nonno».

Quanti nipoti?
«Uno solo, mio figlio Michelangelo».

Che rapporto aveva con lui?
«Amava tanto i bambini. Interazione perfetta, d'altronde con me faceva lo stesso: giochi, scherzi, travestimenti».

Lo viziava?
«Mi torna in mente un episodio divertente. Michelangelo era ancora un bambino, papà voleva regalargli cento euro. Sei pazzo gli dico sono troppi, che deve fare?. Risposta Allora facciamo cinquanta?».

Ancora troppi per lei?
«Certo. Mio figlio aveva una decina d'anni. Provai a spiegargli che non volevo crescere un ragazzino al quale veniva concesso troppo. Mi diede assolutamente ragione: Devono imparare da piccoli; ma subito rilanciò: Sai che ti dico? Esco, faccio cadere cinquanta euro a terra e lascio che sia lui a trovarli. Così, sarà solo fortunato, e non viziato».  

© RIPRODUZIONE RISERVATA