I ricordi di Nando Paone:
«Comico da sempre,
a 5 anni imitavo le Kessler»

di Maria Chiara Aulisio

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Il comico aveva deciso di farlo che non aveva nemmeno cinque anni. Anzi il «comito», con la t, come rispondeva a chi gli rivolgeva la solita domanda che si pone ai bambini: che vuoi fare da grande?. Il dottore no, e nemmeno il calciatore, il pompiere o il pilota di aerei militari. Fernando Paone per tutti Nando, mimica straordinaria e grande versatilità, il postino col nasone e la maglietta del Napoli del fortunatissimo Benvenuti al Sud non aveva dubbi: «Farò il comito». A quel punto, dava inizio allo spettacolo, perché il passaggio successivo alla risposta era lo show al quale nessuno poteva sottrarsi; pena, un pianto senza tregua.
 
 

Insomma, idee chiare fin da piccolo.
«Mai avuto dubbi. A cinque anni facevo già le imitazioni delle imitazioni, il mio idolo era Alighiero Noschese: lo guardavo e copiavo. Lo stesso con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; alla fine imitavo pure le gemelle Kessler. Mi vestivo con costumi di fortuna: asciugamani, mutandoni, le camicie di papà, le scarpe di mamma. Naturalmente, tutta la famiglia poi era costretta a fare il pubblico».

Apprezzavano le sue doti di baby-attore?
«Neanche tanto. La verità è che ero un bambino ipercinetico, ai limiti della nevrosi. Mamma e papà scoprirono che quando recitavo mi calmavo, e ogni volta che mi vedevano un po' troppo agitato mi chiedevano di fare le imitazioni. Effetto camomilla, insomma. Stessa cosa con la lettura».

Leggeva volentieri?
«Molto. Soprattutto, stavo tranquillo. Così mia madre mi rifilava un libro dopo l'altro, ma li finivo in un baleno e tornavo subito ipercinetico, per la disperazione collettiva. In ogni caso, a quattordici anni comunicai ufficialmente a tutti che da grande avrei fatto l'attore». 

Come la presero i suoi genitori? 
«Mia madre purtroppo non c'era più, è morta che avevo solo undici anni. Mio padre invece riteneva che del talento lo avessi e non mi ostacolò mai, ma non ha avuto il tempo di vedere come è andata a finire nemmeno lui: se n'è andato troppo presto, quando di anni ne avevo poco più di diciotto». 

 

Un'infanzia, ma anche un'adolescenza, difficili. Prima la morte di sua madre, poi quella di suo padre. Con chi ha vissuto?
«Diciamo pure che ho avuto una meravigliosa infanzia di merda. Oddìo, scusate, forse le parolacce no, ma è la verità. Fantastica perché, fino a quando c'è stata mia madre, sono stato un bambino molto felice; quando è morta lei, è chiaro che la mia vita è cambiata, anche se mio padre ce l'ha sempre messa tutta per farmi sentire la sua mancanza il meno possibile. Vabbè, poi se n'è andato anche lui e arrivederci. Sono cresciuto con mia sorella, che mi ha fatto sempre da mammina».
Ha detto che a quattordici anni aveva già deciso che avrebbe fatto l'attore.
«Una sera, al cinema, guardando l'Inquilino del terzo piano di Roman Polanski, non ebbi più dubbi. Non so dire neppure che cosa mi colpì di quel film, ma ne rimasi folgorato; lasciando la sala, dissi ai miei amici che quello sarebbe stato il mio mestiere».
Andava spesso al cinema?
«Sono di Bagnoli, in quegli anni in zona ce n'erano tante, di sale; addirittura sei in poche centinaia di metri. Li vedevamo tutti, i film: si andava al cinema a prescindere da quello che davano. Soldi naturalmente non ne avevamo, e allora si faceva un solo biglietto per dieci di noi. Quello che entrava apriva la porta di emergenza e uno alla volta, zitti zitti, ci infilavamo dentro tutti». 
Insomma, l'ha convinta Polanski.
«Definitivamente. Peccato che non sapessi proprio da dove cominciare. Come si fa a fare l'attore?, mi chiedevo. L'unico che mi venne in mente fu Roberto Ferrante, più grande di me, curava la compagnia di Dario Fo, era amico di amici, e allora mi rivolsi a lui. La risposta fu che ero troppo piccolo, e praticamente mi ignorò. Ma ero assolutamente determinato a non mollare. E un giorno al mare cambiò tutto».
Che cosa accadde?
«Ero a Lucrino con un gruppo di amici, tra cui il figlio di Carlo Taranto, Corrado. Sulla spiaggia, sotto al sole, decidemmo di mettere su una compagnia. Con le giuste proporzioni, e soprattutto con il dovuto rispetto, inscenammo un cabaret alla Gaber, Cochi e Renato, per intenderci: un po' politico e un po' sociale, oltre che divertente. Venimmo notati dal mitico Mico Galdieri, noto impresario teatrale, che prese me e Corrado per recitare Assunta Spina. Non ci potevo credere, dovevamo lavorare con Ida Di Benedetto, Antonio Casagrande, Tecla Scarano (già vecchia quando ero un bambino), Ruggero Pignotti; personaggi pazzeschi, inarrivabili. Ci sembrò un sogno. E da lì abbiamo preso il volo».
Fino all'incontro con Vincenzo Salemme, con cui è nato un bel sodalizio artistico.
«Con Vincenzo eravamo amici ben prima che decidessimo di fare gli attori. È dai tempi della scuola che ci conosciamo: io frequentavo l'istituto d'arte, lui il liceo Umberto. Avevo 16 anni, mi innamorai di una sua compagna di classe, che naturalmente manco mi guardava. Come al solito, mi piacevano quelle bellissime, impossibili. Almeno ero tranquillo che, quando mi dicevano di no, era solo perché avevo puntato troppo in alto. In ogni caso, la compagna di Vincenzo mi piaceva assai e ogni giorno alla fine delle lezioni mi facevo trovare all'Umberto e la aspettavo, per fare un pezzo di strada con lei. Durante una di queste inutili attese conobbi Vincenzo».
Prima amici e poi colleghi, dunque.
«Frequentavamo entrambi la sezione del Partito comunista in viale Gramsci, ogni volta che ci incontravamo lì lo slogan era sempre lo stesso: fosse bello a fa' gli attori, eh. Fino a quando lui non entrò nella compagnia di Eduardo e io in quella di Galdieri. Poi ci siamo rincontrati alla fine degli anni Settanta, quando non solo è nato il nostro rapporto professionale ma si è anche rinsaldata l'amicizia. Abbiamo cominciato a mettere in scena le sue commedie e ci siamo divertiti come i pazzi. Facevamo di tutto: dagli allestimenti ai ruoli più assurdi».
Qual è il ruolo che ricorda con maggiore simpatia?
«Eravamo in scena al teatro la Cometa di Roma con Passerotti o pipistrelli. Facevo la sorella di Vincenzo, naturalmente un cesso. Un'amica venne a vedere lo spettacolo, si divertì anche molto ma il giorno dopo mi telefonò per sapere come mai non ero in scena, visto che il mio nome compariva sul cartellone: ero talmente brutto che manco mi aveva riconosciuto».
Ma sempre quello brutto le fanno fare?
«Infatti, quando la gente mi incontra per strada, spesso mi dice ma lo sai che da vicino sei meno brutto?». 
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Sabato 24 Febbraio 2018, 13:04 - Ultimo aggiornamento: 04-03-2018 07:56
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