Una napoletana prima guida safari: « Ho lasciato tutto per i sogni. Ecco come si fa»

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di Francesca Cicatelli

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Ha assecondato la lentezza e la sostanza. L'ha imparato dalla natura che suggerisce calma come metodo per non essere aggrediti nelle avversità, magari al cospetto di un leone. Alessandra Laricchia, 40 anni, è la prima donna guida safari in Namibia o almeno la prima napoletana, al punto da aver conquistato il terzo capitolo del libro appena uscito "Donne come noi" (realizzato da Donna Moderna e che diventerà a breve uno spettacolo teatrale) in cui si parla delle storie di cento donne normali ma divenute speciali, al fine di motivare il gentil sesso con esempi incentivanti alla ricerca dei sogni. Scoperta per caso dopo un intervento in radio, è entrata a pieno titolo in un testo a cui ha contribuito con i suoi racconti "estremi", perché narrati durante un'intervista sostenuta appesa ad un albero della savana, a causa dell'assenza di segnale. Alessandra ha depistato la vita con una variante sul tema: ha affrontato una separazione e detto addio ad una carriera diplomatica per vivere in Namibia, anche se con la sua associazione Cafè Africa mette in relazione l'Italia con il Continente Nero. Ogni giorno si siede e sceglie l'angolo di cielo da cui fissare il punto di osservazione, la prospettiva a cui tendere. Il cielo va frammentato in mille parti con lo sguardo evidentemente per appuntare lo step da raggiungere. Ciò che colpisce di lei è l'incanto, l'entusiasmo da bambina in cui non ti aspetti di ritrovare tenacia e pragmatismo. In lei avviene un processo inverso per cui più acquista consapevolezza, esperienza, disincanto meno perde il sorriso. Ecco sorride sempre Alessandra e l'ottimismo la travolge in modo irrefrenabile a coprire anche i brutti pensieri. Che ci sono stati. Ma le grandi sfide - come dice lei - "si affrontano con metodo altrimenti si resta sopraffatti e ci si paralizza". Per non farsi intimorire dai cambiamenti li destreggia a progressione graduale. E' nato per gradi anche il suo romanzo, solo in parte autobiografico, intitolato "Quando la terra chiama", che uscirà ad agosto edito da Armando Curcio, opera "approvata" da un segno del destino: un elefante - animale a lei particolarmente caro - che l'ha sorpresa alle spalle mentre stava scrivendo proprio di lui. Il coraggio segue la strada di Paracelso secondo cui la dose fa il veleno, ecco che ogni rimedio alla monotonia, ogni atto di coraggio è da assumere a piccole gocce. Ora Alessandra è quasi sempre il Namibia, dove porta con sé anche il cagnolino Tango e dove comunque lascia il cuore quando è a Napoli benché non si addentri nel gioco della torre confrontando il lungomare di Napoli e il litorale africano. Ma una cosa la vorrebbe: un po' più di napoletani in Africa ancora "in disparte", timorosi, rispetto al resto d'Italia e d'Europa, a sperimentare i safari. 
 


Alessandra quante stelle hai contato nel cielo africano? Sono quelli i puntini che vanno uniti per trovare la propria strada?
Le stelle in Africa non si riescono a contare tanta è la quantità ma quello che impari guardando la vastità di quel cielo è che davvero c'è qualcosa di infinito là fuori e noi siamo un piccolo pezzo ma talvolta siamo noi a porci limiti. Così quando c'è qualcosa che non va, dico sempre: alza gli occhi al cielo perché ti rendi conto che c'è qualcosa di enorme e tu sei parte di quell'enormità e quindi ce la puoi fare anche tu ad essere più grande di quel che pensi  e a superare ostacoli che non credi di superare. Anche perché poi nella vita ti rendi conto di farcela a superare gli ostacoli, bene o male.

I sogni richiedono sempre rinunce per essere assecondati?
I sogni richiedono sacrifici, impegno. Bisogna programmare con metodo. Segui il tuo vento e orienta le vele verso quel vento, ma occorre anche la fatica di orientare quelle vele.

Come si diventa una guida safari?
Ho iniziato con un corso a Verona per guida safari, poi ho frequentato un corso pratico con un istruttore in Namibia e ho imparato tantissimo, è stato come un corso di addestramento militare ma poi ciò che conta è fare corsi in loco presso i centri autorizzati nei Paesi africani. Si studiano in inglese molte materie come botanica e poi contano le letture e l'esperienza. Il segreto è seguire i bravi in savana da cui si impara osservando.

Sì all'approccio imprenditoriale cinese all'Africa con la costruzione di infrastrutture o meglio il modello europeo? E cosa proponi per lo sviluppo dell'Africa?
I cinesi offrono agli africani ciò che chiedono, ciò di cui hanno bisogno. Ma i cinesi non hanno depredato gli spazi europei e americani. Hanno trovato la strada già spianata. Noi europei siamo stati sempre meno presenti sia economicamente che personalmente e abbiamo perso terreno lasciando così spazio a loro. Ad esempio gli americani hanno inviato alcuni computer ma senza considerare che nel villaggio mancava la corrente. Non sempre le infrastrutture cinesi sono di qualità e spesso le strade sono un modo per smaltire rifiuti tossici. Inoltre adoperano solo manodopera cinese e non locale. Ma sono competitivi perché utilizzano manovalanza gratuita composta da persone che devono scontare la pena in Cina e che preferiscono commutarla in cinque anni di lavori in Namibia. Così stanno nascendo interi villaggi cinesi. Non demonizzo nessuna popolazione perché se qualcuno è capace di far meglio di altri è giusto che ci sia ma ciò che è importante al momento è sensibilizzare i cinesi sulla conservazione della natura perché purtroppo loro hanno un approccio totalmente diverso e senza volerlo, per una loro impostazione culturale, non si rendono conto che stanno distruggendo tutto. Nel 2050 sarà difficile vedere un animale in libertà, si vedranno solo nelle riserve private. I cinesi uccidono serpenti per mangiarli, gli uccelli per i piumaggi e i rinoceronti per il loro corno.    

Come ti ha cambiato l'Africa?
L'Africa mi ha cambiato in meglio , mi ha connesso con la natura dalla quale prendo tante risposte quando ho tormenti o quesiti interiori. Mi ha aperto alle diversità e al mondo.

L'insoddisfazione generale è dovuta alla perdita di contatto con la natura?
L'insoddisfazione è perdere di vista ciò che realmente è importante. Riscontro l'insoddisfazione proprio quando mi trovo in Africa e arrivano ospiti europei stressati da cellulare e paturnie alimentari. A quel punto mi rendo conto che in occidente che qualcosa che ci sta distorcendo e  che ci rende infelici perché perdiamo di vista l'essenziale.

Come si riconosce l'innamoramento per un luogo ?
E' simile all'innamoramento per una persona, è qualcosa che senti dentro improvvisamente, senti che quel luogo ti manca, pensi a quel luogo in tante situazioni, senti che ti fa stare bene e ti fa sentire migliore.

E' la chimera di molti cambiar vita ma in pochi ci riescono, come si fa a mollare tutto? Dove si trova il coraggio?
Bisogna seguire la strada meno impattante, almeno io per non traumatizzare me stessa non ho stravolto tutto da un giorno all'altro. Meglio cambiare le cose e lavorare sul proprio progetto step by step. Il modo migliore per costruire i sogni è a progressione graduale.

Come gestisci la nostalgia di casa e degli affetti?
I social, le videochiamate aiutano molto. Riesco a sentire mia madre anche tutti i giorni. E' ovvio che mancano cose dell'Italia: oltre il cibo anche la bella vita, la vita più comoda. Ma è anche un modo per apprezzare il doppio le piccole cose quando si torna in Italia.  

Perché proprio la Namibia? Ci sono altri posti dell'Africa nel tuo futuro?
Sono stata anche in altri Stati africani e mi piacciono tutti ma la Namibia mi dà un grande senso di libertà e di appartenenza: puoi girare da sola senza avere ansie sulla sicurezza e ha ampi spazi infiniti che alimentano la sensazione di libertà.

C'è un rischio terrorismo in quei luoghi?
La Namibia è esente per varie ragioni: a differenza dell'Africa orientale, dove storicamente ci sono gruppi musulmani, in Namibia c'è una minuscola comunità. Terrorismo di stampo nazionale non c'è perché è una repubblica nata nel 1990 che ha conquistato l'indipendenza battendosi. La questione più delicata è un residuo di Apartheid perché, essendo stato un territorio governato dal Sudafrica, ha avuto la segregazione razziale. Ed è rimasta nell'occhi di tanti neri la distinzione di opportunità e di trattamento. Ci sono ancora grandi differenze economiche tra bianchi e neri.

C'è una mancanza di informazioni provenienti dalla Namibia?
Con la chiusura dell'ambasciata italiana in Namibia si è interrotto il flusso di informazioni. C'è un consolato onorario ma ci vorrebbe un'azione più incisiva perché ci sono molti imprenditori italiani che mi contattano tramite l'associazione Cafè Africa, che lavora proprio sui rapporti e le opportunità di sviluppo, i quali vorrebbero avere una rete sul territorio per creare sviluppo. E' un'opportunità anche per il nostro Paese. 

Non temi che con il tempo possa diventare più difficile il tuo stile di vita avventuroso? Non hai bisogno di un centro in cui fermarti? Hai un altro orizzonte?
Non mi vedo a 80 anni a fare tour di continuo. La vita è sempre in trasformazione. Le cose evolvono e anche la professione va modificata ma ti stanchi a stare sempre in giro con una valigia, pur essendo io drogata da questo stile di vita. Quindi mi piacerebbe per esempio trovare il mio centro creando una struttura ricettiva in Namibia.

C'è una donna, non necessariamente famosa, a cui tendi e a cui ti ispiri?
Sì, c'è una donna di cui ammiro la storia. E' Elena d'Aosta, che tra l'altro ha vissuto nel nostro Palazzo Reale, nella reggia di Capodimonte, è stata una principessa incredibile, una grande esploratrice dell'Africa e la prima crocerossina d'Italia. Viaggiava da sola ed era aperta al mondo: una donna dalla volontà sconfinata. E' un personaggio che amo molto, colleziono i libri che parlano di lei.

Cosa le napoletane dovrebbero imparare dalle africane e viceversa?
Per molti aspetti sono simili: sono donne di grande cuore e di grandi abbracci. Sono donne a cui piace molto stare con le altre donne. Questo aspetto in loro è ancora più evidente. Nei villaggi si siedono in cerchio a terra e sono donne di tutte le generazioni e, mentre impagliano qualcosa o fanno un cestino, condividono i problemi. E la condivisione quotidiana le aiuta. Le donne africane hanno anche bisogno di molta solidarietà tra di loro perché hanno vite più dure delle nostre ma, nonostante ciò, mantengono una carica vitale e sorrisi che a noi mancano e che ci dovrebbero essere d'insegnamento.

Quale usanza africana ti appartiene, che hai abbracciato e che in occidente sono impensabili?
In Africa impari a tenere meno tutto sotto controllo. A programmare meno. In Africa non è possibile perché il tuo programma viene modificato da qualche evento, anche per una stupidaggine si crea un ostacolo e i tempi si allungano e devi per forza prendere le cose come vengono, devi rassegnarti. E si diventa fatalisti che è utile per scaricarsi di responsabilità e tensioni. E poi un'usanza che per loro è del tutto abituale è andare dal santone.
  
I santoni in Africa sono figure imprescindibili, cosa accade davvero?
Sembra una cosa assurda andare dal santone, il medico tradizionale, ma anche noi se ci pensiamo abbiamo i nostri santoni al di là della medicina ufficiale, abbiamo figure che si avvicinano. Non la considero la via maestra per curarsi ma a volte può anche aiutare mentalmente andare da un santone. E poi sono belle anche le credenze africane che attribuiscono ad ogni simbolo e gesto un significato. Ad esempio una volta stavo parlando con una signora e c'era un bimbo che aveva assunto una posizione strana e un santone le annunciò che era incinta. La ragazza non ci ha creduto sul momento ma dopo 20 giorni ha fatto il test ed era incinta davvero.

Anche per diventare santoni occorre una sorta di raccomandazione e la loro è una sorta di superstizione alla napoletana legalizzata?
I futuri santoni sono bimbi speciali che vengono scelti all'interno delle famiglie. Anche perché è un business diventare santoni perché sia per farti curare che per farti togliere o infondere il malocchio bisogna ricorrere a loro. Che poi delle volte risolvono anche questioni complicate non di natura medica. Per esempio scomparve una macchina fotografica e fu chiamato il santone che, dopo un lungo rito, annunciò che all'indomani la macchina fotografica sarebbe tornata in ufficio anche perché in caso di mancata restituzione il ladro avrebbe avuto un'enorme disgrazia. E tutto si risolse.

Come superi, pragmaticamente, i mille pericoli di un luogo ancora così selvaggio e pieno, ad esempio, di serpenti?
"In savana sarebbe sciocco non considerare i pericoli che oggettivamente ci sono. E' ovvio che bisogna conoscere la natura e capire come comportarsi. Il leone non mi terrorizza quanto i serpenti che sono i più insidiosi. Quando cammini in savana devi far rumore. E loro sono i primi a non volerti incontrare ma quando in alcuni luoghi e in alcune stagioni si incontrano bisogna avere sangue freddo. Ma è anche una questione di abitudine. Ti fermi ad ammirarli e mi è capitato di salvarli, metterli in secchi e liberarli in zone in cui non dessero fastidio, ovviamente non a mani nude e sempre accompagnata da altre persone".  

Raccontavi di un incontro imprevisto con un leone: com'è andata?
Ero in un lodge vuoto da qualche giorno e c'era silenzio. E lì l'assenza di suoni incentiva gli animali ad avvicinarsi. Stavo uscendo da una tenda per andare verso la zona comune a fare colazione e in direzione parallela e opposta alla mia c'era una leonessa che camminava, si è girata a guardarmi e sono rimasta immobile ma poi ha proseguito. Il leone non attacca alla sola vista.

Come ti sei abituata alla tradizione culinaria del luogo? Cosa ti ha conquistato e come ti sei adattata?
Mi sono adattata: la cucina namibiana non è male: c'è carne di selvaggina, priva quindi di ormoni e antibiotici, che viene anche esportata e che noi in Occidente chiameremmo biologica. Tutto quello che si mangia in Namibia è sano.  Poi ci sono la polenta e le patate condite da vari sughi. Ma quando cucino io lo faccio all'italiana anche perché nei market della capitale si trova persino il grano per la pastiera e la pasta di Gragnano.

Hai scritto un romanzo: quando e dove l'ispirazione e quali episodi hanno accompagnato la sua scrittura?
Ho realizzato un altro mio grande sogno nel cassetto e ci sono riuscita grazie ad un editore illuminato come Curcio. Il libro uscirà ad agosto: si chiamerà "Quando la terra chiama". Non è autobiografico ma ci sono tratti della mia vita. Si parla di savana e sfide personali di una donna da sola in mezzo alla savana. Alla fine riuscirà a realizzare un suo grande sogno, quello di vivere in Namibia. Ci ho messo anni a scriverlo,  lo scrivevo, mi fermavo e poi cambiavo. Nella scrittura sono stata accompagnata da decine di uccelli appostati a spiluccare i frutti dell'albero delle salsicce. Poi un giorno comparve un elefante proprio mentre scrivevo di queste creature che per me sono speciali. Sento che sono esseri speciali e particolarmente sensibili e mi piace stare a contatto con loro,mi danno tanta energia.

Quanti amori hai visto nascere? Uno stato di vita più naturalista e la paura favoriscono il sentimento?
Favorisce il ritrovarsi e non solo tra innamorati ma anche tra genitori e figli perché in questi luoghi tutto il rumore e le distrazioni, i fronzoli che abbiamo in occidente non ci sono. Quando ti trovi nell'essenziale anche i sentimenti vengono di nuovo fuori. Vedo che dopo questi viaggi sono tutti molto più uniti.


I napoletani sono ancora poco presenti in Africa
Vengono poco perchè hanno ancora forti pregiudizi e paure e poco spirito d'avventura. In Namibia ci sono soprattutto viaggiatori del nord Italia e tedeschi e francesi più abituati allo spirito d'adattamento.
 
Venerdì 30 Marzo 2018, 11:55 - Ultimo aggiornamento: 30-03-2018 12:48
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