«Io pizzaiolo napoletano a Bergamo: dai guai con la giustizia al riscatto»

Lunedì 27 Luglio 2020 di Maria Pirro

È lo scugnizzo della pizza. Un ex adolescente che ha chiuso i conti con la giustizia e ha anche riscattato la sua storia oltre gli stereotipi. «Un'avventura che prosegue, a differenza delle precedenti», racconta Antonio Nardi, 20 anni, unico maschio di casa e secondo di quattro figli, napoletano di via della Bussola («Vicino a via Stadera, nel quartiere di San Pietro a Patierno»), che ripercorre le tappe bruciate della sua vita.

«La prima volta che ho giocato a calcio a un buon livello, ad Anacapri, ho avuto un incidente e ho subito abbandonato il campo», dice, ricordando un'altra impresa tentata e lasciata in sospeso. «Dopo l'iscrizione, ho smesso di andare all'istituto superiore. E ho anche commesso un reato», trasformando, però, questo passaggio in opportunità. L'assistente sociale gli ha infatti proposto di frequentare il corso di formazione che lo ha portato lontano dalla sua città. A Milano, Rimini e in tanti altri posti con cucine rinomate. Grazie all'associazione chiamata Scugnizzi, per questo, Nardi a 15 anni ha imparato un mestiere. «Allora avevo paura di uscire di casa, per il reato commesso, e allo stesso tempo avevo paura anche di non saper preparare l'impasto o di farlo annerire nel forno...» Ma, a quel punto facendo i conti con se stesso, Antonio ha acquisito esperienza, sicurezza, determinazione ed è diventato un piccolo uomo, oltre che uno dei migliori pizzaioli della sua generazione, estremamente affidabile. Il responsabile dell'associazione, Antonio Franco, lo indica con orgoglio: è uno dei 60 figli acquisiti in giro per il mondo. Adottati senza nemmeno averli visti in faccia, dalla visita nel carcere minorile di Nisida, «quando lessi un cartello, un invito alla partecipazione: così iniziai a chiedermi cosa potessi fare in prima persona per loro. E, nel 2004, organizzai questo spazio con il forno a legna, i tavolini e le materie prime fornite gratuitamente dai Fratelli la Bufala, Molino Caputo, Ferrarelle e tanti altri sponsor». Alla formazione provvede Carmine Abbate, un maestro con i baffi marroncini e il sorriso aperto, che rivela il segreto per rendere gustoso qualsiasi insegnamento: «Io sono uno di loro».

Negli ultimi giorni al bancone si alternano tre ragazzi nuovi, che sfamano senzatetto e indigenti del centro antico, da lunedì al mercoledì a due passi dall'Archivio di Stato. Alla «Pizzeria dell'impossibile», il punto di ritrovo, un nome-ossimoro scelto per differenziare questo posto dagli altri, difatti non serve il portafoglio. Il pranzo è servito gratuitamente. E, quattro anni dopo quest'esperienza di arte e solidarietà, Nardi si è trasferito a Bergamo: «Ha trascorso il lockdown nella città più colpita dal Covid-19, ma non ho mai smesso di lavorare: ho provveduto anche alle consegne, con i rider, quando l'attività è diminuita nel ristorante», dice soddisfatto. Ma Antonio vuole tornare a casa: «Ho perso da poco papà, vorrei stare vicino a mamma. Il mio sogno, mai rivelato, sarebbe... è aprire un locale. Pure se solo da asporto». E, nel pronunciarlo, il desiderio prende forma, cresce e ha il sapore di futuro. Nulla è più come prima, nulla è più impossibile.

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