Cecilia, via da casa in Albania a 15 anni per diventare primo violino al San Carlo

Lunedì 21 Ottobre 2019 di Maria Pirro
La musica nel sangue. È tutto quel che ha: la madre le ha tramandato passione e rigore; il papà è stato suonatore di oboe prima di diventare dirigente d'azienda. E il fratello, pianista, ha fatto carriera, ma in separata sede. Perché Cecilia Laca a 15 anni è andata via dall'Albania per fare carriera.

Lei oggi è primo violino al San Carlo e racconta una storia privata, eccezionale, avventurosa, eppure così comune tra gli orchestrali. Al centro la musica intesa come libertà e sacrificio. Colore, concentrazione, disciplina, emozioni, forma. Corpo e anima. Movimento. Sentimento. Silenzio e magia. Poesia. Famiglia.
 
«Mamma è stata la mia prima insegnante», dice, sfiorando con le dita l'onda sinuosa dei cappelli biondissimi. Poi curva il polso e getta uno sguardo fulmineo verso l'orologio: i minuti sono contati in vista delle prove con il direttore Juraj Valcuha per la stagione sinfonica, e le pause, come nelle partiture, hanno cadenze precise. Valgono ancora di più nello studio di uno strumento. A differenza di altri mestieri, il suo richiede un esercizio continuo, quotidiano e senza fine, cominciato appunto da bambina. «In principio, quasi imposto», sorride, ripensando ai litigi e rivendicando la leggerezza di quell'età: tutti nel giardino dell'infanzia vogliono giocare. «Ma il periodo dell'adolescenza è stato il più duro: trascorso da sola nel Mezzogiorno, imbracciando l'archetto almeno per quattro ore di fila», spiega. Cecilia è nata infatti a Scutari, a nord del paese. Lì è cresciuta sotto la dittatura. «Ma a 15 anni i miei genitori mi hanno portato nella culla della cultura, in Italia, e affidato a una coppia di Potenza perché frequentassi il conservatorio», ricorda. Seguire queste lezioni e i corsi del liceo classico nella città più fredda del Sud è stata una prova di carattere per misurarsi con il resto del mondo. Il metro per accettare e superare i limiti. «Allora ero angosciata perché mi mancava sempre qualcosa, ogni giorno restava un compito da fare, una traduzione di greco o latino incompleta, nonostante non avessi problemi con la lingua appresa dalla nonna che, prima di me, aveva vissuto nella penisola». Dopo il diploma, Cecilia ha seguito i corsi con uno dei maggiori talenti, Salvatore Accardo. A Cremona, per sei anni, e ora la voce s'incrina, il tono è di dolcezza e nostalgia. «Andavo in tournée assieme ai compagni di tante nazionalità diverse, condividendo con loro un'esperienza professionale straordinaria, ma Accardo è stato anche un maestro di vita», spiega. Le classi di specializzazione, tra cui quella con Pavel Vernikov, sono proseguite fino ai 29 anni, quando Laca è entrata per concorso al San Carlo. «E, per una settimana dalla prova vinta, non ho dormito. Quanta gioia. Negli anni seguenti, fare la spalla, ovvero il secondo violino nell'orchestra, non è stato semplice, in quanto donna e giovane, anche se non mi sono mai sentita discriminata. E ho studiato tanto sempre e, nel 2006, sono stata nominata primo violino nel teatro più bello. Ho scelto di restare, rinunciando ad altri posti. Ad esempio, a Genova o Venezia». Tra gli incontri più preziosi, quelli con Zubin Mehta, Maxim Vengerov e Riccardo Muti («Il direttore ha un'arte anche quando chiede di rifare un brano, e mi ha anche scritto una lettera dopo Così fan tutte», rivela). E l'entusiasmo del pubblico è «la soddisfazione più attesa». Fin qui la sua impresa artistica, cui va aggiunto il quartetto d'archi fondato nel Massimo partenopeo assieme a Luigi Buonomo (secondo violino), Antonio Bossone (prima viola), Luca Signorini (primo violoncello). Una unione speciale, la definisce, ricordando il bel rapporto, di sincera stima, che la lega anche all'altro primo violino, Gabriele Pieranunzi («Chiamato invece per chiara fama al San Carlo»), un altro brillante ex allievo di Accardo. Non solo: «Abbiamo condiviso diverse realtà ed entrambi siamo diventati genitori da poco». Laca ha una bimba di tre anni, e dice soddisfatta ma quasi disperata: «Passo tanto tempo con lei, al punto che trovare più tempo per studiare è diventata un'ossessione». Suo marito Federico Giarbella è un collega, primo flauto al teatro regio di Torino, a sua volta figlio di musicisti di livello. E, ovviamente, sua figlia è predestinata a studiare musica. È nelle sue corde, il codice genetico. Un linguaggio impresso nel Dna. L'eredità più grande. «Credo che la mia storia sia controcorrente perché mi sono fatta da sola e valere negli anni. Anche adesso non smetto di puntare in alto», il suo insegnamento. Sul palco Laca si presenta elegantissima. «Preferisco l'abito lungo, la gonna al pantalone», dice con sicurezza. A 42 anni la sua femminilità è identità, nota d'insieme, il violino un'estensione. Lo spettacolo bellissimo. Ultimo aggiornamento: 09:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA