Alessandra Clemente: «In città ancora troppi muri, il rilancio parte dai giovani»

Martedì 7 Giugno 2016 di Francesco Romanetti
Alessandra Clemente: «In città ancora troppi muri, il rilancio parte dai giovani»

La ragazza dagli occhi azzurri. La biondina. La più giovane. Quando mise piede per la prima volta nel suo ufficio di assessore alle Politiche giovanili, aveva solo 25 anni. Qualcuno storse il naso. Che ci faceva quella ragazzina a Palazzo San Giacomo? Studiava legge negli Stati Uniti, De Magistris l'aveva voluta in giunta. Ora che è «invecchiata», Alessandra Clemente di anni ne ha 29. E con le sue quasi quattromila e 500 preferenze è la più votata nello schieramento di De Magistris.

Dell'amministrazione arancione è indubbiamente uno dei volti più noti. Forse proprio per quegli occhi azzurri e quella faccetta pulita. Però fu anche il suo nome che spuntò - o almeno che a qualcuno venne in mente - quando si trattava di trovare chi facesse le veci del sindaco durante il breve purgatorio decretato dalla legge Severino (la cui applicazione venne poi smentita prima dal Tar e dopo dal Consiglio di Stato). Oggi Alessandra Clemente dice che vuole «restare con i piedi per terra». Alla domanda su quali saranno i primi impegni di una seconda giunta De Magistris, risponde che «ancora non si è vinto» e che adesso l'obiettivo è tornare a vincere le elezioni tra due settimane. Già.

Ma facciamo come se aveste già vinto: lei che cosa pensa che bisognerebbe fare per prima cosa?
«Allargare la squadra, connettersi alle altre città europee che stanno vivendo esperienze amministrative innovative. Si tratta in qualche modo di tornare alle origini, per sperimentare percorsi nuovi. E mi auguro che anche dal resto dell'Italia si guardi ora a Napoli per cercare risposte nuove anche altrove».

Napoli come laboratorio politico: una bella ambizione. Ricominciando da dove?
«Credo che l'azione amministrativa debba dare ancora più spazio alle spinte dal basso, alle associazioni, al territorio. La partecipazione popolare è già in quel 43% ottenuto dal sindaco al primo turno: questo ci da una straordinaria opportunità. Un grande obiettivo da raggiungere, secondo me, è quello di abbattere la divisione centro-periferia, in una città orizzontale, dove ogni territorio abbia la sua centralità».

Come si sfida la topografia di una città?
«Anche favorendo un'osmosi tra ragazzi di luoghi e quartieri diversi. Io, per esempio, sono nata all'Arenella: non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a Pianura. Bene, noi dal 2013 abbiamo aperto tre centri giovanili. In quello di Pianura c'è un centro di registrazione comunale, un luogo di ritrovo, dove chiunque può andare ad incidere musica. Anche questo è un modo per favorire incontri tra diverse parti di città».

Lei aveva dieci anni quando sua madre, Silvia Ruotolo, venne uccisa in strada durante una sparatoria tra camorristi. Come si affrontano, in una città come Napoli, le questioni della criminalità e dell'illegalità?
«Innanzi tutto vorrei dire che questo risultato elettorale conferma che Napoli vuole essere una città onesta, legale, che vuole costruire il suo futuro. Certo c'è stata anche un'alta percentuale di astensionismo dalle urne, segno di disaffezione e disimpegno, che è un dato che non ci piace. Ma anche l'alto tasso di denunce di irregolarità durante le operazioni elettorali è il segno che la gente si è ribellata, che vuole esprimere un voto libero e consapevole. Battere la camorra è possibile, è possibile mettersi alle spalle 150 anni di storia».

Puntando su cosa?
«Questa amministrazione ha creduto nella tenuta della bellezza della città, sapendo che questo elemento diventa uno strumento etico, culturale, ma anche di stimolo per l'economia. La città, il suo centro, la sua periferia, hanno bisogno di crescita economica. E dobbiamo puntare sui giovani: capire i loro bisogni, le loro esigenze. Domandarsi, per esempio, che cosa non hanno avuto quelli che vengono accolti tra le braccia della camorra. Una volta una carriera criminale - come quella del boss Cimmino, arrestato recentemente - si compiva intorno ai 60 anni. Ora questo avviene già a 23, 24, 25 anni. Ecco, quando un ragazzo di 20-25 anni, ricorre alle armi, spara, uccide, io mi domando: che cosa c'era per lui, nel suo quartiere, cinque anni fa? Su che cosa ha potuto contare?».

E dunque, che tipo di presenza, di intervento, è necessario nei quartieri più a rischio?
«Le tematiche giovanili richiamano una grande questione: come rifondare la città, come offrire spazi attrattivi per i giovani. Io penso che sia sbagliato scaricare sempre tutto sulla scuola. La scuola è sicuramente decisiva nella crescita, ma oltre alla scuola e alla famiglia esiste la città, lo spazio pubblico. Noi dobbiamo fare in modo che il tempo libero per tanti giovani non significhi solo bar e sala-scommesse: dunque strutture, luoghi di ritrovo, cultura. La nostra amministrazione si è mossa in questa direzione».

Passiamo ad Alessandra Clemente. Che cosa ha significato l'impegno politico - dentro le istituzioni, con ruoli di responsabilità - per una ragazza della sua età?
«L'esperienza dell'amministrazione comunale di Napoli mi ha molto cambiata. Sul piano personale mi sento davvero molto cresciuta. Ma credo anche di essere rimasta me stessa. Il sindaco De Magistris mi convinse a far parte della sua squadra quando ero alla Columbia University, ad una cattedra di ricerca sulla giustizia riparativa. Per me è stato molto importante lavorare per Napoli, una città che amo tantissimo».

Perché la decisione di entrare in politica?
«Con la mia nomina ad assessore, il sindaco ha riconosciuto un percorso collettivo: quello dei familiari delle vittime innocenti della camorra che hanno deciso di impegnarsi nel sociale. La morte di mia madre ha prodotto in me un dolore che non ha rappresentato un punto di chiusura, ma di apertura. Ho sempre pensato che non arrendermi per me volesse dire non ritenere sprecata la vita di mia madre. Attualmente presiedo la Fondazione Silvia Ruotolo Onlus e faccio parte della Fai, la federazione antiracket italiana, di cui è presidente onorario Tano Grasso».

Il suo futuro è in politica? Oppure - mettiamola così - che cosa vorrebbe fare da grande?
«Se la politica vuol dire prendersi cura della città, del territorio, allora sì, sento che il mio ruolo sia ancora quello. Ma mi sono sempre detta che una poltrona non la prescrive certo il medico. Mi sono dimessa da assessore quando sono entrata in lista, perché credo sia giusto rimettersi in discussione. E ora ci aspetta un'altra sfida».

Ultimo aggiornamento: 13:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA