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I 130 anni del Mattino: un'agorà del pensiero che da sempre ospita le grandi firme

Martedì 15 Marzo 2022 di Pietro Gargano
I 130 anni del Mattino: un'agorà del pensiero che da sempre ospita le grandi firme

Il Mattino nacque all'insegna della modernità. Perché la prima mossa di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao fu l'acquisto di una rotativa di avanguardia per l'epoca, la leggendaria Marinoni. Gli sposi fondatori sapevano che un'azienda editoriale si basa sulla bravura dei giornalisti e sul rapporto di onestà con i lettori; ma erano pure consapevoli, già in quel tempo lontano, che senza macchinari adeguati, senza accorte strategie aziendali, perfino le idee più giuste fanno poco cammino.

Ecco perché il nostro nuovo centro stampa con la nuova rotativa si riannoda al filo lungo di una storia cominciata il 16 marzo 1892: è un motivo di fierezza in più nella continuità di un'impresa napoletana.

E non solo. Il Mattino fu il primo quotidiano al mondo a proporre negli stessi giorni giorni due o più romanzi d'appendice - i feuilletons, antenati del cosidetto fogliettone a fondo pagina: il corsivo di costume -, alcuni dei quali firmati da autori illustri: Bel ami di Maupassant e I fratelli Karamazov di Dostoewskij. Fu anche un'opera di democrazia, poiché divulgò al più alto livello la letteratura popolare. 

Lo stesso nucleo dei redattori di maggiore rilievo era in linea con questa concezione di confine tra la cultura alta e bassa. Roberto Bracco, il critico teatrale, era drammaturgo di straordinario valore (avrebbe vinto il Premio Nobel, se non fosse stato antifascista), ma anche autore di largo consumo. Gabriele D'Annunzio era scrittore immaginifico, ma godeva di grande popolarità. Ferdinando Russo era sì poeta di vaglia, ma riusciva a far vibrare le corde più istintive del popolo vesuviano.

Scarfoglio si definiva liberale-moderato e antisocialista, eppure si schierò in difesa dei lavoratori e del popolo. Certo, prese parte in prima fila alle battaglie del potere politico - si sentiva potere - e ciò ha offuscato la sua immagine nel giudizio dei critici. Ciò nonostante mai rinunciò al suo orgoglio di giornalista per forza e sfidò i governanti, se lo ritenne giusto. Sedici sequestri colpirono Il Mattino dal 1896 al 1900 e quelle macchie bianche lasciate dai censori nelle pagine sono segni di coraggio. Allo spuntare del secolo nuovo la persecuzione si placò. Con i sospiri di sollievo arrivò un telegramma di Giosué Carducci: Saluto ben risorto il giornale meglio scritto d'Italia. 

 

All'inizio del 2000 abbiamo ripubblicato le copie delle edizioni di un secolo fa, dando modo ai lettori di farsi un'idea della nostra vicenda e del tempo che passa. Allora Il Mattino abitava alle spalle della Galleria, nell'angiporto oggi chiamato piazzetta Serao. Un portoncino, una scala angusta e vertiginosa e al primo piano - varcata la porta con il gallo sulla vetrata, si arrivava alla redazione frequentata dai maggiori intellettuali del Sud - non mancò Francesco Saverio Nitti -, da poeti malinconici o birbanti, da cronisti con gli attributi. Uno di loro, Giulio Fioretti, proprio nel 1900, numero del 10-11 febbraio, firmò un articolo Contro la nuova spoliazione del Mezzogiorno: venne denunciato per offese alla Camera dei Deputati.

Don Eduardo Scarfoglio scriveva i suoi fondi incendiari, talvolta schierandosi dalla parte a lui più conveniente. Donna Matilde Serao lavorava su altre sponde. Narrava vizi e virtù del bel mondo nella celebre rubrica Api, Mosconi e Vespe, senza tuttavia rinunciare a gettare sguardi accorati nei bassi senza sole, nel ventre marcio di Napoli abitato dalla gente dolente. Prima ancora di fondare Il Mattino, quand'era al Corriere di Napoli - altra nostra storica testata - aveva fulminato il primo ministro Depretis in visita alla città dopo il devastante colera. Depretis scrollando la testa di fronte a tanta miseria, mormorò Io non sapevo. Lei il giorno dopo scrisse: E no, un capo del governo ha il dovere di sapere. 

Con lo stesso piglio la Serao affrontò i suoi impegni mondani. Nei Mosconi, ed era una novità assoluta, aprì spazi alle donne. Trovò un nuovo target, diremmo oggi, ma allora l'iniziativa fu di forte impatto sociale. Si occupò di galateo, di buona cucina, di feste brillanti di luce, di diete: di tutti gli argomenti ancora oggi alla base della formula dei periodici femminili. Ogni tanto usava punte di spregiudicatezza. Ad esempio, dopo aver fornito sei ricette per dimagrire, tacque la settima e l'ottava, sconvenienti perché legate all'attività sessuale. L'ammiccante silenzio era in sé coraggioso, in quei tempi di moralismo pudico. Comprensibile il successo: in un decennio la tiratura passò da 13.000 a 33.000 copie. 

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L'inchiesta Saredo sulla corruzione a Napoli coinvolse gli Scarfoglio, ma non danneggiò il giornale. Del resto, quasi a smentire le accuse, il fondatore restò povero fino alla morte. Se aveva guadagnato, lo aveva reinvestito nel Mattino o nell'acquisto di panfili da breve crociera in cui ospitare leggiadre amanti. La separazione con Donna Matilde fu ultimata nel 1904, quando l'agguerrita oramai ex-consorte ruppe perfino i contatti di lavoro fondando Il Giorno. Nel frattempo al Mattino era arrivata la linotype, tanto perfezionata da rivaleggiare con quella del Corriere della Sera. Il nostro quotidiano, letto in tutto il paese, temuto nella Roma dei ministeri, era il più citato dalla stampa estera.

Rimasto solo, Scarfoglio continuò a scrivere che soltanto cultura e modernità possono salvare Napoli: in tutto il tempo trascorso lo slogan è stato sfilacciato dal frequente uso. Nel 1904 bollò come folclore deteriore una festa con Pulcinella. Esaltò la nomina a senatore di Benedetto Croce, suo collaboratore. Era contro la guerra, con le parole tentò d'impedire il macello del 1915-'18. La rappresaglia politica fu dura, per decreto gli proibirono di firmare sul suo giornale. Se ne andò per qualche tempo a indorarsi al sole di Amalfi.

Quando il fondatore morì, e fino al 1925, Il Mattino fu diretto da Paolo Scarfoglio, uno dei quattro figli. Il nuovo genio giornalistico della famiglia era però Antonio Scarfoglio che l'11 febbraio 1924 presentò il numero uno del Mattino illustrato, primo rotocalco a colori del mondo, uno dei tanti primati conseguiti da questa testata. Il periodico raggiunse cifre di vendita imprevedibili.

Educato alla libertà, Antonio era insofferente al regime di Mussolini. Quando fu ucciso Giacomo Matteotti ideò una copertina che sfidava la verità ufficiale su quel delitto: fece fotografare un'automobile in un bosco e ci mise sopra un enorme punto interrogativo. Arricchì nello stesso tempo il portafoglio delle pubblicazioni con Modella e Modellina, dedicate alle donne: aggiornando la formula, seguiva la strada tracciata dalla madre. 

 

Benito Mussolini decise di liberarsi della scomoda eredità di Scarfoglio e della Serao. La considerava un pericolo, nel panorama di un stampa in larga parte asservita ai suoi voleri. Nel 1925, con decisione dall'alto, Il Mattino fu affidato alla direzione di Riccardo Forster. Nel 1928, con l'intervento del Banco di Napoli, la proprietà passò alla Sem e direttori diventarono due giornalisti ben allineati, ancorché bravi: Nicola Sansanelli e Francesco Paoloni. Le belle firme non mancarono: Curzio Malaparte, Giovanni Artieri, i Bragaglia... La pagina della cultura divenne un'isola nel dilagante conformismo.

Nel 1932 arrivò Luigi Barzini, celebre e avventuroso. Restò solo un anno e mezzo, arco di tempo sufficiente a lanciare due memorabili campagne: la richiesta di donare fiori per colorare i balconi di Napoli e l'offerta di sconti per la pubblicità fatta dai negozianti che praticavano prezzi onesti.

Negli anni Trenta e all'inizio dei Quaranta si susseguirono alla direzione Vico Pellizzari, Cesare Marroni, Gherardo Casini, Arturo Assante. La terza pagina, forse la migliore d'Italia, continuò a consentire una certa libertà di opinione. Vi scrissero Alvaro, Libero Bovio, Bontempelli, Moravia, Vittorini, Rosso di San Secondo, Ungaretti, Sem Benelli, Ada Negri, Papini, Sibilla Aleramo, Alba de Cespedes. Fu il dottor Mario Musella ad allungare l'elenco dei primati: ideò e curò una rubrica fissa di medicina, la prima in Italia, tra le prime in Europa. 

Caduto il fascismo la firma del giornale toccò di nuovo a Paolo Scarfoglio e fu quasi una rivincita della storia. Durò molto poco. Il 15 settembre 1943 le pubblicazioni vennero sospese. Dal 4 ottobre dello stesso anno apparve il Risorgimento, che assorbiva tutte le testate napoletane per garantire l'informazione in un momento d'incertezza. Ne fu direttore Floriano Del Secolo, nobile figura. Gli successe lo scrittore calabrese Corrado Alvaro, il quale se ne andò perché l'azienda pretendeva di mettere da parte il caporedattore da lui scelto. Vennero poi Alberto Consiglio, altro scrittore, Raffaele Cafiero e infine Carlo Nazzaro, irpino di Chiusano San Domenico, che continuò a frequentare la redazione - figura indimenticabile: incarnazione della memoria di un giornale - fino a pochi giorni prima della morte. In questo periodo dei problemi del Sud si occupò Don Luigi Sturzo. 

Dopo sette anni di assenza Il Mattino riapparve il 9 aprile 1950, giorno di Pasqua. Lo firmava un altro gigante del giornalismo, Giovanni Ansaldo, famoso quanto discusso. L'idea di ingaggiare Ansaldo, già sostenitore del Duce ma laico irriducibile, era venuta ai cattolicissimi Aldice De Gasperi e Silvio Gava, democristiani del Nord. Speravano che una direzione in teoria non sgradita alla Napoli più nostalgica e conservatrice potesse arginare, perfino sul suo stesso terreno populista, l'ascesa del comandante Achille Lauro e del movimento monarchico (i successivi patti con Lauro non hanno rilievo in questa cronaca).

Ansaldo tentennò. In una lettera d'intenti, con testarda fierezza, pose alcune condizioni: Nessuna apologia, certo, neppure larvata del fascismo, ma, del pari, nessun vilipendio retrospettivo. Del cosiddetto regime e delle sue responsabilità storiche, parlerò, se del caso, criticamente io.

A convincerlo ad accettare, lo raccontò egli stesso, fu un venditore di tunninule a Sant'Anna di Palazzo. Dopo aver respinto l'offerta di telline si sentì dire: Nun fa niente ca nun ve l'accattate: e vulite assaggià? Si presentò con un editoriale intitolato rispettosamente «Saluto a Napoli». 

 

La gestione passò alla Cen: 51 per cento del Banco di Napoli, 49 per cento dell'Affidavit, la finanziaria della Dc. I collaboratori furono sempre importanti, di pregio. da Anna Maria Ortese a Giuseppe Marotta. Di fronte al sacco edilizio Ansaldo titolò: «Napoli cresce: in altezza». L'azienda si attrezzò per contrastare il laurismo pure sul piano della propaganda: nacque Bontà di Napoli, nel nome della solidarietà ai più poveri.

La rubrica sportiva, affidata a Gino Palumbo, diventò la migliore d'Italia, a sottolineare la crescente diffusione dello sport come fenomeno della società in movimento. Nacquero manifestazioni diventate patrimonio della città: il Giro ciclistico della Campania, il Giro podistico dei Rioni, la Settimana motonautica con la traversata Napoli-Capri di nuoto. I due settimanali Sport Sud e Lo Sport del Mezzogiorno fecero la loro parte.

Ansaldo visse un'esperienza solitaria e controversa. Pur moderato convinto, fu tra i primi a intuire la necessità di un governo di centrosinistra. Come figura umana lambì i confini del mito napoletano. Chi scrive queste righe ricorda la soggezione imposta dalle sue rare uscite nei corridoi, le leggende redazionali provocate dalla sua scrittura illeggibile (solo un linotipista sapeva decifrarla e ottenne una gratifica) su buste incollate tra di loro per risparmiare la carta. La sua fu una rifondazione. Una volta si diceva Il Mattino di Scarfoglio, poi si disse Il Mattino di Ansaldo. Da tempo i napoletani chiedono in edicola Il Mattino e basta.

A completare il progetto di Ansaldo fu il piemontese Giacomo Ghirardo, uno dei padri del centrosinistra sul versante dell'informazione. Non mancarono la reazioni. Dal 1968 all'ultimo giorno del 1972 Il Mattino subì tre attentati fascisti. Il dato di cronaca può servire a capire che anche quando la politica intervenne direttamente nell' azienda - e sono tempi da molto tramontati - Il Mattino tentò di perseguire l'interesse collettivo del Sud e del Paese. Dal 1962 il giornale si era trasferito nella sede di via Chiatamone 65. Direttore Orazio Mazzoni la gestione passò all'Edi.Me: 51 % della Rizzoli, 49% dell'Affidavit. Dopo tre mesi di pausa e una dura vertenza, le pubblicazioni ripresero il 22 gennaio 1977. Dal 1978 la direzione passò al siciliano Roberto Ciuni che affrontò la tragedia del terremoto del 23 novembre 1980. Un titolo drammatico, Fate presto, divenne un'opera di Andy Warhol, esposta al Metropolitan Museum di New York. Onorando la sua stessa tradizione - quella di Riccardo Carbone, pioniere del giornalismo - Il Mattino firmò per primo tutte le fotografie. Con Ciuni la tiratura crebbe e continuò a lievitare con l'irpino Franco Angrisani. Nell'ottobre 1985 l'Edilgolfo rilevò il 51% del pacchetto Rizzoli. 

Con il napoletano Pasquale Nonno, rimasto per otto anni al vertice, Il Mattino toccò quote primato di vendita. Erano gli anni in cui un folletto in mutande di nome Maradona compensava l'attesa dei napoletani calciando da maestro un pallone. Il resto è cronaca recente, costellato di informazione puntuale, nel mentre la proprietà era passata dal 1993 all'ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone e si definivano le nuove strategie di sviluppo e, poi, di gruppo. Alla direzione approdò Sergio Zavoli, quindi Paolo Graldi, Paolo Gambescia, Mario Orfeo, Virman Cusenza, Alessandro Barbano e, dal 2018, Federico Monga, che rinverdisce il mito di un altro direttore piemontese, Giacomo Ghirardo.

Una delle nostre caratteristiche è sempre stata quella di ospitare, in un'agorà di pensiero, grandi firme, da Luigi Compagnone a Tahar Ben Jelloun. Negli anni profonde analisi politiche, da Biagio De Giovanni a Emanuele Macaluso, dal compianto Aldo Masullo a Massimo Adinolfi, da Giuseppe Galasso a Mauro Calise. E il punto di Vespa, con Bruno Vespa. I problemi della giustizia nelle penne rigorose di Giuseppe Maria Berruti, Francesco Paolo Casavola, Giuseppe Tesauro, Francesco Barra Caracciolo, Vincenzo Maria Siniscalchi. Grande il patrimonio di lettura dei fenomeni sociali e culturali grazie a Giuseppe Montesano. E gli interventi dell'indimenticabile Luciano De Crescenzo, l'avvincente scrittura di Maurizio De Giovanni, gli scritti profondi del maestro Riccardo Muti, gli accurati contesti storici affidati alla maestrìa dei professori Franco Cardini e Alessandro Perissinotto, la visione del Sud dal Nord di Adolfo Scotto di Luzio. Il cielo stellato? È prateria per il prof astrofisico Massimo Capaccioli. Così come abbiamo letto gli acuti e divertenti aforismi di Roberto Gervaso

Dall'inizio della storia sono passati 130 anni. Non c'è più un proto padrone come Federico Liviera Zuciani, comandano i computer. Tutto è diverso, ma poiché la memoria non è inutile, questi rapidi cenni di storia servono a rammentare che Napoli fu capace di grandi slanci innovativi anche in campo industriale e di acquistare un ruolo di rilievo nel campo della comunicazione di massa. Una parte della classe dirigente della città ha sempre tentato di pilotare il futuro, di esprimere a voce alta la propria opinione. Napoli non può rassegnarsi a essere periferia, terminale di decisioni prese altrove. Fa bene ricordarlo.

Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 07:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA