Kaufmann si racconta:
«Grazie alla musica mi sento del Sud»

di Donatella Longobardi

«Amo l’Italia, amo Napoli, il vostro cibo, il vino, il caffè... posso dire di sentirmi uno del Sud». Non usa frasi fatte Jonas Kaufmann, il tenorissimo, il divo della lirica, bello e sexy, una voce unica che fa gridare al miracolo dovunque la si ascolti, dall’America del Sud (dove ha appena concluso una trionfale tournée), all’Europa e gli States dove migliaia di fan per assistere ad una sua performance live non esitano a fare file di ore al botteghino. Un carattere solare, allegro, curioso, il suo, che lo tiene sempre in bilico tra due patrie musicali, tra le radici tedesche e l’italiano imparato da bambino, in vacanza al Lido di Classe a Ravenna con tutta la famiglia. Una lingua perfezionata con gli anni, con lo studio del latino e la consuetudine ai versi del melodramma. Chiamato a scegliere tra Verdi e Wagner, tra la musica italiana e quella tedesca, confessa candidamente di non saper scegliere: «Non potrei assolutamente vivere senza nessuno di loro». I due mondi nella sua visione artistica si compensano e si completano e s’aprono alle influenze più vaste. «Mi piacciono gli stili differenti – ripete - mi piace mescolare i vari repertori». Nasce così «Dolce Vita», l’atteso album edito da Sony Classical in uscita il 7 ottobre in tutto il mondo decorato in copertina con il tricolore che il divo della lirica ha scelto di presentare a Napoli, al San Carlo durante il gala organizzato da «Il Mattino». Vecchie romanze, canzoni italiane e napoletane tra Ottocento, Novecento e squarci del Duemila, unite da un solo comune denominatore, la melodia.

È così, Kaufmann?
«Credo che in Italia, per esempio, a differenza di quanto accade in altri Paesi, si sia mantenuta una continuità nella linea melodica. Sono convinto che sia un fatto insito nella cultura italiana, come Sanremo è un punto nodale della cultura musicale italiana. Questo disco ne sarà una conferma». 
Per questo mette insieme in un mix inedito di autori come Modugno e Dalla, Leoncavallo e Zucchero, Cottrau e De Curtis?
«Ho adorato questi evergreen, brani che si ascoltavano in tempi difficili del Novecento, quando si cercava la gioia della vita a tutti i costi e certa musica aiutava a sognare. È la cultura dell’Italia che attraverso la melodia, la passione, consente di tessere un filo unico dall’Ottocento, o ancora prima, fino ai nostri giorni. Un filo che unisce l’opera lirica e la canzone napoletana e quelle canzoni scritte per grandi tenori come Lanza o Caruso, un mito assoluto! Mi spiace solo che le tecniche di registrazione ai primi del Novecento non consentono di sapere esattamente qual era la portata di una voce come la sua. Ma penso anche a Gigli, quel legato sottilissimo che sembrava un pianto mentre Caruso era più sanguigno».
Lei ha fatto un’operazione del genere con un album sulle hit a Berlino negli anni Trenta, «You Mean the World to me». 
«Sì. Un paio d’anni fa decisi di affrontare il mondo dell’operetta e di certa musica a torto ritenuta secondaria, autori come Lehàr, Stolz, Abraham, Kàlmàn. E sui social media molti gridarono allo scandalo. Eppure anche un tenore come Richard Tauber aveva affrontato certi repertori portandoli al successo e senza abbandonare l’opera e i lieder. Ebreo, esule del nazismo e morto a Londra, aveva una voce unica, per fraseggio, eleganza, dolcezza e tutti gli abbellimenti, la sua più grande fan era Marlene Dietrich. La sua ultima interpretazione fu un memorabile “Don Giovanni”, ancora più eccezionale perché cantato con un polmone solo».
Un personaggio a noi più vicino come Luciano Pavarotti fece del crossover la bandiera dei suoi ultimi anni. 
«Per carità, nessun paragone. Non può esserci un secondo Pavarotti, né un secondo Domingo o un secondo Carreras. Ascoltando davanti alla tv il recital dei Tre Tenori a Caracalla sognai di cantare anch’io quel repertorio. Ma ognuno dev’essere se stesso».
I grandi tenori del passato hanno influenzato la sua formazione?
«Molti di loro sono stati la mia colonna sonora preferita, li ho molto ascoltati, amati, ma mai imitati. Fritz Wunderlich ha avuto una grande influenza su di me, cantava con l’anima. In casa nostra, a Monaco, quand’ero giovane, la musica classica era un’abitudine. Si ascoltavano dischi, si andava ai concerti. Mio nonno Fritz, esule dalla Germania dell’Est come tutta la mia famiglia, era un grande appassionato. Suonava il piano, era un grande fan di Wagner, conosceva a memoria tutti i ruoli delle opere del “Ring”. Ero bambino e avrei avuto piacere di imparare a suonare il pianoforte anch’io, ma a cinque-sei anni preferii andare a cantare nel coro del quartiere».
A quei tempi ebbe anche il battesimo dell’opera.
«Mi portarono la prima volta a Monaco ad assistere alla “Madama Butterfly”. Sedevo in prima fila con mia sorella e i miei genitori. Restai sconvolto, emozionatissimo. Al termine ero convinto che la povera protagonista fosse morta davvero e piansi disperato fin quando non si presentò al proscenio per ringraziare: era viva! Per la prima volta provai la magia del teatro».
Da allora, comunque, la musica ha sempre accompagnato la sua vita.
«Già al liceo l’insegnante di musica si accorse che avevo una voce particolare e mi affidò parti da solista. A quei tempi ascoltavo tutta la musica, compresi il metal e il rock. La scelta difficile fu quando dovetti iscrivermi all’Università, la mia famiglia spingeva perché studiassi matematica e mi iscrissi a quella facoltà. Poco tempo dopo ebbi dei dubbi e tentai la missione al Conservatorio. Quando fui ammesso, il canto prese il sopravvento, da lì iniziò la mia carriera».
Eppure a un certo punto ha avuto la tentazione di lasciare.
«Fu dopo una poco felice esperienza allo Staatstheater di Saarbucken, nel ‘94. Ero appena diplomato, ebbi un contratto da tenore generico e cantavo di tutto. Ma venivo da un altro mondo. Sia alle superiori sia in Conservatorio tutto era organizzato in modo che lavorassimo bene sui ruoli e nulla di male potesse accadere alla nostra voce. Cantare in modo professionale in un teatro ogni giorno è di per sé un impegno importante, una prestazione sportiva e richiede, come ogni sport, una preparazione quotidiana. Ma se l’esercizio viene praticato senza il controllo di un insegnante esperto, errori e difetti non vengono corretti, si ripetono e possono essere dannosi».
Tutto questo, però, lei lo ha scoperto dopo.
«Un caro collega, il basso Greg Ryerson, accorgendosi delle mie difficoltà mi prese da parte e mi disse: “Ragazzo, io credo che tu abbia ancora bisogno di un po’ di studio. Vai dal mio insegnante, lui ti può aiutare”. E così incontrai l’uomo a cui in fondo devo tutto: Michael Rhodes. Rhodes abitava a Treviri, poco distante da Saarbucken, veniva dalla scuola di Giuseppe de Luca, uno dei baritoni di spicco degli anni ’20, cantava spesso in duetto con Caruso a Metropolitan di New York». 
Cosa le consigliò?
«Venne subito al punto: “Tu non sfrutti la tua voce naturale, canti come pensi debba cantare un tenore lirico. Smetti di manipolare la voce”. Era la prima volta che qualcuno metteva il dito nella piaga. E per me fu come una liberazione. Grazie ai suoi consigli di “allargare” la voce potevo andare avanti a cantare oltre le due ore e mezza consecutive e non era più un peso. Rhodes mi aveva dato un nuovo modo per gestire la voce».
Un domani le piacerebbe insegnare?
«È una responsabilità troppo grande. Per farlo bisognerebbe stare con i ragazzi tutti i giorni, seguire i loro progressi e correggere i loro difetti ogni volta che si presentano. Credo comunque che oggi ai giovani occorra soprattutto inculcare entusiasmo, devono capire che per affrontare questa carriera nel mondo della musica servono energia e tanta pazienza».
E il talento?
«È difficile dire se il talento basta, intendo dire se è sufficiente a fare una buona carriera. Ma non bisogna distruggere le speranze e cercare di aiutare, dare i giusti suggerimenti perché la strada spesso è irta di difficoltà e ognuno ha le sue esigenze. Oggi i giovani si sentono soli, è il paradosso del web che dovrebbe mettere tutti in comunicazione. Per questo occorre un buon maestro e non smettere mai di studiare».
Lei, ad esempio, quanto tempo passa a studiare?
«Dipende, se affronto un ruolo nuovo o se devo affrontare un personaggio che già conosco. Ora, ad esempio, preparo “Otello” con cui debutterò in primavera a Londra, una bella sfida anche se conosco molto bene il capolavoro verdiano per averlo interpretato all’inizio della mia carriera, ma in quella occasione cantavo nei panni di Cassio, peraltro una parte molto più breve anche se impegnativa».
In ogni caso, quando si prepara un ruolo, si deve tener conto delle idee del regista.
«Sì, e spesso sono idee molto positive e interessanti, però capita che oggi molti registi modifichino troppo il senso dell’opera. Non è possibile cambiare le storie, i testi dei libretti per il puro gusto di dare scandalo e far parlare di sé, non si deve mai perdere il rispetto per l’opera e per l’autore».
Ma c’è un regista che l’ha particolarmente segnata?
«Mi piace ricordare in questa occasione Giorgio Strehler. Pochi mi hanno insegnato cos’è il teatro d’opera come ha fatto lui. Ci incontrammo ai tempi in cui la mia carriera era praticamente agli esordi, era la prima volta che cantavo in Italia, il ‘97-‘98. Mi ingaggiarono per il “Così fan tutte”, l’opera inaugurò il nuovo Piccolo, ma lui non fece in tempo a vederlo. Seguiva con attenzione maniacale ogni minimo dettaglio, la sua onestà interpretativa non cozzava mai con il testo, per me una lezione importante, valida ancora oggi».
In quella occasione ci fu per lei anche un incontro che oggi la riporta a Napoli.
«Conobbi la sovrintendente Rosanna Purchia, lei allora lavorava con Strehler al Piccolo. Mi chiede da tempo di cantare al San Carlo, ma ho sempre l’agenda pienissima, sembra una follia ma ho impegni già fissati per tre, quattro anni».
Lei finora al San Carlo si è esibito una sola volta e non era famoso come lo è oggi.
«Già, era l’aprile del 2004, ero tra i solisti nel cast della “Creazione” di Haydn”, chissà in quanti lo ricordano. Presi in affitto una casa vicino a Sorrento e ogni sera andavo a Napoli in teatro, in automobile. Era il periodo di Pasqua e per me fu un po’ come stare in vacanza. Adoro quei posti! Visitai Capri, Pompei, Positano. Ebbi anche l’occasione di assaggiare la vera pastiera napoletana. In teatro con il coro si creò un legame magico».
Molti ricordano che lei cantò canzoni napoletane dietro le quinte, cosa successe?
«Alla fine delle repliche di quell’oratorio di Haydn, una musica triste, austera, fu come una liberazione! Venne da me uno del coro e mi invitò a restare per un brindisi. “Maestro – mi dissero – lei ha la voce giusta, ci faccia sentire qualcosa di bello”. E così cantammo insieme alcune tra le più belle canzoni napoletane che ho sempre conosciuto a memoria come “Torna a Surriento”. In quella occasione fu qualcuno di loro ad aiutarmi nella pronuncia del dialetto. Oggi, per incidere il disco, sono ricorso all’aiuto di un coach, chissà cosa avranno da ridire i veri napoletani...».
Lunedì 12 Settembre 2016, 10:58
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