Al Bano, come un romanzo
la vita di Mamma Jolanda

Domenica 28 Gennaio 2018 di Claudia PRESICCE

“Cara mamma, ne abbiamo passate tante, è vero. Ma siamo ancora qui a guardarci negli occhi e a tenerci la mano. Siamo due pezzi di roccia vulcanica come quella dell’isola di Lanzarote, una delle mie mete preferite…”. Jolanda Ottino in Carrisi, classe 1923, donna minuta con la forza di cento cavalli, sarta, contadina, cuoca, moglie, signora, in due parole un amore di mamma: è lei l’origine di tutto. “Madre mia. L’origine del mio mondo” scritto con Roberto Allegri è il regalo di Al Bano al più grande amore della sua vita, la sua meravigliosa mamma, oggi novantacinquenne regina della tenuta di Cellino San Marco.
Nel libro il figlio “ribelle” (che le ha dedicato anche un docufilm in due puntate che andrà in onda a maggio su Rete 4) racconta la storia straordinaria di sua madre Jolanda, ma anche una Puglia pura e antica, imbrigliata da troppe convenzioni e abbandonata da uno Stato lontano. Un favola vera cominciata nel calore della terra di Puglia, su via Squinzano a Cellino San Marco, dove poco più avanti abitava anche tal Carmelo Carrisi (il futuro sposo), e volata per il mondo dietro al successo internazionale di Al Bano, con la nuora americana che fece innamorare presto madre e figlio.

 

Jolanda, ragazzina del secolo scorso, orfana di mamma, voleva studiare, ma ad una figlia femmina consentirlo era improbabile.
«Fu una frustrazione per lei – spiega Al Bano – se avesse avuto l’opportunità di studiare, con quel bel cervello, probabilmente avrebbe avuto successo prima di me per la sua naturale predisposizione per la musica. Invece venne mandata a imparare a cucire, e andando ogni giorno alla bottega del sarto Antonino venne notata da un giovanotto che lavorava la terra e si chiamava Carmelo Carrisi».
Dopo anni di sguardi, il loro primo approccio fu nell’estate del ‘39, lei 16 anni e lui 25. Per la prima volta lui riuscì a rivolgere la parola a quella ragazza ritrosa: è una scena che racconta tutto il Sud di allora.
«La libertà era solo un sostantivo neanche troppo pronunciato. Erano tutti schiavi di pregiudizi e convenzioni per cui ognuno teneva dentro i sentimenti senza poterli esprimere. In realtà mio padre quando guardava passare questa ragazzina secca secca per anni pensava che nessuno mai se la sarebbe presa. Aveva nove anni meno di lui e cantava sempre quando camminava. Non so se fu il canto a fare l’effetto “flauto magico” o lei che cominciò a fiorire, ma nel tempo scattò in lui qualcosa di diverso e se ne innamorò».
Poi arrivò la guerra e toccò partire a Carmelo nel giugno del ’40, ma già prima di andare si erano promessi amore. Nel ’41 lui tornò con la precisa idea di fare una fuga d’amore e sposarsi.
«Mio padre trovò mille stratagemmi per allontanarsi dalla guerra, inventandosi strane malattie per poter tornare a casa, sposare Jolanda e tornare poi al fronte. Mi è sempre sembrato un amore cavalleresco con lo sposo che scappa con l’amata a cavallo, ma in realtà fuggirono su una bicicletta da una zia a San Pietro Vernotico. Mia madre durante la fuga ebbe un ripensamento, perché il gesto significava chiudere tutti i rapporti con la sua famiglia (il padre e la matrigna ostacolavano il matrimonio perché i figli più grandi non erano ancora sposati; ndr), ma lui a quel punto decise che sarebbero andati fino in fondo. E quell’uomo risoluto lei lo amò per tutta la vita e oltre».
Jolanda cantava arie d’Opera: ma dove l’aveva sentita?
«In tutta la Puglia c’erano le bande che suonavano nelle feste patronali e in particolare il maestro Ernesto Abbate, che visse a Squinzano, fece una grande rivoluzione musicale perché adattò le opere famose agli strumenti delle bande di quel tempo. Vengono da tutto il mondo ancora oggi a studiare la sua rivoluzione e i brani originali che lui stesso aveva composto, ma è un patrimonio da noi poco valorizzato. Anche io ricordo da bambino l’emozione di sentire la “musica colta” nei paesi grazie alle bande, e lei l’aveva imparata così. Ha sempre cantato, certo a 95 anni fatica a cantare “Casta Diva”, ma tutti ricordano che era bravissima».
La passione per il canto allora arriva da lei.
«Penso proprio di sì, e anche le doti naturali. L’ho sempre ascoltata entusiasta e poi ho iniziato a cantare, ma alle elementari se il maestro mi faceva cantare davanti a tutti mi sembrava di stare davanti al plotone d’esecuzione, tremavo».
Poi Al Bano, figlio ribelle, va al Nord in cerca di fortuna contro il volere dei genitori, e arrivano i primi successi importanti.
«Otto milioni di lire nel ’67 erano tanti: li mandai tutti a casa. Papà si comprò finalmente il trattore, rimorchi e tante cose che sognava da sempre. Presto ci fu il problema del suo mulo al quale era affezionatissimo e non voleva lasciarlo da solo quando dovevano viaggiare con me in America e in tutto il mondo. Dovette venderlo con enorme dispiacere, ma poi si sentì libero e con la mamma furono felicissimi di viaggiare. Una volta in Germania lui si ricordò quando era stato prigioniero e per aver rubato due bucce di patata era stato massacrato di botte. Così di fronte al ricco catering che offrivano ai miei concerti rimaneva sbalordito e continuava a chiedermi se davvero fosse tutto mio, se si poteva portare via qualcosa. Allora a Stoccarda portò cinque paesani che si riempirono tante buste di plastica e portarono tutto a casa. Poi un giorno a New York, all’hotel Plaza vicino a Central Park entrai nella stanza dei miei genitori e vidi una corda appesa da una finestra all’altra con il bucato steso! A mia madre sembrava folle dover pagare per farsi lavare i panni, fu una scena incredibile».
Nonostante il successo e le possibilità in più, Jolanda è rimasta sempre la stessa mamma parsimoniosa.
«Entrambi non sono mai stati abbagliati dal successo del figlio, non sono cambiati e hanno mantenuto lo stile di vita di chi conosce la fame e dà valore delle cose».
Anche quando arrivò “l’americana”, Romina, e si innamorò di un “bosco antico” in cui poi nacque la tenuta Carrisi.
«Sì, portai Romina per la prima volta a Cellino nel giugno del ’69 e rimase affascinata dal bosco in cui andavo da ragazzino con gli amici a giocare con la fionda e mi invitò a comprarlo. Mi sembrò una cosa strana, ma poi l’ascoltai e siccome l’amore cresceva decidemmo anche di costruire lì la nostra casa, poi arrivò Ylenia e quello divenne il luogo del nido d’amore Power Carrisi. I miei genitori si traferirono mal volentieri, perché in masseria si diceva che vivessero i massari e i pecorai, non i contadini come loro. Ma poi capirono e furono felici».
E quando videro il vino con etichetta “Don Carmelo”?
«Ricordo ancora nel ’73 l’immagine di mio padre incredulo con la bottiglia tra le mani che ricordò la promessa che gli avevo fatto prima di partire nel ’61: di avere successo, tornare e fare un vino col suo nome. Mi disse: “Puerti proprio ‘na capu te ciucciu”, che per lui era un complimento, significava che ero tenace. Ma la testa dura l’ho presa dai miei genitori che nonostante tante difficoltà hanno seguito la propria strada andando contro le convenzioni».
Romina, dopo l’esitazione iniziale, per Jolanda divenne una figlia adorata. E ci fu un rapporto imprevisto anche con Linda Christian.
«Ci sono tante cose in comune tra le nostre famiglie. I miei genitori e la madre e il padre di Romina sono nati esattamente negli stessi anni; hanno chiamato Romina così perché si sposarono a Roma, mentre mio padre dall’Albania scrisse a mia madre “chiamalo Albano che sarà la nostra fortuna”. Mio fratello e la sorella di Romina sono nati lo stesso giorno e mese. A volte sembra che il destino sia già scritto nei numeri. E queste donne, pur essendo tanto diverse, hanno trovato una comunione di pensieri e azioni. Mia madre è stata delicata nel rapporto con Romina, non ha mai invaso i suoi spazi e sono sempre andate d’accordo».
Ma è vero che Jolanda ancora oggi vede suo figlio come “sfortunato” e bisognoso?
«Sì, il suo cuore di mamma è sempre vigile, ogni tanto le devo ricordare la mia veneranda età, ma ne ha viste tante. È sempre mamma con la emme maiuscola, e anche una nonna fantastica, tipica del Sud che adora, ricambiata dai nipoti. Ma è stata amareggiata da alcuni momenti della mia vita, dalla parola “divorzio” che aveva solo letto nei libri. Ma la vita è un cavallo pazzo che dobbiamo imparare a cavalcare».
Oggi che cosa si augura per te?
«Per lei sono sempre il figlio da proteggere, a cui dire di mettere il maglione se fa freddo, da fare mangiare salvo poi dirgli che è ingrassato. C’è sempre un dialogo divertente tra noi, ma non è serena per me. Per lei il figlio minore è quello bravo e fortunato, io no. Invece io mi ritengo fortunato, ho affrontato tante cose nella vita, e ancora non finisce qui».

Ultimo aggiornamento: 20:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA