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Alessandro Rak, parlo di me: «Disegno una Napoli apocalittica per sfuggire al macchiettismo»

Sabato 6 Agosto 2022 di Angelo Carotenuto
Alessandro Rak, parlo di me: «Disegno una Napoli apocalittica per sfuggire al macchiettismo»

Quando Alessandro Rak anima e disegna i propri mondi, spesso incombe un giudizio universale. C'è un Vesuvio che erutta cenere nel suo esordio «L'arte della felicità» e pure in «Gatta Cenerentola», mentre nell'ultimo «Yaya e Lennie - The walking liberty», i suoi personaggi vivono in una specie di giungla post apocalittica. Lei è una ragazza spigolosa, lui un omone di due metri con qualche disagio psichico. Un anno dopo essere passato da Locarno come autore, Rak sta per tornare al festival in Svizzera da giurato, la sua prima volta, il certificato definitivo della statura internazionale raggiunta con i lavori per Mad Entertainment. Eppure, dice, il suo rapporto con il giudizio è pessimo.

«Alla fine si tratta di un'etichetta. È il tentativo di prendere possesso di qualcosa di più grande. A me diverte sputare sentenze. Non per offendere. È un modo per entrare in contatto con qualcuno o qualcosa che mi interessa. Ma valutare non è giudicare. Se uno si sottopone a un concorso, sa di entrare in una logica di vincitori e battuti. È un gioco per entrare in relazione con altre persone. È come una partita di Monopoli».

Il giudizio di un botteghino è invece più crudele?
«Vorrei dire che cerco di non interessarmene, ma l'affermazione è falsa quando sei dentro un meccanismo nel quale i soldi sono legati alla visibilità. Nel vedere certi prodotti al cinema, mi passerebbe la voglia di fare questo mestiere. Succede quando respiro l'aria di cose funzionali a un contesto. Mi sento dissociato. Parlo di lavori anche ben fatti, migliori dei miei, ma costruiti per dei risultati. Li chiamano prodotti. Io credo siano percorsi di ricerca, non sapere mai all'inizio dove stai andando».

Jessica Rabbit diceva: non sono cattiva, mi disegnano così. E Napoli? I mille culure o il dark. Anche Napoli ha tinte e giudizi da etichetta?
«Certo che sì. È più rassicurante ridurre a catalogo una complessità più grande e indefinibile. Mettere dei limiti o attribuire un nome, è un antico modo di possedere. Consente di illudersi che una materia non sia così ignota da sfuggirti. Ma non solo Napoli, dico ogni cosa. Per Napoli, come per tutto ciò che è fortemente caratterizzato, il discorso vale di più».

Quanta tradizione c'è nella Napoli dei suoi film?
«La tradizione costruisce le persone. Vivi in un luogo e ti riconoscono per certi aspetti che tu hai portato a saturazione. Io sono attratto di più dalla tradizione autogenerata, dal riconoscimento di un autore dentro un suo sistema di segni, anche se diversi e cangianti. Quelli ci connotano senza essere macchiettistici. È la distanza che separa l'arte dall'artigianato. Sarei annoiato dal pensiero di essere il venditore di un prodotto locale. Certo, se vivi e cresci a Napoli, tanti motivi riconducono a una aderenza alla tradizione».

È per scappare da «'O sole mio» che nel suo primo film piove sempre? È stato detto che fu pure per esigenze di budget.
«Disegnare una città affollata e vivace comportava dei costi: in termini di quantità di lavoro, di tempi e dunque di denaro. L'unico momento in cui gli abitanti di Napoli stanno in casa è quando piove. Anche un tassista per protagonista rispondeva a quella logica. È seduto, non cammina, l'animazione è ridotta alle mani e alla testa. Erano comunque esigenze di scrittura. La pioggia aderiva alla malinconia del personaggio. L'atmosfera partecipa ai sentimenti».

Perché nei suoi film c'è sempre una fine del mondo?
«Perché è un'idea inclusa nella nostra relazione con le cose. Se non ce n'è traccia, quel che si fa mi pare velleitario. Lo dico da artista e da uomo. Il Vesuvio ti ricorda che sei dentro e sei sotto qualcosa di più grande, in grado di cambiare uno scenario. Sei appeso a un filo, in una condizione di precarietà. Più ne percepisci la presenza, più ti senti coinvolto in un mistero superiore. Tutto questo processo nella scrittura mi innervosisce. È pesante inventare mondi dove accadono cose negative o tristi, ma se non lo fai, non esplori, se non esplori non affondi. Andarsi a cercare il dolore, fa parte del percorso di un artista».

Un disegnatore può permettersi di avere un colore preferito?
«Il mio è l'indaco. Indaco era il silenzio e il Grande Spirito che rallentava la brina, scacciava i corvi dalla collina: così canta Paolo Conte. Tutti gli autori visivi hanno un range in cui si muovono più spesso. È un mood. Solo che io lo trovo noioso. Lavorare a un cartone non è dipingere un quadro. A differenza di altre opere di introspezione, c'è uno sforzo di canonizzare concetti artistici dentro dei sistemi, per renderli riproducibili e condivisibili. Ogni immagine deve avere una coerenza con altre precedenti e successive. È questa già una perdita della possibilità di muoversi in totale libertà, rispetto alla relazione con un quadro».

I Rak che famiglia sono?
«Il cognome ha una genesi incerta. Mio nonno veniva da Rijeka quando si chiamava Fiume e il bisnonno aveva qualcosa a che fare con l'impero austro-ungarico. Zio Michele è un saggista, professore universitario, esperto di cultura napoletana. I miei sono architetti. Hanno insegnato all'università in un momento molto vivace intellettualmente e politicamente come il Sessantotto. Portavano in casa un'idea di terrorismo culturale. Bisognava sapere di tutto per costruire un mondo nuovo e scalzare i vecchi assetti di potere. Gran parte della mia cultura è una ignoranza con molti strumenti per l'orientamento. Nel senso che non mi sentivo predisposto allo studio, ma sono stato formato a muovermi in ambiti culturali. Il mio problema casomai era legato alla soglia dell'attenzione. Tutto quel che sono riuscito a costruire, non è venuto facendo il bravo allievo. In casa c'erano libri di ogni genere, scienze umanistiche, saggi, la musica meno, sono andata a cercarla per conto mio. Un fratello di cinque anni più grande, ingegnere informatico, ha provveduto a portare i fumetti in casa».

Quali fumetti?
«Li comprava tutti. Svuotava le edicole. Poteva non mangiare, pur di averne di nuovi. Io amavo Hugo Pratt, Frank Miller, oppure Moebius per dire un francese. Mi si riconosceva un talento nel disegno già da piccolo, del resto anche mia madre era brava e mio padre è stato a sua volta un artista per un certo periodo. Non ha mai cercato di istradarmi. In nessuna direzione. Ma era sempre vicino a me per accompagnare un'evoluzione».

Un suo personaggio nell'ultimo film chiede: cos'è l'indispensabile? Se lo domandasse a lei?
«Nulla di visibile. Nulla che sia facile da conservare. Nulla di materiale. L'indispensabilità di un oggetto è solo una percezione. È la cosa a cui devi restare incollato. Quello che ti muove. Il segreto di ciò che ti muove. Per sintesi e convenzione, qualcuno potrebbe dire: l'amore. Quella cosa che più ne stai lontano, più sei perduto».

Rak, qual è stato per lei il giorno del giudizio più atteso?
«Ho fatto l'orale all'esame di maturità nello stesso giorno del test di ammissione al concorso per regia d'animazione al centro sperimentale. Prendevano cinque persone. Ricordo l'Alfa 33 rossa di mio padre lanciata in autostrada verso Roma per la prova di storyboard e l'esame di teoria del cinema al mattino. Uscimmo e tornammo di corsa verso il liceo a Napoli. Al centro sperimentale accettarono di farmi anticipare la prova, fui il primo, mentre alla maturità non vollero spostare la data. Mi è sempre parso il segno di una imbecillità italiana, in cui la scuola voleva affermare la sua centralità negando a un ragazzo un percorso lavorativo. Spero non sia diventata sistemica». 

Ultimo aggiornamento: 7 Agosto, 09:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA