«Io, Aristoteles, volevo diventare come Pelé e ho fatto gol con Canà»

Domenica 28 Giugno 2020 di Bruno Majorano
Urs Althaus è un nome che forse pronunciato così può dire poco. In Italia, infatti, è meglio - molto meglio - noto come Aristoteles, icona cinematografica e pallonara degli anni '80, il centravanti brasiliano scovato dal nulla che salva la Longobarda di Oronzo Canà all'ultima giornata nelle scene de «L'allenatore nel pallone», film cult di 36 anni fa. Ma Urs Althaus (oggi 64enne) ha vissuto molte vite. Ecco perché ha deciso di raccontarsi in un'autobiografia - «Io, Aristoteles, il Negro » - andando oltre il film e che verrà ripubblicata da Bibliotheka edizioni il prossimo 7 agosto con prefazione di Ciccio Graziani, l'ex bomber campione del mondo e suo compagno di lavoro sul set.
 

Lei ha vissuto tante vite: attore, modello e anche calciatore, non solo al cinema.
«Ho giocato nelle giovanili del Basilea e con lo Zurigo».

Poi cosa è successo?
«Mi sono rotto la spalla e quell'infortunio mi ha rubato il sogno. Da piccolo volevo solo essere come Pelè».

Alla fine è diventato famoso proprio come calciatore, ma grazie a «L'allenatore nel pallone».
«È stata la chiusura di un cerchio. Sergio Martino, il regista, mi invitò per un provino. Chiese se sapessi giocare a calcio e risposi di sì. Non ci credeva, così iniziai a palleggiare. Preso».

Suoi colleghi sul set tanti calciatori professionisti.
«C'erano Graziani, Ancelotti, Pruzzo e tra una scena e l'altra mi invitavano a giocare con loro».

Ancelotti le diede anche un paio di consigli...
«Durante il film dovevo calciare una punizione dal limite. Al regista dissi che volevo batterla in diretta, ma avevo solo 3 tentativi. Ancelotti mi consigliò la tecnica per prendere la ricorsa e tirare meglio. Dopo due tentativi: gol».

L'aneddoto più bello del film «L'allenatore nel pallone» secondo Aristoteles?
«All'epoca stavo girando Arrapaho e alla fine delle riprese mi vennero a prendere con una macchina della produzione: c'erano Lino Banfi, Sergio Martino, Gigi e Andrea e partimmo direttamente per il Brasile. Il copione l'ho studiato in aereo durante il viaggio».

La sua carriera da attore, però, doveva iniziare facendo l'amante di Sofia Loren in un film di Lina Wertmuller e invece?
«Incontrai Lina a New York per caso: era la mia vicina ma io non sapevo che fosse una famosa regista. Un giorno mi incontra e mi chiede di fare un film con lei. Feci anche tutte le prove dei costumi a Cinecittà ma poi il Banco Ambrosiano fallì e saltarono le riprese. Con la Loren non ci siamo mai incontrati».

Lei veniva dalla moda: il primo uomo di colore a finire sulla copertina di «GQ».
«Era il 1977 e nessuno ci poteva credere. Da quel momento ho sfilato su tante passerelle, anche a Napoli per Gucci».

Ma torniamo al calcio: oggi chi le piacerebbe vedere sul set?
«Cristiano Ronaldo ha una bella faccia da attore».

Calcio giocato: che ne pensa di quello di serie A?
«Seguivo molto il Napoli c'era Ancelotti perché sono ancora molto legato a lui. Mi sarebbe piaciuto giocare in serie A. Magari a Napoli, chissà».

Ma oggi cosa fa Aristoteles?
«Vivo nella mia Svizzera e non ho mai smesso di fare l'attore. Spesso mi chiamano come guest star in alcune pellicole straniere. Sono diventato imprenditore e avrei dovuto produrre il Guglielmo Tell in Svizzera ma è saltato tutto a causa del virus».

Eppure avrebbe potuto tornare a giocare a calcio...
«Quando vivevo a New York andai diverse volte a vedere i Cosmos. C'erano Beckenbauer, Pelè, Chinaglia, e un giorno Franz mi chiese se volessi provare a giocare con loro, sapeva del mio passato allo Zurigo. Ma rifiutai. Lavoravo come modello, guadagnavo bene, non me la sentivo di ricominciare. Tornando indietro, però, forse accetterei».  © RIPRODUZIONE RISERVATA