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Cannes 2022, Marco Bellocchio porta «Esterno notte» in anteprima mondiale: «Aldo Moro era più avanti di tutti»

Martedì 17 Maggio 2022 di Titta Fiore
Cannes 2022, Marco Bellocchio porta «Esterno notte» in anteprima mondiale: «Aldo Moro era più avanti di tutti»

«Che cosa c'è di folle nel non voler morire?»: prigioniero nel covo delle Brigate Rosse Aldo Moro è solo, disperato. Sa che il suo tempo sta per finire, che il partito della fermezza ha vinto e che da quel processo non uscirà vivo. «Che cosa c'è di folle nel non voler morire?» gli fa dire Fabrizio Gifuni che lo interpreta con un'adesione stupefacente. A 44 anni dal rapimento del presidente della Dc che sconvolse l'Italia e ne cambiò gli equilibri politici, Marco Bellocchio torna su quei tragici fatti già affrontati nel film «Buongiorno, notte» con una serie potente in sei episodi che moltiplica la prospettiva della narrazione. In «Esterno notte», in anteprima mondiale a Cannes come evento speciale e poi nelle sale con Lucky Red in due parti, da domani e dal 9 giugno prima della messa in onda in autunno su Raiuno, non c'è solo il punto di vista di Moro, vissuto dall'interno del dramma, ma anche quello di chi era fuori e ne è stato comunque travolto: sua moglie Eleonora (Margherita Buy), Papa Paolo VI (Toni Servillo), Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi), i brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci (Daniela Marra e Gabriel Montesi) e i notabili della Dc, da Andreotti a Zaccagnini, che condussero senza esito la trattativa. 

«Con un approccio meno ideologico rispetto al film, mi sono concentrato sugli accadimenti che nei 55 giorni del rapimento si susseguirono fuori» dice il regista, 82 anni di energia e di progettualità: «Non mi chiedo quanto sia attuale questa storia, mi fido del mio istinto. Per il quarantennale sono usciti libri e documenti, ho letto tante cose e mi ha colpito la fotografia di Moro al mare, sulla spiaggia di Maccarese, in giacca e cravatta in mezzo a tanti bambini vocianti. Ho pensato che potevo contribuire a fare luce su un personaggio e su un'epoca. Non voglio perdonare tutti, ma non provo odio per nessuno». E a Maria Fida Moro, per la quale tornare su una ferita ancora aperta equivale a «una tortura», preferisce non replicare: «Capisco il dolore e lo rispetto, lei pensa che del padre nessuno debba parlare. Io non sono d'accordo e ritengo il memoriale di Aldo Moro una fonte incredibile di ispirazione». Che cosa può insegnare quella tragedia collettiva? «Non mi sono posto il problema di parlare alle nuove generazioni, i fatti storici parlano da soli. Ma di una cosa sono certo: per i giovani di allora la politica era una questione totalizzante, oggi la si vive in un modo diverso, con più distacco». Forse perché è cambiata la statura degli uomini politici? «Lo si dice sempre, magari tra trent'anni lo si dirà anche di Di Maio, di Conte e di Draghi. È la distanza del tempo che ce lo fa credere. Vale per tutti, tranne che per Moro. Lui ha dimostrato di essere più avanti di tutti, era un vero riformista e le cose che ha ardito fare le ha pagate con la vita». 

Nel doppio finale c'è spazio anche per la speranza di ritrovare vivo lo statista democristiano («mi ha molto ispirato il memoriale di Moro e quel passaggio misterioso in cui ringrazia le Br per avergli salvato la vita»). Poi la scoperta del corpo nel bagagliaio della Renault Rossa parcheggiata a via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista, e i funerali di Stato senza la bara. Gifuni: «Fu lo stesso Moro a chiederlo in una delle sue ultime lettere. Sottrarsi al rito pubblico fu il suo modo estremo di difendersi. Quei funerali sono stati il simbolo di un potere al collasso». L'attore aveva già interpretato Moro in teatro nello spettacolo «L'irridente silenzio»: «Il titolo allude al modo in cui venivano accolti gli scritti che filtravano dalla prigione, ma riguarda l'intero Paese e la rimozione collettiva di una pagina tanto tragica». Toni Servillo restituisce a Paolo VI il suo tormentato carisma: «Non ho guardato alla figura storica, mi interessava dare corpo alla profonda dimensione conflittuale vissuta da questo Papa tra la misericordia e il senso di responsabilità. Bellocchio non si limita a raccontare, regala allo spettatore un'esperienza conoscitiva con un'autonomia di pensiero. Ed è l'aspetto del suo cinema che mi affascina di più». 

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Margherita Buy è tagliente nel dolore trattenuto di Eleonora Moro, la moglie tante volte trascurata per gli impegni politici, Fausto Russo Alesi è un Cossiga lacerato dai sensi di colpa che lo piegano nel corpo: «Un personaggio sfaccettato nel suo muoversi tra i mondi del reale e dell'immaginazione, Marco mi ha guidato in un grande e potente viaggio attorale». E in un cammeo che rimanda alla tecnica del film nel film c'è anche Ruggero Cappuccio, nei panni di docente universitario che mette in scena con i suoi studenti la storia del rapimento. Prima di «Esterno notte» Bellocchio racconta di aver pensato di trarre un film dal libro della Faranda «Nell'anno della tigre», «ma lei aveva una certa reticenza, voleva il controllo, oggi forse sarebbe andata diversamente». Con i produttori Lorenzo Mieli per The Apartment (gruppo Fremantle), Simone Gattoni e Rai Fiction ha fatto la sua prima, felice esperienza nella serialità e ci scherza su: «Vista l'età, la prima e penso l'ultima». 

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