Ciro Di Marzio «l'immortale» è vivo: «Ecco perché non lo uccide nessuno»

Mercoledì 13 Novembre 2019 di Titta Fiore

Ciro Di Marzio è vivo. E tutto ricomincia da quel colpo di pistola che l’amico fraterno Genny Savastano fu costretto a sparargli nel petto, su una barca in mezzo al mare nella notte nera di Napoli. La clamorosa novità, rivelata dal trailer del film «L’immortale», rincuora le schiere di fan del personaggio interpretato da Marco D’amore che non si erano mai rassegnati alla sua tragica uscita di scena, e rimescola completamente le carte della serie «Gomorra». Alla fine della terza stagione, il sacrificio di Ciro che rinuncia alla vita per proteggere l’amico d’infanzia dalla vendetta dell’alleato Sangue Blu, sembrava aver chiuso i giochi, lasciando a Genny il rimorso e l’orrore della sua logica criminale. Ora il film scritto e diretto dallo stesso D’Amore, in uscita il 5 dicembre nelle sale, ribalta la prospettiva e apre nuovi filoni narrativi. 

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Il corpo dell’Immortale si inabissa nelle acque scure del golfo di Napoli, ma l’uomo respira ancora. Nel trailer pubblicato da Fanpage si sente la sua voce fuori campo: «Nella vita non devi aver paura di niente, nemmeno di morire». E poi lo si vede su una barella, o su un tavolo operatorio, sporco di sangue e con la stessa giacca di pelle beige indossata nel gran finale, mentre chissà chi commenta sul primo piano del suo volto sofferente: «Allora è vero quello che si dice, l’Immortale non lo uccide nessuno».
 


Che cosa accadrà dopo quei momenti concitati, se Ciro Di Marzio riuscirà davvero a scamparla e a rimettersi in piedi, o se queste immagini rimandino a una sorta di drammatico flashback della sua mente ferita a morte, non si può ancora dire con certezza. Ma tutto lascia presagire che l’Immortale sia tornato per riprendersi «quello che è suo», come dicono dalle parti di «Gomorra». Lo stesso D’Amore, senza spoilerare nulla, aveva comunque precisato che il suo film sull’infanzia di Ciro avrebbe fatto da ponte di collegamento tra la quarta serie e la successiva (in onda nella prossima primavera su Sky). Non un prequel, ma una storia a se stante, comprensibile anche a chi non avesse mai visto un episodio della fiction venduta in tutto il mondo: «Per la prima volta il cinema e la televisione dialogheranno», aveva detto, «il nostro lavoro creerà un precedente». 

E dunque. Nel montaggio frenetico del trailer ecco Ciro bambino, stessa felpa col cappuccio, stessi occhi brucianti. Dal racconto fatto da Genny Savastano a Sangue Blu si sa che è nato il giorno dei morti, unico sopravvissuto al crollo di un palazzo alla periferia di Napoli durante il terremoto del 23 novembre del 1980. Orfano a ventuno giorni. Un predestinato. Lo interpreta Giuseppe Aiello, dieci anni di talento, di Scampia. Ancora Marco D’Amore: «Imbattersi in lui è stato come incontrare il bambino totale. Il Superbambino di Scampia. Ha le qualità e la malinconia di sapere che, rispetto a certi sogni, dovrà abdicare: e questo non è accettabile. Perché appena metti questi bambini a contatto con la bellezza li vedi cambiare». Seguendo il suo lavoro, l’attore-regista è stato dodici anni lontano da Napoli: «Sono tornato per girare “Gomorra” e mi sono imbattuto nei bambini, che sono lo specchio preciso della città. Hanno vitalità, intelligenza sorgiva, una capacità di stare al mondo e di districarsi tra i problemi della vita che mi commuove. Penso a una battuta di Robert De Niro nel film “Bronx”: che peccato il talento sprecato. E in tanti casi è così...». Il piccolo Ciro, nel trailer, è così. Sbandato, marginale, crudele. E così cresce, senza redenzione, scalando le gerarchie criminali, pronto a tutto e al fianco di nessuno, portandosi dentro una ferita incancellabile. Questo si vede nel trailer. Si vede un morto che cammina lungo le rotte del contrabbando prima e del narcotraffico poi, gestendo loschi affari fino alle nuove piazze dell’Europa dell’Est, mentre intorno gli divampa l’ennesima guerra di camorra. 

Nei panni di Ciro l’Immortale, Marco D’Amore ha portato sullo schermo un personaggio chiave di quel potente affondo nelle contraddizioni della città che è la narrazione di «Gomorra», facendone una figura di complessità scespiriana. Ora riannoda i fili, senza paura di confrontarsi, ancora una volta, con il difficile rapporto tra la cronaca e la sua rappresentazione drammaturgica. I personaggi di «Gomorra» fanno una vita di schifo e alla fine muoiono. Funziona così. Ma succede che Ciro ritorni, e la cosa promette di non essere una trovatina come nel caso di Jon Snow del «Trono di spade». Ciro torna, probabilmente, perché la vera condanna di certe vite perdute è viverla, quella vita.

Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 10:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA