Mostra del cinema di Venezia, Konchalovsky fa il pieno di applausi: «Il potere? Conserva sé stesso»

Martedì 8 Settembre 2020 di Titta Fiore

VENEZIA - Andrej Konchalovsky porta alla Mostra la storia di uno sciopero operaio soffocato nel sangue in una fabbrica di locomotive di Novocherkassk, nell'Unione Sovietica di Kruscev. Ventisette persone persero la vita sotto i colpi dei cecchini, ottantasette i feriti di quel massacro. L'episodio, accaduto nel 1962, venne secretato fino agli anni Novanta. Racconta il regista: «Tutto era finito in un buco nero, io stesso ne sono venuto a conoscenza nel 91, dopo Gorbaciov e ho attinto a molti resoconti stenografici dell'epoca. Mi chiedevo: ma chi lo vedrà mai?». Invece «Cari compagni» ha avuto molti consensi e applausi in tutte le proiezioni. Girato in un suggestivo bianco e nero, il film ha come protagonista la talentuosa moglie del regista, Julia Vysotskaya, nel ruolo di una funzionaria di ferro che scopre le aberrazioni del regime sulla propria pelle, quando la figlia coinvolta nelle proteste scompare nel nulla. E riporta la politica, con le sue derive autoritarie e le sue crisi di sistema, al centro del dibattito. «La storia procede per cicli ed è fatta di alti e bassi» continua il regista. «Va detto che lo sviluppo non è mai lineare e quindi è molto probabile che, dopo il Covid, l'autunno sarà caldissimo, non solo in Europa ma nel mondo. In ogni caso io non ho voluto girare un film d'impegno civile, ho raccontato un fatto storico. Una cosa però è certa: il potere ha un solo obiettivo, conservare se stesso».

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Già vincitore al Lido di un Gran premio della giuria per «La casa dei matti» e di due premi per la regia (per «The Postman's White Nights» e «Paradise»), Konchalovsky torna in concorso con la serenità di chi non ha nulla da perdere. Durante la quarantena non si è fermato mai: «Ora sto raccogliendo in un documentario i video girati con il cellulare dalla gente comune, una vera e propria panoplia di tipi umani che intitolerò Lockdown alla russa. Credo che verrà fuori una cosa divertente. I russi sono famosi per non rispettare le regole, un po' come i napoletani». Sul futuro del cinema, però, non è molto ottimista: «Il cinema è un'arte collettiva per definizione, quando lo si fa sul set e quando lo si vede tutti insieme nella sala buia. Ma temo che saremo portati a guardarlo sempre di più dal nostro letto, da soli. E ancora di più temo per il teatro: non si può fare teatro chiusi in casa». Rispetto agli anni Sessanta che ha raccontato nel film, la disillusione sociale è tanta, ma il regista è preoccupato soprattutto dalla rete: «La mente umana è stata distrutta da Internet, completamente. La rete non viene utilizzata per educare, ma per vendere dei prodotti. La gente è travolta da un mare di informazioni che banalizzano la verità, non c'è più confine tra vero e falso. Se non ci fosse stato Internet il lockdown sarebbe stato perfino utile, perché ci avrebbe imposto una pausa di riflessione. Un tempo la gente scriveva lettere e leggeva Tolstoj, Stendhal, Cechov. Oggi si scrive al massimo un messaggino: Mi sono tagliato i capelli, e ciao, fine».
 


In collegamento da Rio de Janeiro parla di diritti e libertà sotto minaccia Caetano Veloso, protagonista dell'evento speciale «Narciso em Ferias», e ricorda i 54 giorni di carcere patiti sotto la dittatura militare brasiliana nel 1969 con il pretesto di aver cambiato le parole di una canzone: «Un racconto rimasto per tanto tempo segreto e che mi ha sopraffatto per l'emozione». Oggi, dice uno dei padri del Tropicalismo, «dietro una parvenza di democrazia c'è una minaccia più subdola che tenta di impedire la circolazione delle idee e l'affermazione dei diritti. Per la cultura è difficile incidere, in più, con il Covid, il tentativo di controllo è totale». Da Roma, dove sta girando il sequel di «Come un gatto in tangenziale», si collega invece Paola Cortellesi, per accompagnare il passaggio alle Giornate degli Autori del documentario di Peter Marcias su Nilde Iotti nel centenario della nascita. Dice: «Questo film è un documento prezioso non solo per ricordare il coraggio e il lavoro esemplare di una grande donna, ma per far conoscere alle nuove generazioni le battaglie che sono alla base dei loro diritti, ed è un invito a non darli per scontati e a difenderli, quando è necessario».

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