Festival del cinema di Venezia, arriva Guadagnino: «Ferragamo un outsider nel sogno americano»

Lunedì 7 Settembre 2020 di Titta Fiore

VENEZIA - È davvero degna di un film hollywoodiano la storia di Salvatore Ferragamo, il ragazzo povero in canna ma bravissimo a fare le scarpe che agli inizi del secolo scorso partì da un paesino dell'entroterra irpino, Bonito, per conquistare il mondo e a Los Angeles divenne un divo dello stile tra i divi del cinema. Luca Guadagnino l'ha raccontata in un sontuoso documentario di due ore, «Salvatore, Shoemaker of Dreams», che ha presentato ieri alla Mostra fuori concorso insieme con il corto «Fiori, Fiori, Fiori!», girato durante il lockdown in un viaggio in auto da Milano a Canicattì, dov'è cresciuto e dove è andato «a bussare con un'emozione rigenerante» alle porte di persone care della sua adolescenza. «Solo dopo mi sono reso conto che sono entrambi film sulla figura del padre», dice il regista di «Chiamami col tuo nome», ora al lavoro sul seguito di quel film di culto che lo ha portato alle soglie dell'Oscar e ne ha fatto vincere uno per la sceneggiatura a James Ivory.

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L'idea di realizzare un documentario sulla straordinaria epopea di Ferragamo è stata sua. Ed è stato lui a proporla ai figli e ai nipoti del designer che gli hanno spalancato le porte del palazzo di famiglia a Firenze, e aperto i faldoni dell'enorme archivio. Salvatore, il calzolaio dei sogni, era consapevole del suo valore e conservava tutto. Molti documenti li ha riversati nell'autobiografia che ha fatto da fil rouge per il regista e in America aveva imparato l'importanza dei brevetti, registrandone migliaia. «È stato un pioniere della sostenibilità, nel dopoguerra mancante di tutto ha utilizzato materiali all'avanguardia come il sughero, la rafia, il cellophane, la corda» racconta la figlia Giovanna, «Ha fatto con intelligenza di necessità virtù e ha lasciato un segno nel mondo della moda di cui andiamo orgogliosi».
 


La leggenda vuole che il giovane Salvatore realizzasse le sue prime paia di scarpe in una notte, per le sorelle che il giorno dopo avrebbero dovuto fare la comunione. In premio ottenne di trasferirsi a Napoli, per andare a bottega da un calzolaio esperto, e le immagini in bianco e nero dei primi anni del secolo scorso restituiscono il fascino pittoresco della città dei vicoli e quella delle ville eleganti lambite dal mare di Posillipo che agli occhi del ragazzo venuto da Bonito dovevano sembrare irragiungibili. Ben altri obiettivi avrebbe raggiunto, invece, disegnando modelli iconici e attuali ancora oggi per le massime celebrità della Mecca del cinema: scarpe eleganti e comode, diceva, «perché non esistono brutti piedi, ma solo calzature sbagliate». Amico di Rodolfo Valentino e Mary Pickford, di Charlie Chaplin e di Marilyn Monroe (per lei realizza le mitiche decolleté rosse tempestate di cristalli che sono ancora in produzione), contribuisce a costruire l'immaginario hollywoodiano. Ma non esita a tornare in Italia, quando le cose cominciano a non girare per il verso giusto. Commenta il regista: «Ferragamo non aveva paura di rischiare e non si è mai dato per vinto. Tutti coloro che abbiamo intervistato hanno sottolineato la sua grandezza e la sua umiltà creatrice. Ha vissuto fuori dal coro, come un outsider, e in questo mi sento un po' come lui».

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Per Guadagnino il legame con la moda è ancestrale: «Ho imparato ad amarla guardando il guardaroba di mia madre e di mia zia, penso che abbia la capacità di anticipare i desideri, persino di crearli. Per me la moda ha a che fare con la forma e l'identità. Ma oggi, con la dittatura del cambiamento, è diventata anche altro, qualcosa su cui bisognerebbe riflettere». Perché in questa occasione ha scelto il linguaggio del documentario? «Perché per la fiction la moda non si può filmare, il cinema non ha le risonanze immaginifiche per competere con il suo linguaggio». A metà settembre sarà presidente di giuria al Festival di San Sebastian, dove presenterà la sua prima serie tv, «We are who we are», dal 9 ottobre su Sky. La pandemia cambierà il mondo dell'audiovisivo? «Stiamo combattendo a mani nude contro chi vede solo un futuro di streaming, mentre io sono tra quelli che sostengono il primato dell'emozione condivisa nella sala buia. Certo, il rapporto con la creatività non è lo stesso, ma mai come ora c'è bisogno di storie». 

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