Festival di Venezia 2020, poker italiano e meno glamour

Mercoledì 29 Luglio 2020 di Titta Fiore

In un anno eccezionale, la Mostra si reinventa, facendo i conti con le limitazioni imposte dai protocolli anti-Covid ma cercando di non perdere le proprie caratteristiche di prestigiosa vetrina internazionale. Dunque, la selezione presentata ieri dal direttore Alberto Barbera e dal neopresidente della Biennale Roberto Cicutto (2-12 settembre) sarà più snella di quella degli anni precedenti, però di poco, «diciamo un dieci per cento di titoli in meno». E per niente autarchica. La struttura e le sezioni restano intatte (manca solo Sconfini, ma era già stato annunciato), i film in gara scendono a 18, gli italiani in lizza sono quattro (ma a pieno regime, precisa Barbera, nell'elenco non avrebbe sfigurato un quinto, «Assandira» di Salvatore Mereu, ora collocato fuori concorso). E gli americani? Quasi assenti, per causa di forza maggiore: «Mancano quei tre o quattro blockbuster che di solito catalizzano l'attenzione, per il resto non vedo grandi differenze rispetto al passato. E forse nei prossimi giorni qualche altro titolo dagli Stati Uniti arriverà».

Travolta dalla pandemia l'industria hollywoodiana («la più impanicata», ammette il direttore, con set bloccati e sale chiuse), porte aperte al cinema europeo, mediorientale, africano, asiatico e, naturalmente, alle produzioni di casa nostra. Nella sezione principale ci sono «Le sorelle Macaluso» di Emma Dante, dall'omonimo spettacolo teatrale della regista che torna a Venezia sette anni dopo il felice esordio di «Via Castellana Bandiera»; «Miss Marx», il biopic dedicato alla figlia dell'autore del «Capitale» da Susanna Nicchiarelli; «Padre nostro» di Claudio Noce prodotto e interpretato da Pierfrancesco Favino, sugli anni di piombo; e «Notturno», probabilmente il titolo più atteso del poker, che il Leone d'oro Gianfranco Rosi ha girato nel corso di tre anni trascorsi tra Siria, Iraq, Kurdistan e Libano per raccontare la drammatica quotidianità di chi vive lungo un confine devastato dalle guerre. Completano l'elenco il film d'apertura, «Lacci» di Daniele Luchetti, e quello di chiusura, «Lasciami andare» di Stefano Mordini. Non è una sorpresa l'assenza di «Tre piani» di Nanni Moretti, slittato di un anno e già pronto per Cannes 2021. Ancora Barbera: «Rispetto le decisioni e non vado a sindacare scelte comprensibili e giustificabili. Viviamo una situazione senza precedenti da ogni punto di vista». Ma certo, ragiona in generale il direttore, lasciare le sale che devono essere rilanciate senza prodotti di qualità per un lasso di tempo così lungo, non sembra essere la migliore delle strategie.

Poco più di sessanta i titoli in cartellone, tra gli autori in concorso otto sono donne e anche i Leoni d'oro alla carriera, quest'anno, saranno declinati al femminile e festeggeranno l'attrice Tilda Swinton e la regista di Hong Kong Ann Hui. Per gli Stati Uniti scendono in campo «Nomadland» di Chloé Zhao con Frances McDormand e «The World to Come» di Mona Fastvold, con la nuova diva Vanessa Kirby, per la Francia c'è «Amants» di Nicole Garcia, per la Russia «Dear Comrades» di Andrei Konchalovsy, su uno sciopero operaio all'epoca di Breznev represso nel sangue, per il Giappone «Wife of a spy» di Kiyoshi Kurosawa, per Israele «Laila in Haifa» di Amos Gitai, girato nei locali notturni della città, dove s'incontrano israeliani e palestinesi. E poi, tra gli altri, la fantascienza distopica di Michel Franco («Nuevo orden»), le visioni oniriche di Hilal Bayadarov («In Beetween Dying»), il primo film americano di Mundruczó («Pieces of a Woman», anche qui c'è la Kirby). Anche nelle altre sezioni, tra fuori concorso, Orizzonti e No Fiction, molti titoli interessanti, con il ritorno di Abel Ferrara («Sportin' Life», con l'amico Willem Dafoe), l'indagine sui serial killer Usa del premio Oscar Gibney («Crazy not insane»), il docufilm su Greta Thunberg di Nathan Grossman, la riflessione di Andrea Segre sul lockdown («Molecole»), previsto in preapertura, il film intervista a Caetano Veloso («Narciso em férias»), il confronto tra Orson Welles e Dennis Hopper sul set di «The last movie», la nuova commedia del regista di «Notting Hill», Roger Michell («The Duke», con Helen Mirren), l'opera prima «eccentrica e coraggiosa» di Pietro Castellitto, «I predatori», «Mainstream» di Gia Coppola (nipote di Francis) e «Guerra e pace» di Martina Parenti e Massimo D'Anolfi, già autori del discusso «Spira Mirabilis», neanche a dirlo «inattesi e sorprendenti».

Prenotazione obbligatoria alle proiezioni (per facilitare il tracciamento), i posti a sedere scendono da seimila a quattromila, ma ci sono le sale decentrate, il budget sale a circa 15 milioni di euro (più costi e mancati ricavi dalla vendita dei biglietti). Cicutto: «Necessario il senso di responsabilità in ciascuno di noi, sperimentiamo un nuovo modo di convivere, la Mostra sarà un grande laboratorio per tutti». Il tappeto rosso non mancherà, e così i photocall, ma con distanziamento. Il glamour sarà molto limitato, ca va sans dire: «Contingentato e a regime». Previsto un evento con Cannes, confermati gli sponsor, Kate Blanchett sarà presidente di giuria. Preoccupati dai numeri sui contagi di questi giorni? Barbera: «Ormai siamo abituati a queste fluttuazioni costanti, ci sentiamo relativamente ottimisti». 

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