«Il caso Pantani», Marco Palvetti da Salvatore Conte al Pirata: «E ora spero sia fatta giustizia»

Mercoledì 14 Ottobre 2020 di Alessandra Farro

A sedici anni dalla scomparsa di Marco Pantani, il film che racconta la vita e la fine del Pirata, “Il caso Pantani – ricostruzione di un omicidio”, diretto da Domenico Ciolfi. Un film a metà tra l’inchiesta e il thriller, drammatico e riflessivo, puntuale nella ricostruzione storica della vita che vede Marco Palvetti nel ruolo del ciclista. Al cinema soltanto dal 12 al 14. Qui il trailer. 

Ha dovuto fare un doppio studio sul personaggio: il suo lato umano e quello da sportivo?
«Credo che a qualsiasi ruolo un attore si interfacci debba comunque studiare il lato umano e professionale in senso largo del personaggio. Poi, parlando invece del rapporto con il proprio corpo qualsiasi sia l’attività che impiega la persona c’è sempre una capacità di relazionarsi al proprio fisico in una certa maniera. Ad esempio, una persona che si butta via, avrà un rapporto deleterio con il suo corpo, allo stesso modo uno sportivo lo coltiva come un tempio».

Cosa l’ha aiutata a ricostruire il carattere di Pantani?
«Molto è venuto fuori dai luoghi in cui ha vissuto Marco e che io ho ripercorso. Ho incontrato anche le persone a lui care, come la madre, il padre e i suoi amici più intimi. È stato fondamentale per me dare al personaggio delle radici profonde, mi ha consentito di entrare in quello che era il suo mondo romagnolo e nel suo linguaggio. Per me il minimo che bisogna fare per interpretare veramente un personaggio è dargli corpo e anima, vivendolo».

Credi che il film possa essere utile a risvegliare l’opinione pubblica sul caso?
«Potrebbe, se ci fosse stato un lavoro mediatico più forte alle spalle e il fatto che sia nelle sale solamente per tre giorni, oggi è già l’ultimo, sicuramente non giova. Il mondo di Pantani era estremamente fragile, hanno detto che lui si dopava e che era questa la causa della sua morte, nel film traspare facilmente che non è andata in questo modo e credo se ne dovrebbe parlare di più. L’attualità del film su Marco sta qui, visto che è una dinamica che si ripropone diverse volte: perché nessuno ha parlato? Perché se c’era chi sapeva la verità non l’ha detta? Le persone non parlano e si trascinano dietro per tutta la vita quel senso di colpa suscitato dalla domanda: e se avessi detto la mia? Le notizie sono differenti dalla realtà a volte e l’onestà dovrebbe essere ricordata come il valore più grande dentro di noi». 

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