Pedro Almodovar torna a Cannes: «Il cinema ci salva la vita»

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di Titta Fiore

CANNES - Pedro Almodovar e Antonio Banderas l'uno di fronte all'altro come in uno specchio. Il regista e il suo attore feticcio. O meglio, il regista e il suo alter ego, uniti nel nuovo film dal filo d'acciaio dei ricordi e della vita vissuta. Con «Dolor y Gloria», che in Spagna è stato accolto da recensioni entusiastiche e in Italia uscirà dopodomani distribuito dalla Warner, Pedro torna a Cannes alla ricerca della sua prima Palma d'oro. Lontani gli anni colorati e pazzi della movida madrilena, ora il regista di «Tutto su mia madre» ha deciso di guardarsi dentro. Tutto su di me, avrebbe potuto intitolarsi questo film che ruota intorno a un cineasta non più giovane, depresso, in crisi creativa e alle prese con la paura più grande per un artista: non essere più capace di fare il proprio mestiere. Sullo schermo Banderas ha la barba brizzolata e i capelli arruffati di Pedro, una mamma molto presente come quella di Pedro, la sua sensibilità e le sue ossessioni. Perfino i suoi vestiti. Ma, naturalmente, non è Pedro. Dice: «Il copione mi ha sorpreso, ma non ho avuto paura. Ho dovuto dissociarmi dalle tante cose che ci accomunano, mettermi a nudo per creare il personaggio. Mi sono spogliato di tutte le sovrastrutture. È stato un viaggio emozionante. In tutti questi anni Pedro ha depurato il suo stile e non ha mai perso la propria personalità». Insieme hanno girato otto film, costruendo carriere strepitose. «Dolor y Gloria» è il loro «8 e mezzo». Già, ammette Almovodar, «e Antonio è il miglior Mastroianni che potessi avere».



Quanto c'è di lei nella figura del protagonista?
«Direi che per il 40 per cento il personaggio di Salvador Mallo parla di cose che mi sono realmente accadute, ma se guardiamo alla verità più intima e profonda, allora la percentuale arriva al cento per cento. Tutto ciò che si vede nel film potrei averlo vissuto. E tutto riporta a me: gli abiti, l'arredamento, perfino i quadri della movida madrilena che tengo appesi alle pareti della mia casa di Madrid li abbiamo replicati sul set».
 
«Sdoppiarsi» è stato complicato?
«La cosa più difficile è stata contenere l'intensità barocca di Antonio. Mi ha sorpreso ed emozionato».

«Dolor y Gloria» è il suo modo di chiudere un cerchio, di venire a patti con i rovelli della vita?
«Convivo da tempo con la paura che mi capiti quel che succede al mio protagonista, temo di perdere l'ispirazione o la capacità fisica di girare un film. Il personaggio di Banderas è depresso e immalinconito dai suoi fantasmi e cerca un rifugio nell'eroina, ma la sua vera dipendenza è il cinema. È il cinema a salvarlo e lo stesso vale per me. In altre parole, Dolor y Gloria è una dichiarazione d'amore al cinema e al grande schermo».

Ricorda quando è nata questa passione?
«Devo esserci nato, vedere i film mi è sempre piaciuto. Da bambino mi appassionai a un melodramma sulle orfanelle e alle storie folkloristiche spagnole».

E oggi?
«Non mi piacciono le storie di supereroi e le saghe in franchising. Per il resto quest'anno, tranne Roma di Cuaròn, che ho visto in sala, certo non su Netflix, e Cold War di Pawlikowski, non mi pare ci fosse granché».

Rimpiange di non aver mai fatto un'esperienza americana?
«Non so se sarei capace di lavorare a Hollywood. Potevo averne la possibilità quando mi proposero di girare The Brokeback Mountain, ma non accettai perché mai sarebbe passata la mia idea, peraltro presente nel libro, di far accoppiare i due cowboy tutto il tempo come animali, se non altro per riscaldarsi. Però il film di Ang Lee mi piacque molto».

Le mancano gli anni Ottanta che racconta in «Dolor y Gloria»?
«C'era molta libertà creativa, oggi avrei più difficoltà a far uscire un film come La legge del desiderio. Le norme non sono cambiate, ma è subentrata una forte sensibilità cattolica reazionaria».

Ne risentirà il prossimo voto europeo?
«Impossibile fare previsioni. Le ultime elezioni in Spagna sono state una sorpresa positiva, avremo un governo di sinistra progressista, e spero che in Europa accada la stessa cosa».

È d'accordo con il presidente di giuria Inarritu quando dice che Cannes cambia la vita di un regista?
«Penso che senza Cannes la mia vita non sarebbe cambiata. Ma venire al Festival mi piace, le proiezioni al Palais fanno capire che film ho fatto a una platea gigantesca e internazionale».
Giovedì 16 Maggio 2019, 11:00 - Ultimo aggiornamento: 16-05-2019 18:49
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