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«Italia 1982-Una storia azzurra», il docufilm al festival di Taormina: «Così l'Italia voltò pagina»

Sabato 2 Luglio 2022 di Titta Fiore
«Italia 1982-Una storia azzurra», il docufilm al festival di Taormina: «Così l'Italia voltò pagina»

Enzo Bearzot amava il jazz. Una partita, diceva, è come un pezzo di jazz: chi dirige armonizza i singoli, poi tocca al solista fare l'assolo che mette i brividi. I suoi ragazzi, i calciatori che quarant'anni fa in Spagna fecero l'impresa di vincere il Mundial contro tutto e tutti, sul bus che li portava allo stadio sentivano a palla un pezzo di Franco Battiato, «Cuccurucucu», che quell'estate andava fortissimo: «Cuccurucucu paloma... Il mondo è grigio, il mondo è blu...». E tra un arrangiamento jazz e l'esplosione della voce di Battiato si snoda «Italia 1982-Una storia azzurra», il docufilm di Coralla Ciccolini (con la direzione artistica di Beppe Tufarulo), prodotto da Simona Ercolani per Stand by Me e Vision e presentato in anteprima al festival di Taormina dai campioni del mondo Marco Tardelli, Fulvio Collovati, Beppe Dossena e Franco Selvaggi, prima di arrivare dall'11 al 13 luglio nelle sale per tre giorni di proiezioni evento, proprio per celebrare l'epopea di una squadra su cui nessuno, all'inizio, avrebbe scommesso un soldo bucato. 

«Il mondo è grigio, il mondo è blu», e il clima in Italia era davvero plumbeo, in quel principio di decennio. Terrorismo, mafia, crisi economica, droga, disoccupazione affliggevano un paese nella tempesta e senza punti di rifermento. La Nazionale era lo specchio di un disorientamento più profondo, i tifosi e la stampa consideravano il ct e i suoi giocatori troppo inesperti o troppo maturi: un gruppo di perdenti con un attaccante, Paolo Rossi, reduce da due anni di squalifica per il caso del calcio scommesse. Ma il «vecio» Bearzot, con la sua faccia scolpita da indio, fu il generale, la guida, il padre di cui la squadra aveva bisogno tra prestazioni scadenti e bufere mediatiche. Da qui parte il film. Il resto, il silenzio stampa, la rimonta travolgente, le vittorie contro l'Argentina di Maradona, il Brasile di Zico e la Germania di Rummenigge, la gioia del presidente Pertini in tribuna e il suo squillante «Non ci prendono più!», tutto il resto è storia. Sportiva. Umana. Sociale. Culturale. Politica. Gli azzurri avrebbero vinto un quarto Mondiale nel 2006 contro la Francia, ma quella vittoria dell'11 luglio 1982 resta nell'immaginario collettivo come qualcosa di speciale, di unico. Un'avventura leggendaria. Come la ricorda, Marco Tardelli? «L'attesa era forte, ma le premesse tutte negative: non vincevamo un campionato del mondo da 44 anni, la squadra era partita male, le polemiche montavano, i giornali ci attaccavano chiamandoci l'armata Brancazot. Ci siamo presi delle responsabilità importanti quando abbiamo deciso di dichiarare il silenzio stampa. Ma Bearzot è stato sempre dalla nostra parte. Sempre umile. Ci metteva la faccia e la vittoria la lasciava tutta a noi. Pretendeva che giocassimo per il gruppo, ci ha insegnato valori importanti: la disciplina, il rispetto dell'avversario, l'umanità, il senso morale. Era un uomo di cultura e un grande personaggio, colpevolmente sottovalutato». 

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Il film, spiega ancora il campione, oggi tra i più importanti commentatori televisivi, l'hanno fatto per Bearzot, ed è bello che vada nelle sale, in modo da poter vedere nella solennità del grande schermo le gesta di un uomo e di uno sportivo dalla schiena diritta: «Senza di lui non ce l'avremmo fatta». Ai Mondiali di quest'anno in Qatar la Nazionale italiana non ci sarà: «Ma Mancini ha fatto un ottimo lavoro, purtroppo ci si è messa la sfortuna». Com'è cambiato il calcio dai vostri tempi? «Noi chiedevamo solo di giocare, magari mettendoci contro le famiglie che avrebbero preferito il posto fisso. Oggi c'è più business, ai presidenti che portavano avanti il lavoro con criteri familiari sono subentrati i fondi. Il mondo è cambiato, è cambiata la società e anche la televisione. Ma sul campo il calcio è rimasto lo stesso». Da ragazzo sognava di vincere il Mondiale? «Non ci pensavo, sognavo di fare il calciatore, mi piaceva proprio, e volevo diventare Gigi Riva. Lui era mancino, io no, ma per assomigliargli giocavo sempre di sinistro». Il suo urlo dopo il gol decisivo alla Germania nella finale di Madrid è sempre emozionante: «Dentro c'era tutto, gioia, rivincita, ribellione. In quel momento ho pensato ai miei genitori, ai miei fratelli, ai sacrifici fatti per arrivare fin lì. Sette secondi che mi hanno segnato la vita». La vittoria Mundial aiutò il paese a voltare pagina: «La società italiana era davvero in difficoltà, si restava chiusi in casa, in certi quartieri era rischioso andare in giro se avevi un look che poteva richiamare le tue idee politiche. Ma quella sera si riempirono le piazze e la gente dimenticò le divisioni tra rossi e neri. Quella sera contava solo l'azzurro». 

Ultimo aggiornamento: 5 Luglio, 09:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA