Morto l'attore Aldo Bufi Landi, una vita tra Eduardo e Shakespeare

di Enrico Fiore

L'ultima volta che lo vedemmo in scena a Napoli, precisamente al Bellini, fu in apertura della stagione 2008-2009: quando interpretò il personaggio del servo Gavrìla ne «Il paese degli idioti», la commedia che Tato Russo ricavò dal romanzo di Dostoevskij «Il villaggio di Stepàncikovo».

Ed era tutto un programma il modo in cui, col suo fiero cipiglio, scagliava l'anatema contro i salotti popolati da «chilli addutturate de la città ca le coce la capa».Sì, Aldo Bufi Landi, spentosi a quasi 93 anni, è stato uno dei più inconfondibili e dotati caratteristi del teatro napoletano: tanto che, dopo aver fatto parte del Teatro Umoristico «I De Filippo», rimase con Eduardo anche quando lui si separò da Peppino. E, per giunta, fu proprio in seno a quella compagnia che incontrò l'attrice Clara Bindi, colei che poi sarebbe diventata sua moglie.Bufi Landi, dunque, recitò al fianco di Eduardo - tanto per citare solo i titoli principali - in «Napoli milionaria!», «Filumena Marturano», «Questi fantasmi!» e «Le voci di dentro».

E di pari passo, fu tra gl'interpreti di alcuni dei film che hanno fatto la storia del cinema italiano: come «I magliari», «Il mattatore» e «47 morto che parla», i cui protagonisti si chiamavano, rispettivamente, Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Totò.Ma, per tornare all'ambito teatrale napoletano, dobbiamo ricordare almeno che Aldo Bufi Landi prese parte all'allestimento di classici indiscussi della nostra più genuina tradizione farsesca: due per tutti, quelli di «Miseria e nobiltà» di Eduardo Scarpetta, firmato nel 1980 da Mario Scarpetta e interpretato fra gli altri dallo stesso Mario, da Dolores Palumbo e da Giuseppe Anatrelli, e di «'O miedeco d'e pazze» ancora di Scarpetta, diretto nel 1996 da Aldo Giuffré e che vantava in compagnia, accanto ad Aldo, per l'appunto Clara Bindi.Tuttavia, non si cristallizzò, Bufi Landi, nel solo repertorio in vernacolo. Frequentò pure autori del calibro di Shakespeare, Goldoni, Pirandello e García Lorca. E nel caso di Shakespeare, riuscì persino a fondere le due dimensioni, quella del teatro in lingua e quella della sua contaminazione da parte del teatro napoletano, prendendo parte nel 1998, e accollandosi il ruolo oltremodo significativo di Polonio, a un «Amleto» rivisitato di nuovo da Tato Russo.

Infine, a dire della duttilità espressiva e della voglia di mettersi in gioco che mai lo abbandonò, occorre ricordare che Aldo Bufi Landi si spinse addirittura nei territori della sperimentazione drammaturgica più avanzata: allorché, nel 1996, interpretò - nell'ambito della XVII edizione della rassegna «Città Spettacolo» di Benevento - «Nel tempo di un tango» di Ruggero Cappuccio.Doveva affrontare, figuriamoci, un testo che - sono parole dell'autore - era «battito segreto in fondo al cuore delle emozioni» e nel quale nascevano «i suoni dei sensi, sublimati o oppressi da una sorprendente, superficiale profondità della vita capace di stemperarsi in brillanti allegretti, in crescendo di malinconie taglienti, sinfonie di accenti o ritmi di un Sud in cui vibra il mistero del tempo, la nostalgia di amori persi o mai avuti, il desiderio ineludibile della morte attraverso l'amore». E Aldo non demeritò.
Mercoledì 3 Febbraio 2016, 08:49 - Ultimo aggiornamento: 4 Febbraio, 17:04
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