Venezia, Martone si candida al Leone: «La mia Capri metafora del mondo»

di Titta Fiore

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VENEZIA - «Capri-Revolution» si apre con una citazione di Fabrizia Ramondino («Quest'isola compare e scompare continuamente alla vista e sempre diverso è il profilo che ciascuno ne coglie...») e si chiude con la dedica a Lucio Amelio, il gallerista che portò a Napoli Joseph Beuys, l'artista più politico del secondo Novecento. La storia parla di una comunità proto-hippie che scelse l'isola, agli albori del secolo scorso, per i suoi esperimenti di nuova e diversa inclusione sociale. E, non per caso, al centro del racconto c'è una donna, una giovane capraia rocciosa e ribelle. Fragile e forte. Capace di mettere in atto quella rivoluzione dell'anima e della mente cui allude il titolo. Mario Martone dissemina il suo film dei segni di un personale e preciso percorso creativo. «Capri-Revolution», l'ultimo degli italiani in concorso, accolto con sette minuti di applausi e subito inserito nella rosa dei candidati a un premio, chiude la trilogia sulle trasformazioni della società italiana tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento portata avanti con «Noi credevamo» e «Il giovane favoloso». È un punto di arrivo e una ripartenza. «Siamo in viaggio, siamo aperti al confronto e al cambiamento, è questo il senso di ogni rivoluzione» dice il regista napoletano che ha voluto accanto a sé, al Lido, con la moglie sceneggiatrice Ippolita di Majo, tutto il gruppo di attori, con i protagonisti Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Donatella Finocchiaro e Antonio Folletto, e poi i performer, la coreografa Raffaella Giordano e i tecnici. Una piccola, affiatata, solidale comunità.
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Venerdì 7 Settembre 2018, 10:30
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