Venezia, il trionfo del “J'accuse” di Polanski: «Tutti rischiano processi sommari»

Sabato 31 Agosto 2019 di Titta Fiore
VENEZIA - Gli applausi lunghi e scroscianti hanno messo la sordina alle polemiche della vigilia: per «J'accuse» di Roman Polanski è il giorno della rivincita e il coproduttore Luca Barbareschi, che pure aveva minacciato di ritirare il film, preferisce glissare sull'infelice uscita della presidente della giuria Lucrecia Martel («Non parteciperò al galà, non intendo applaudire Polanski»). Ora, dicono tutti gli interessati, è tempo di guardare oltre, anche se lei ha mantenuto la parola e non si è presentata in Sala Grande. «Questo non è un tribunale morale, è una meravigliosa festa del cinema e per nostra fortuna l'arte è libera», taglia corto Barbareschi.
 
Il regista, naturalmente, non c'è. Per l'accusa di aver avuto rapporti sessuali con una minore nel 1977 rischia di essere estradato negli Stati Uniti, ma da Parigi si fa comunque sentire, in una rara intervista concessa allo scrittore Pascal Bruckner: «Perché non reagisco? Sarebbe come combattere contro i mulini a vento», spiega. E aggiunge di aver deciso di raccontare in un film potente come un thriller uno dei casi più impressionanti della storia francese, l'arresto per alto tradimento dell'incolpevole capitano ebreo Armand Dreyfus, perché «la storia di un uomo accusato ingiustamente è sempre affascinante e attuale, visti i rigurgiti di antisemitismo». Tutti siamo esposti al pericolo delle fake news, aggiunge il grande cineasta:«Un caso simile potrebbe ripetersi. Ci sono tutte le circostanze: accuse false, superficialità giudiziarie, magistrati corrotti e soprattutto i social media che ti condannano senza un giusto processo né il diritto di appello».

Armand Dreyfus fu accusato nel 1894 di alto tradimento per aver passato informazioni ai nemici tedeschi. Il processo infiammò forze armate, politici e opinione pubblica dividendo la Francia in innocentisti e colpevolisti. Dreyfus fu condannato all'esilio sull'Isola del Diavolo sulla base di prove false e in un clima di montante antisemitismo. Emile Zola fece divampare lo scandalo scrivendo il celebre editoriale, «J'accuse», che gli costò una condanna a un anno di carcere. Polanski riannoda i fili mettendo al centro della storia il coraggio del capo dei servizi segreti, Piquart, convinto dell'innocenza di Dreyfus e pronto a pagare in prima persona per dimostrarlo. Nei suoi panni eroici c'è Jean Dujardin, in quelli dello sventurato Dreyfus Louis Garrel. Nel cast anche la moglie del regista, Emmanuelle Seigner, che ieri ha festeggiato da sola al Lido i trent'anni di matrimonio. «Non sono qui per fare le veci di mio marito» dice, «grazie a lui ho scoperto la gravità dell'affare Dreyfus, di cui finora sapevo ben poco. Roman lavorava a questo progetto da anni e ha scelto di trattare il caso come un thriller politico. Sul tema della persecuzione ha molto da dire, basta vedere cos'è stata la sua vita fino a oggi».

Ma com'è sul set un mostro sacro come Polanski? Lascia autonomia agli attori o pretende che le sue indicazioni siano seguite alla lettera? Seigner: «È un uomo molto preciso, le sue inquadrature non solo mai facili: ti guarda in un certo modo e ti filma di conseguenza. Il risultato è sempre sorprendente e noi attori siamo pronti a tutto per lui». Dujardin: «È un tipo esigente, molto. Arriva la mattina e rivede tutto il girato del giorno prima, le sequenze una per una. Per lui conta una sola cosa, la verità, e la pretende costi quel che costi. Quindi, lavorare con Polanski non è semplice, ma il risultato è garantito. Seguendo la sua voce da sciamano si va sempre nella direzione giusta. Auguro a tutti gli attori del mondo di girare un film con Polanski, mi rimane l'orgoglio di aver avuto la sua fiducia».

Parla degli abusi di potere e della perversione dei meccanismi di controllo anche «Seberg», passato fuori concorso per la regia dell'australiano Benedict Andrews. Nel film l'ex vampira di «Twilight» Kristen Stewart rivela gli aspetti più inquietanti e nascosti della vita di Jean Seberg, musa della Nouvelle Vague vittima dell'Fbi di Hoover e sorvegliata a vista per i suoi legami con le Pantere Nere e con il nipote di Malcolm X. Oggetto di una campagna diffamatoria senza precedenti, non resse alle pressioni e morì suicida a quarant'anni. Potrebbe accadere anche oggi? «Oggi le fonti d'informazione sono infinite, il controllo più complicato». Si è mai sentita vittima della sua popolarità? «Non vado sui social, non m'interessa questo genere di cose. Preferisco mantenere una sana interazione con le persone: sanno chi sono e come la penso e per questo mi sento aperta, non mi nascondo più e ho scoperto il piacere della libertà». Ultimo aggiornamento: 14:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA