Mostra del cinema di Venezia 2020, l'amore tossico di «Lacci» apre cento sale

Giovedì 3 Settembre 2020 di Titta Fiore

Due case, la prima nel centro storico di Napoli, con i protagonisti da giovani che ballando durante una festa di Carnevale, con lui che poi mette a letto i bambini e le dice a bruciapelo: «Ho avuto un'altra». La seconda casa, trent'anni dopo, in un quartiere borghese lindo e pinto, con loro due ancora uniti, ma invecchiati nel rancore e nel silenzio («per stare insieme», spiega lui, «bisogna parlare poco, il minimo indispensabile»). «Lacci» di Daniele Luchetti, dal romanzo di Domenico Starnone (per il «New York Times» uno dei cento migliori libri del 2017) e con la sceneggiatura di Francesco Piccolo, due napoletani di lungo corso, ha inaugurato la Mostra del cinema raccontando una storia di amore tossico che coinvolge due generazioni, gli adulti infelici e i figli bambini infelicissimi a causa del loro egoismo e della loro ipocrisia.

I genitori negli anni Ottanta hanno i volti di Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher, impegnati in scene di laceranti litigi (l'attore: «Ma da Alba accetto tutto, anche di farmi picchiare a calci e schiaffi»), nella maturità cedono il passo a Silvio Orlando e Laura Morante, mentre i figli traumatizzati dalla burrascosa infanzia, da grandi sono interpretati da Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini. Dice Luchetti: «Quando ho letto per la prima volta il romanzo ho trovato domande che mi riguardavano e personaggi nei quali non era difficile identificarsi. Lacci è un film sulle forze segrete che ci legano: non è solo l'amore a unire le persone, ma anche ciò che resta quando l'amore non c'è più. Si può restare insieme nella vergogna, nel disonore, nel folle tentativo di tener fede alla parola data». Non era facile trasporre in immagini un racconto di parola, continua il regista, ma la materia narrativa era talmente forte da riuscire a reggere l'urto di un film. «Questa storia mostra i danni che l'amore provoca quando ci fa improvvisamente cambiare strada e quelli di quando smette di accompagnarci. Parla di sentimenti che ognuno di noi conosce, perché tutti siamo stati parte di una coppia, o figli di separati, o separati noi stessi, ed è il mio caso. Mette al centro la famiglia, il nostro archetipo per eccellenza, quello che ci rappresenta meglio come italiani e ci aiuta a raccontarci».
 


Proiettato eccezionalmente in un centinaio di sale sparse per l'Italia in contemporanea con l'apertura veneziana, «Lacci» arriverà nei cinema il primo ottobre, distribuito da 01. Per Luchetti quest'anteprima di gala segna il ritorno a Venezia dopo il controverso passaggio in concorso del 1998 con «Piccoli maestri» e rappresenta, anche per lui, un momento di ripartenza. Si sa che dovrebbe prendere il posto di Saverio Costanzo alla regia della terza stagione dell'«Amica geniale», forse per le prime quattro puntate (per le altre si parla di Emanuele Crialese), o forse per l'intero progetto. Considera la partecipazione alla Mostra che resiste un'occasione e una responsabilità: «Negli ultimi tempi abbiamo avuto paura che il cinema potesse estinguersi. Invece durante la quarantena imposta dalla pandemia ci ha dato conforto, come una luce accesa in una caverna». E allora questo tempo «imprevisto», attraversato in solitudine e come in sospensione, ha offerto a tutti una consapevolezza in più: «I film, le serie, i romanzi, sono indispensabili nelle nostre vite. Se qualcuno ha pensato che fare cinema potesse rivelarsi inutile, ora sa che è un bene di tutti».

Dopo undici anni, ieri sera il cinema italiano ha fatto di nuovo gli onori di casa nella più prestigiosa istituzione culturale del Paese. Gli applausi affettuosi che hanno accolto «Lacci» hanno festeggiato anche questo ritorno. 

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