Nancy Brilli, il Covid, Gigi Proietti e la malattia: «Io non faccio l’attrice, sono un’attrice»

Mercoledì 16 Dicembre 2020 di Alessandro Strabioli
Nancy Brilli, il Covid, Gigi Proietti e la malattia: «Io non faccio l’attrice, sono un’attrice»

Nancy Brilli, tra i capricci della linea telefonica – “È così da dopo il primo lockdown: problemi col telefono e col wi-fi. Pensa che mio figlio, iscritto ad Economia, sta seguendo i corsi con internet che va e viene. Non so proprio come fa!” –, parla a lungo con una voce calma e accogliente. Ricorda con estremo affetto Gigi Proietti, simbolo di Roma, la città dove è nata. Parla del Covid e di come la pandemia ha messo in ginocchio, tra le altre cose, l’intero settore del mondo dello spettacolo; parla dell’amore immenso per il suo lavoro, una passione viscerale che l’ha accompagnata fin da quando era bambina e dentro la quale suo figlio è nato e cresciuto. Nancy racconta della sua terribile malattia e dei momenti difficili che ha passato. Punge, poi, qui e là anche su questioni politiche e di genere, per esempio ribadendo quanto ancora sia complicato per una donna muoversi all’interno del mondo del cinema, della tv e del teatro. Amori, progetti, speranze, dolori, critiche e un’amarezza su tutte, quella di non lavorare più in televisione: “Ho fatto solo successi in tv. Da un momento all’altro, senza alcun motivo, non mi hanno più chiamata”. 

Tanti film, moltissime fiction, teatro, un David di Donatello e Nastri d’argento per il film Piccoli equivoci. Che cosa significa per te essere attrice? Qual’è l’essenza di questo lavoro?

In questo momento tanta fatica, è un mondo impazzito. Ma comunque finora questo lavoro ha rappresentato per me un modo d’essere. Io non faccio l’attrice, io sono un’attrice. Non potrei fare con soddisfazione nessun’altra cosa. È un amore totale. Io amo il mio lavoro e sto vivendo un momento di grandissima difficoltà, perché semplicemente nun se po’ fa’. E tutto ciò fa abbastanza schifo come sensazione. 

Sei particolarmente amata dai romani. Da poco la scomparsa di uno dei simboli di questa città e del teatro italiano: Gigi Proietti. Si dice che lui ti amasse e ti stimasse molto. 

Beh, io gli ho voluto e gli voglio tutt’ora tantissimo bene. L’idea che non ci sia più fisicamente è devastante. Era un modello professionale e anche umano. Per me Gigi non è stato solo un grandissimo maestro, ma anche uno di famiglia, un amico con cui abbiamo fatto tanti viaggi e vacanze. Insomma, una presenza cara e preziosa nel lavoro e nella vita. Uno a cui ho chiesto consiglio tante volte. È una grande perdita per il teatro italiano e per Roma.

A proposito di grande teatro, tu sei stata, tra le altre cose, anche una Mirandolina, che nell’opera di Goldoni è espressione della sicurezza del potere delle donne, ma anche l'esempio dello scontro tra le classi sociali ed i sessi. Nel 2007 è esploso Me Too, una dimostrazione lampante di questo scontro e della diffusione della violenza sessuale e delle molestie subita dalle donne sul posto di lavoro e, a quanto pare, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Si sono fatti passi in avanti da allora? Qual è stata la tua esperienza? 

Dei passi in avanti sono stati fatti, anche se c’è ancora tanta strada da fare. Non è però ancora facile per una donna accedere a dei ruoli di potere o di comando, anche se non è forse questo il problema principale. Più che altro parliamo di ruoli decisionali – penso per esempio a quanto sia ancora difficile per una donna fare la regista in Italia. Ci sono ancora moltissimi stereotipi e noi donne dobbiamo continuamente farci i conti. Anch’io, nonostante ormai quasi 36 anni di carriera, sono ancora qui a dover dimostrare qualcosa. Non importa quanto sei amata, quanto il pubblico ti rispetti: per noi donne c’è sempre la sensazione di dover fare di più, come se non si arrivasse mai ad una parità effettiva. E comunque, qualora questa parità dovesse essere raggiunta, deve sempre essere riaffermata, costantemente, ancora e ancora. E anche per me è stato così. Ho dovuto lottare con tutte le mie forze. Però, questo va detto, sono la testimonianza del fatto che si può fare. 

Dicevamo che è un momento difficilissimo per il vostro settore. Tu avevi anche lanciato un appello sui social per aiutare i lavoratori degli spettacoli dal vivo ancora fermi per l'emergenza Coronavirus.

È una disgrazia. Ci sono colleghi, e non soltanto attori, ma lavoratori dello spettacolo in senso ampio, che sono in estrema difficoltà. Non mi era mai capitato in tutta la mia vita professionale sentire persone che mi chiedono se c’è un lavoro, anche piccolo, ma non nel nostro mondo, ma roba come macchinisti che mi domandano se c’è da dipingere un corridoio. È una cosa da far schiantare il cuore. Ma dove siamo collocati noi del mondo dello spettacolo nella scala sociale dell’Italia? Dopo i girini? L’appello che avevo lanciato s’è tradotto in tanta solidarietà ma in pochissima concretezza. Ci si aspettava un aiuto dallo Stato, invece è stato completamente azzerato un settore. Ci sono state interviste di persone inqualificabili che dicevano “Vabbè, tanto se chiudono i teatri in Italia non se ne accorgerà nessuno”. Meglio se lasciamo stare.

Tutto vero. Va anche detto però che se dovessimo subire nuovo lockdown la colpa sarà anche della cretinaggine di molti che continuano a sottovalutare la gravità del Covid. 

È vero. Ma c’è da dire che se chi è preposto al controllo e al contenimento dei contagi dice che si può uscire, le persone lo fanno. Certo, poi starebbe alla coscienza di ognuno di noi evitare assembramenti o tornare a casa se ci si trova in mezzo alla folla. Ma se non c’è certezza sulle regole è normale che si arrivi a questo punto. Una su tutte: adesso con il Cashback – ‘ste terminologie inglesi che van di moda! – se si incentiva la gente a uscire e a spendere nei negozi fisici, come si fa poi a indignarsi per le file davanti alle vetrine? C’è qualcosa di molto insano in tutto ciò. 

Confusione e drammaticità a parte, nel caos della pandemia si sono anche visti molti comportamenti virtuosi. Il 18 dicembre sarai impegnata in Puglia in una serata di condivisione comunitaria, solidaristica e spirituale per ringraziare tutte quelle comunità, associazioni e categorie che si sono fortemente distinte nella lotta al Covid 19.

Credo che ci siano veramente delle persone benemerite che hanno fatto e stanno facendo tutt’ora molto. Vale assolutamente la pena impegnare un po’ del nostro tempo per fare qualcosa per loro, anche se si tratta di un momento di semplice intrattenimento, che per carità non è “svago” come si sente con superficialità ogni volta che si parla di momenti di condivisione. Noi non siamo quelli dello svago. Noi siamo quelli della cultura e della compagnia, eventualmente. Voglio vedere senza quelli che fan il nostro lavoro chi avrebbe tenuto compagnia e alleviato un poco la sofferenza di tutte le persone che sono dovute rimanere a casa, che han perso il lavoro, che non vedono più alcuna speranza. Comunque, impegnarsi semplicemente a gratificare le persone che hanno fatto qualcosa per gli altri è un’opera giusta. Punto. 

Malattie e malessere: in questo momento nulla di più attuale. Abbiamo letto in molte interviste che hai sofferto di endometriosi, una patologia che può avere anche gravi ripercussioni psicologiche. 

Non solo psicologiche, ma anche e soprattutto fisiche. Il dolore fisico di questa malattia è impossibile da affrontare. La prima cosa è proprio quella di riuscire a gestire tutto questo dolore. Per farti capire: ogni ciclo mestruale era come un parto. E poi c’erano queste cisti che andavano tolte e che potevano degenerare, com’è successo poi a me. A trent’anni ho avuto un’operazione in seguito alla quale i medici hanno scoperto che soffrivo di endometriosi. Dalle analisi è venuta fuori anche una massa tumorale, per fortuna curabile. Come se non bastasse mi era stato detto chiaro e tondo che non avrei potuto avere figli. È stato un periodo allucinante, tremendo. Poi nel 2000, per miracolo, ho avuto Francesco…

Francesco, tuo figlio, il tuo grande amore. Ultimamente hai parlato anche di lui, nipote e figlio d’arte (Francesco è nato dal secondo matrimonio della Brilli con Luca Manfredi, figlio di Nino Manfredi n.d.r). Come ha vissuto la notorietà della madre? E che futuro vedi per lui?

La notorietà per lui è stata molto naturale, c’è praticamente nato dentro: in famiglia si finisce sui giornali, in famiglia si va in video, in famiglia si finisce sullo schermo o sul palcoscenico. Sul suo futuro ci stiamo lavorando. I giovani adesso hanno di fronte una strada nuova perché tutto quello che è vero e possibile adesso vent'anni anni fa non esisteva neanche. Nostro compito, più che indirizzarli verso una strada che a malapena possiamo conoscere, è cercare di aiutarli e condurli per mano rimanendo loro accanto. Casa mia, in tal senso, è sempre stata piena di amici di mio figlio – adesso ovviamente nei limiti del possibile – e spesso tra di loro dicono che è l’ostello della gioventù, perché sanno che è un posto sicuro, dove vengono accettati e ascoltati, se c’è bisogno. Mi piacerebbe anche poterli aiutare, poter avere una parola costruttiva, ma non sono Osho, sono solo una signora romana che fa l’attrice. Eppure mi rendo conto, ora più che mai, che ci vorrebbe maggiore cura e attenzione per questi ragazzi. 

Già, il futuro, una nube sempre più scura. E il tuo di futuro? È un po’ che non ti si vede in televisione. Come mai?

Non lo so. Ho fatto solo successi in tv. Non l’ho mai capito, non riesco proprio a spiegarmelo. È andata semplicemente così. Me lo sono tanto chiesto, eppure, davvero, ancora non ho trovato una risposta. 

Ultimo aggiornamento: 20:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA