Napoli, la paranza della peggio gioventù

Mercoledì 13 Febbraio 2019 di Oscar Cosulich
«La paranza dei bambini» comincia nella Galleria Umberto: due gruppi contrapposti di ragazzini si contendono quell'albero di Natale che a Napoli, dopo gli innumerevoli furti, è stato ribattezzato da molti «Rubacchio». Nel film seguiamo la baby gang che riesce a impadronirsi dell'ambito trofeo e i cui rami sono utilizzati per un grande falò, con urla e danze di guerra a simboleggiare la loro «vittoria», quella del Rione Sanità sulle altre bande dei Quartieri. «La paranza dei bambini» è l'unico film italiano in concorso al Festival di Berlino 69, è tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2016) ed è stato scritto con lo stesso Saviano e con Maurizio Braucci dal regista Claudio Giovannesi che, dopo «Alì ha gli occhi azzurri» e «Fiore», declina qui un nuovo e crudo ritratto dei turbamenti emotivi di adolescenti «difficili». Nicola (Francesco Di Napoli) è il leader di un gruppo di quindicenni che decide di spodestare i ras del quartiere, con il sogno di liberare la madre (Valentina Vannino) e gli altri commercianti del Rione Sanità dal peso del pizzo, estorto dalla famiglia capitanata da Luca Sarnataro (Aniello Arena, già protagonista di «Reality»). I ragazzi si rivolgono così a don Vittorio (Renato Carpentieri), anziano boss ai domiciliari, per ottenere armi e potenza di fuoco necessaria per sovvertire l'ordine criminale della zona.

Saviano, com'è nato il suo romanzo?
«Questo non è solo il racconto di una generazione criminale, ma di un'intera generazione. Oggi quello che conta è il denaro, accedere ai beni simbolo di successo. I ragazzini della Napoli del Rione Sanità non vivono in un ghetto, hanno gli stessi desideri dei milanesi, francesi, berlinesi. Per loro la pistola è come una lampada di Aladino cui chiedere qualunque cosa. Nasce come un gioco, poi si trasforma in una guerra e perdono la vita. Rispetto a quando ho scritto il libro la situazione è peggiorata, la camorra chiede il pizzo ovunque e le organizzazioni si riprendono i territori. Non c'è progettualità dello Stato, i numeri della disoccupazione meridionale sono impressionanti e l'unica risposta per i giovani è emigrare, tanto che ogni anno è come se fuggisse una città come Verona. D'altra parte investendo 1.000 euro in cocaina, dopo un anno ne hai guadagnati 182.000: la scorciatoia per far soldi è il narcotraffico. I soldi sembrano la soluzione, anche se poi si finisce con una pallottola in testa. Oggi l'aspettativa di vita di questi ragazzi non supera i 25 anni, siamo tornati al Medioevo. E, intanto, ormai solo la camorra crede ai giovani. E li sfrutta».

Giovannesi, lei ha diretto due episodi della seconda stagione di «Gomorra». Che differenze trova nel film?
«Gomorra è una serie di genere, dove si rispettano i canoni del crime-movie, qui no. Roberto ha collaborato fin da subito con Braucci e me non come autore del libro, ma come sceneggiatore, dandoci la massima libertà di seguire una strada totalmente indipendente dal romanzo».

L'amore contrastato degli adolescenti è ricorrente nei suoi film. Perché?
«Nell'adolescenza i sentimenti sono vissuti in modo assoluto e io trovo estremamente poetica questa mancanza di misura. Quando questa si innesta poi in una situazione come quella dei protagonisti della Paranza tutto è ancor più estremizzato. Per questo nel film prevale l'aspetto sentimentale dei personaggi. All'inizio i loro desideri li spingono al crimine, fino al superamento del punto di non ritorno e all'impossibilità di tornare indietro perché rinunciano alla loro età. La costruzione dei personaggi si basa su cosa significhi per un quindicenne vivere da criminale e a cosa rinunci per questo».

La paranza ha sostituito il vecchio sindaco eduardiano del Rione Sanità?
«Mia madre, pur romana, mi ha cresciuto con De Filippo e io, pur non avendo fatto in tempo a vederlo a teatro, ho letto tutte le sue commedie e le ho recuperate in video. La scelta di ambientare il film nel centro di Napoli e non ad esempio a Scampia, è dovuta al fatto che Napoli, a differenza di Roma, è una delle pochissime città moderne il cui centro storico abbia mantenuto la sua identità popolare e non sia stato divorato dal turismo, né dal folclore artefatto. È ancora quello di Eduardo e di Vittorio De Sica, ma nelle mie fonti di ispirazione c'è anche Rossellini, penso soprattutto alla scena di Germania anno zero in cui il bambino tenta inutilmente di unirsi ai coetanei che giocano per strada con una palla di stracci».

 

Come ha trovato Francesco Di Napoli (Nicola), Artem Tkachuk (Tyson), Alfredo Turitto (Biscottino), Ciro Vecchione (o Russ), Ciro Pellecchia (Lollipop) e Mattia Piano Del Balzo (Briato'), straordinari protagonisti minorenni, tutti esordienti?
«Il nostro casting è durato sei mesi: ho un hard disk in cui sono raccolti i provini di 4.000 ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Il nostro è stato un casting totalmente atipico, siamo andati noi a cercare i ragazzi, grazie al paziente lavoro di Chiara Polizzi, la nostra casting director, che ha setacciato le scuole, gli istituti alberghieri, i vicoli e le piazze di Rione Traiano, Sanità, Forcella, Scampia, Afragola e Quartieri Spagnoli. Francesco Di Napoli, ad esempio, non si è presentato all'appuntamento e siamo dovuti tornare a cercarlo perché non ci aveva preso sul serio. Lui è perfetto, perché ha tutto quello che volevo per il ruolo: un volto fragile e innocente, lontano dai cliché dell'iconografia criminale, esperienza diretta del territorio (è di Rione Traiano) e una capacità innata di recitazione, che rende credibile l'illusorio sogno di Nicola di formare una camorra etica».

Come si dirigono ragazzi che non hanno mai recitato?
«Nelle 9 settimane di riprese abbiamo girato il film in sequenza cronologica, in modo che i ragazzi potessero vivere e comprendere le emozioni dei loro personaggi man mano che si sviluppava la storia. Sono stati bravissimi e attenti, anche se ci sono stati casi in cui abbiamo dovuto fare più di 40 ciak e loro si preoccupavano come me quando accadeva».

Ma l'amore esiste per i ragazzi del Sistema, Saviano?
«I mafiosi considerano l'amore, una cosa da femminielli. Loro pensano che devi sposare chi non si ama troppo perché l'amore passa, ma la famiglia no».
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