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Nastri d'argento, intervista a ​Mario Martone: «La mia vittoria lavoro di gruppo»

Martedì 21 Giugno 2022 di Titta Fiore
Nastri d'argento, intervista a Mario Martone: «La mia vittoria lavoro di gruppo»

Ieri sera Mario Martone ha vinto quattro importanti Nastri d'argento al Maxxi di Roma e ha debuttato alla Scala in un nuovo allestimento di «Rigoletto». È reduce dal successo di Cannes e a Pesaro gli hanno appena dedicato una retrospettiva completa delle sue opere. Un anno tutto così, a mille. Ride: «Un anno eccezionale, bellissimo, è vero, una stagione di grande creatività. Non posso che essere grato al dio dell'ispirazione per aver ricevuto questi doni». Al Maxxi, gioco forza, si è collegato in video, ben rappresentato dalla moglie sceneggiatrice Ippolita Di Majo, compagna di vita e di lavoro. E, virtualmente, ha fatto festa con lo squadrone del cinema napoletano, Sorrentino in testa, che ancora una volta ha dominato la serata.

Video

Allora, Martone, mettiamo in fila i Nastri: miglior regia per la doppia prova di «Qui rido io» e «Nostalgia», sceneggiatura ex aequo con Ippolita, Pierfrancesco Favino miglior attore (con Silvio Orlando), Francesco Di Leva e Tommaso Ragno migliori non protagonisti. Un bel risultato.
«Certo, i premi sono sempre una gioia e dobbiamo accoglierli con una festa. Così come dobbiamo non dispiacerci troppo quando non li prendiamo».

A chi li dedica?
«A Toni Servillo, perché con la sua straordinaria interpretazione è stato artefice a pieno titolo di Qui rido io. Una prova enorme che è sicuramente nel cuore di tutti gli spettatori».

Che cosa accomuna le sue due regie?
«Il fatto di essere due storie ambientate a Napoli, ma per il resto Qui rido io e Nostalgia sono film molto diversi, e non solo per l'argomento. Questo aspetto mi piace molto. La loro diversità non potrebbe rappresentare meglio il regista che sono. Irrequieto, impossibile da incasellare. Ho sempre concepito il lavoro come un work in progress, ogni volta faccio tabula rasa e ricomincio da capo. L'irrequietezza è il mio modo di stare nel cinema e nel teatro, anche a costo di disorientare lo spettatore. Un'altra cosa: per me è importante che sul set si crei un gruppo coeso e forte, il lavoro è un'esperienza che va vissuta insieme, a livello artistico e soprattutto umano».

Il Nastro vinto con Ippolita Di Majo corona anni di intensa collaborazione.
«È un riconoscimento che mi dà una gioia particolare, perché il peso che dal Giovane favoloso in poi lei ha avuto nella mia evoluzione cinematografica è forte, per tante ragioni non solo sentimentali».

Ce ne dica qualcuna.
«Da storica dell'arte, Ippolita lavora con grande rigore, ha uno sguardo severo. Ma ha anche la capacità di dare un calore speciale alle cose. Nel romanzo di Rea, per esempio, il ragazzo Felice va sulla spiaggia da solo, l'idea che in quella scena davanti al mare siano in due, Felice e il suo amico Oreste, è di Ippolita: e si capisce quanto calore questo cambiamento sprigioni dal punto di vista del cuore».

Discussioni mai?
«Al contrario, discutiamo eccome, ma sempre in maniera costruttiva. Per noi è molto interessante lavorare assieme ai protagonisti, anche prima di scrivere la sceneggiatura, specialmente quando si tratta di attori-creatori come Servillo e Favino».

I tempi della pandemia hanno influito sul suo metodo di lavoro?
«Penso di sì, in un certo senso questo anno di grande creatività è una reazione allo stop imposto dal Covid. Due mesi chiusi in casa sono un'esperienza umanamente forte. Deve avermi provocato una reazione di libertà, di vitalità nella quale coinvolgere gli spettatori. Perché la condivisione resta l'aspetto più significativo del lavoro. Come l'umiltà di capire che si procede passo passo».

Qual è la chiave di lettura del suo «Rigoletto» alla Scala?
«Con Otello che ha aperto la stagione del San Carlo questo Rigoletto forma quasi un dittico. Ho affrontato le due opere con un taglio contemporaneo molto preciso, ma sempre con un profondo rispetto per il libretto. In Otello ho messo in discussione la posizione della donna, Desdemona nel mio allestimento non piega la testa come una predestinata al martirio. In Rigoletto ho puntato sulle differenze tra classi sociali, che interagiscono scandalosamente, una incollata all'altra, come nel film Parasite. Verdi ha una capacità politica profonda, non solo è un genio della musica ma, come Sofocle nel suo tempo, anche un grandissimo uomo della polis». 

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