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«É stata la mano di Dio» di Sorrentino: Maradona per sempre in gol

Mercoledì 17 Novembre 2021 di Valerio Caprara
«É stata la mano di Dio» di Sorrentino: Maradona per sempre in gol

«Tutti i posti cafoni hanno l'aria buona»: la baronessa Focale che l'afferma in uno dei frizzanti dialoghi avrà le sue ragioni, ma nel film di Sorrentino circola invece un'aria balsamica in un contesto di raffinata eleganza. Sono almeno tre, in effetti, i cardini che conferiscono a «È stata la mano di Dio» il massimo potere che può avere il cinema ovvero quello di scavare nel cuore e nelle viscere tenendo lo sguardo caldo e la mano ferma: il mare che rappresenta l'intangibile karma della metropoli (contrabbandieri o campioni di offshore fa lo stesso), il miracolo di Maradona e l'avvento di un mentore come il cineasta Antonio Capuano, autoctono per scelta di libertà, il più mansueto degli incazzosi, l'antidoto vivente contro la diffusione del Cpaip (cinema partenopeo che alliscia il pelo e canta le glorie del folklore).

All'acme del ritratto estroso e sarcastico della tranquilla vita medioborghese della famiglia Sorrentino alias Schisa, Fabietto, l'alter ego di Paolo, dovrà però affrontare un dolore pressoché insostenibile, un'assurda disgrazia destinata forse a funestare tutti gli anni a venire del già spaesato adolescente. La scorrevolezza del ritmo, la sobrietà delle musiche, la duttilità della fotografia e la pertinenza di costumi e scenografie continuano a tenere alto il coinvolgimento, però è logico che una cesura così tragica provochi un mutamento dell'atmosfera con il relativo adeguamento del respiro del film, dei suoi toni. È pertanto alquanto strano che a Cannes qualche recensore abbia imputato a un film che adombra, pour cause, un percorso marino, con le sue anse, le sue coste, le sue spiagge e i suoi abissi, lo scadimento della fantomatica «seconda parte»: la quale esiste, ovviamente, sul piano drammaturgico, ma mantiene una stretta coerenza su quello stilistico.
In un contesto, pertanto, deliberatamente polifonico la prova degli interpreti non si potrebbe sminuzzare con le parole scritte, ma il cinema di Sorrentino è spontaneamente generoso, non genera macchiette bensì caratteri, finge la verosimiglianza attaccandovi sempre di sguincio il cartellino del fantastico: Servillo è come al solito impressionante per come è in grado di modellare con sublimi, cronometrici tocchi l'affabilità cameratesca e la bonaria fessaggine («E accattàmmolo stu telecomando/ no, noi siamo comunisti») del pater familias finto irreprensibile; la Saponangelo, eccezionale in doppia modalità perché recita per il personaggio ma contemporaneamente per come vive nell'amore del figlio; la Ranieri, oltre che fenomeno da studiare nei convegni di scienze antropologiche (diventa più bella col passare degli anni), molto concentrata in sequenze nient'affatto facili e via via tutti gli altri, dal disinvolto Fabietto di Scotti al fratello di Joubert, dal Franco di Gallo al Capuano di Ciro Capano, dall'irresistibile Alfredo di Carpentieri alla Pedrazzi nel ruolo della sunnominata impagabile baronessa: vedere per credere come un episodio estremamente spinto si trasformi in una pagina squisita di cinema, dove, cioè, l'arredamento gremito di lusso polveroso (non manca la riproduzione in salotto del pescatorello di Gemito), le movenze da lady Frankenstein della stessa, i suoi comandi da navigatrice esperta nel mare tempestoso dell'eros fanno quasi percepire in sala il fatidico «odore delle case dei vecchi» che è una delle battute fatidiche ereditate dal catalogo sorrentiniano sempreverde.

Tra gli straripanti omaggi a Diego Armando M. riprodotto in un'età d'oro, incantata, immobilizzata come una nuvola di fuoco perenne sul cono del Vesuvio, quello di Fabietto/Paolo è certo il più commovente: niente analisi tecniche o risse da talk show, bensì un'esplosione incontenibile d'ebbrezza popolare, l'orgia della devozione al culto più puro, quello del talento e all'obiettivo finale più nobile, quello della leggenda. Gol «falso», gol vero (inestimabile), cosa importa? La grande bellezza al servizio della nostra storia di voyeurs assomiglia proprio a quella del cinema, vera/falsa per definizione strutturale, magari a quella di «C'era una volta in America» che il protagonista cerca ogni volta invano di godersi in cassetta vhs. Come per quanto riguarda il personaggio Capuano che deambula declamando nei recessi di Marechiaro: Capuano e la perseveranza, Capuano e la libertà, Capuano che urla indignato dalla platea del teatrino off, Capuano che affronta l'allievo a brutto muso... «'O tiene nu poco e curaggio?».

 

Il coraggio, in questo film festoso e sorridente nonostante o forse a causa del pathos, se l'è conquistato proprio Sorrentino, infischiandosene tra l'altro delle battute e situazioni politicamente scorrette su donne, desiderio e sesso, e cercando di non disunirsi come recita l'ultima uscita del poseidone esaltato dai suoi stessi (ancora falsi/veri) paradossi prima di tuffarsi in mare. Sì, il mare. Perché la realtà sarà scadente, ma non lo sono gli orizzonti del protagonista, minuscolo ricalco del giovane capitano della conradiana «Linea d'ombra», quella che separa la giovinezza dalla maturità e la catartica coscienza di sé.

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