Patricia Arquette: «Con Trump passi indietro, donne ancora penalizzate»

di Titta Fiore

Quando vinse l’Oscar per «Boyhood», nel 2015, Patricia Arquette pronunciò un discorso fiammeggiante sull’equo compenso per le donne. Non era ancora tempo di MeToo e di TimesUp, i movimenti per i diritti femminili che hanno scosso l’establishment di Hollywood, e le sue parole fecero sensazione. «Non mi riferivo solo all’ambiente del cinema, nel 98 per cento dei mestieri, nel mondo, le donne vengono pagate meno degli uomini», dice l’attrice, ospite di Filming Italy Sardegna Festival, la rassegna diretta da Tiziana Rocca in corso al Forte Village di Santa Margherita di Pula. «Dopo il mio discorso qualcosa è cambiato, ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca abbiamo fatto molti passi indietro sulla strada della parità. In America ci sono milioni di madri single e un bambino su cinque vive in povertà. Se le donne guadagnassero quanto gli uomini, metà dei problemi sarebbero risolti».

L’onda lunga del caso Weinstein, dice, ha prodotto i suoi effetti. «Ora, per evitare le cause di risarcimento in caso di molestie sessuali, le società di produzione hanno istituito dei corsi di formazione per le troupe. Tutti si devono adeguare alle nuove regole, compresi i registi e gli attori. Non si può dire a una donna “siediti sulle mie ginocchia, baby“, o rivolgersi in modo scorretto a un omosessuale. Si cerca di educare la troupe ad essere civile. La cosa incredibile è che per ottenere una cosa così normale abbiamo dovuto faticare tanto».

Nata e cresciuta in una famiglia di artisti, Arquette non si tira indietro di fronte a un ruolo scomodo. Se in «Boyhood» di Linklater è stata una coraggiosa madre single, nella serie «The Act» interpreta un ruolo sinistro ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto negli Stati Uniti: al centro della storia, una madre con la sindrome di Munchausen e il suo rapporto morboso con la figlia, sfociato in un omicidio. «È un caso che ha fatto molto discutere, i miei ragazzi non volevano che accettassi la parte».

Che idea si è fatta dei personaggio? «Ho capito che quella donna aveva una doppia personalità: terrorizzata dalla solitudine, ha tentato in tutti i modi di tenere la figlia legata a se’». Tra i suoi progetti, due film da regista e una fitta rete di iniziative di beneficenza a favore dei bambini. «Ma la cosa che mi sta più a cuore è un libro di memorie, ho già scritto l’incipit e ho molte idee per i prossimi capitoli».

La parte più dura e dolorosa, spiega Patricia Arquette, riguarda la morte di Alexis, la sorella transgender scomparsa nel 2016: «Era un vero simbolo nel movimento Lgtb, ha avuto una bella carriera e ha scelto di vivere nella libertà. Ha avuto coraggio, sapeva che il mondo non era ancora pronto ad accoglierla e ne ha pagato il prezzo». Non è che oggi le cose vadano meglio: «Si fanno molti passi indietro per i transgender, i militari omosessuali, i senzatetto. È un momento pericoloso per l’America, in alcuni ospedali non ti danno le cure sanitarie di cui hai bisogno se non sei dello stesso credo religioso. C’è molta discriminazione e anche a Hollywood, per Alexis, non fu facile sopravvivere. Gli restarono accanto in pochi, e tra questi Luck Perry, un cowboy che non si curava delle chiacchiere dei giornali di gossip». Che cosa manca ai movimenti delle donne per raggiungere in pieno gli obiettivi? «Il sostegno degli uomini. Quando c’è, i cambiamenti sono dieci volte più veloci. E oggi abbiamo tutti gli strumenti per dimostrarlo».
 
Venerdì 14 Giugno 2019, 20:38 - Ultimo aggiornamento: 14-06-2019 20:43
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