Pietro Marcello: «Vorrei portare Martin Eden nelle scuole»

Lunedì 9 Settembre 2019 di Titta Fiore
Venezia. Pietro Marcello ha visto la cerimonia dei Leoni in tv e ha ancora l'emozione nella voce: «È stata una serata bellissima, un'epifania». Per Luca Marinelli, il protagonista del suo «Martin Eden» che ha portato a casa la Coppa Volpi, il regista ha parole di affetto sincero: «Ha fatto un lavoro straordinario e merita tutto, con lui hanno premiato un po' anche il film».

Se l'aspettava?
«I festival sono sempre una roulette, molto dipende dalla composizione delle giurie. L'importante è partecipare, ed essere riusciti a fare un film di cui siamo contenti e felici. Tra noi si è realizzata un'alchimia perfetta, Martin Eden si porta dentro un pensiero, un'idea».

Ecco, proviamo a descriverla, questa idea.
«Quando pensavo a Martin Eden, in combutta con lo sceneggiatore Maurizio Braucci, pensavo all'educazione sentimentale di un ragazzo che si riscatta attraverso la cultura. E per farlo tradisce la sua classe di appartenenza».

Dalla California avete spostato tutta l'azione a Napoli: perché?
«È una città che ho profondamente dentro, non ci sono nato ma ho vissuto a Napoli anni molto intensi. Volevo girare nella zona del Mercato, che conserva un'identità precisa e per fortuna non è stata ancora occupata da ristoranti e b&b. È un bel quartiere, lo amo molto. E poi Napoli è una città tollerante, aperta, la gente ha voglia di fare le cose... Io ci lavoro bene. Quando si è trattato di decidere l'ambientazione del film, ci siamo detti: restiamo a casa. Anche se adesso vivo a Roma, la mia vera casa resta là. Abbiamo lavorato come ai tempi del centro sociale Damm, il film è pieno di gioia, ha un'anima. Ed è questo che arriva allo spettatore».

 
E poi c'è Marinelli, con la sua partecipazione appassionata al progetto.
«Luca è bravissimo, ha aderito perfettamente al personaggio e all'ambiente. Ho pensato a lui dal primo momento, avevo bisogno di un attore solido per attraversare la parabola di Martin Eden. E lui l'ha fatta sua. Una performance magnifica. La giuria lo ha capito».
Con il napoletano se l'è cavata bene, chi glielo ha insegnato?
«Aveva un coach e stava sempre con noi, in un ambiente verace. Ha imparato prendendo qualcosa da tutti. Abbiamo fatto il film in stato di grazia. È stato bello lavorare con Luca, Martin Eden ci ha unito molto. Non capita tutti i giorni di girare un film in questo modo, con dedizione e amore».
Alla fine, servono più gli elogi o le critiche?
«Gli elogi vanno bene, si capisce, ma le critiche m'interessano di più, perché aiutano a crescere, ad evolvere. Il cinema può essere visto sotto tanti aspetti, è come l'utopia. Dobbiamo continuare a sentirlo come una necessità, a guardare ai nuovi linguaggi... Il cinema è ancora uno strumento potentissimo. Noi abbiamo realizzato un film sull'educazione sentimentale di un ragazzo e ci piacerebbe farlo vedere nelle scuole».
Chi è per lei Martin Eden, Pietro?
«È una sorta di archetipo che ora vive nella trasposizione filmica».
Sta già pensando a un nuovo progetto?
«Mi considero un artigiano e mi metto all'opera solo quando ho qualcosa da dire. Sul set e nella vita. Cerco una necessità in ogni cosa che faccio. Martin Eden non è più nelle nostre mani, ha cominciato il suo cammino in sala e spero che lo vedano in tanti. Per parte mia, finora ho partecipato a un'unica presentazione, a Napoli, al Modernissimo. Ho voluto riconsegnare il film alla città».
t.f.
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