Robin Williams, sette anni fa la morte: i mille misteri legati al suicidio della grande star

Lunedì 9 Agosto 2021 di Riccardo De Palo
Robin Williams, sette anni fa la morte: i mille misteri del suicidio della grande star

Ci sono molti modi di ricordare Robin Williams, uno dei più grandi attori che abbiano mai calpestato i set di Hollywood, che si tolse la vita in un funesto undici agosto di sette anni fa. Uno di questi è rievocare i tormentoni dei suoi lavori, da quel “capitano, oh capitano” con cui il professore John Keating cerca di ottenere l’attenzione dei suoi studenti, ripetendo una poesia di Walt Whitman, che diventa presto la parola d’ordine eversiva de “L'attimo fuggente” di Peter Weir (1989). C’è “sono Mork e vengo da Ork” di un’ormai antica situation comedy degli anni Settanta, “Mork & Mindy”, in cui Williams ha il ruolo di un alieno piovuto sulla Terra. Oppure si potrebbe rievocare il "Gooood Morning, Vietnam!" del film omonimo del 1987, con cui il conduttore radiofonico Adrian Cronauer cerca di risollevare il morale delle truppe, impegnate in una guerra che si rivela presto un disastro planetario.

La morte di Robin Williams

Quando Williams fu ritrovato senza vita, impiccato con una cintura, fissata alla maniglia della porta chiusa nella sua camera da letto, il clamore fu enorme. Aveva solo 63 anni. La terza moglie, Susan Schneider, precisò che il marito non aveva fatto trapelare in alcun modo la sua volontà di farla finita. Forse temeva di diventare un peso per gli altri: gli era stato diagnosticato il Parkinson, e da tempo soffriva di allucinazioni, di tremori, attacchi di panico, paranoia, e non riusciva più a dormire. 

 

Il ricordo

Il miglior modo di ricordarlo, forse, è nelle parole molto ispirate dell’allora presidente Barack Obama: «Robin Williams è stato un aviatore, un dottore, un genio, una tata, un presidente, un professore, Peter Pan e tutto il resto. Ma era unico nel suo genere. È arrivato nelle nostre vite come un alieno, ma ha finito per toccare ogni elemento dello spirito umano. Ci ha fatto ridere. Ci ha fatto piangere. Ha dato il suo incommensurabile talento liberamente e generosamente a coloro che ne avevano più bisogno, dalle nostre truppe di stanza all'estero agli emarginati nelle nostre strade».

L’attore irresistibile di “Mrs Doubtfire”, che aveva percorso migliaia di chilometri in bicicletta  (ne possedeva 87), aveva semplicemente deciso che la sua corsa era finita. Un tunnel dei colori dell’arcobaleno, sulla Highway 101 a nord del Golden Gate Bridge di San Francisco, fu rinominato in suo onore. Sua figlia Zelda disse che dopo la sua morte «il mondo sarà per sempre un po' più triste, meno colorato e meno pieno di risate». Una frase da sottoscrivere con tutto il cuore. 

I personaggi

Ma chi era veramente Robin Williams, un attore che riusciva a commuovere facendo ridere, e a trovare sempre il lato più profondo dei personaggi che interpretava? Forse è difficile separare i suoi personaggi dall’uomo che li interpretava. Per molti, sarà sempre il professore Sean Maguire di “Will Hunting - Genio ribelle”, che cerca di imbrigliare il talento impareggiabile dello studente (Matt Damon), o il dottor Malcolm Sayer di “Risvegli”, ispirato alla storia di Oliver Sacks, che cerca di risvegliare un paziente (Robert De Niro) affetto da catatonia.

Ma c’è forse un altro film che si sposa ancora meglio con il vero Williams, quello che interpretò ne “L’uomo bicentenario”, il robot androide che riesce a provare tutte le sensazioni umane e che sogna soltanto di poter invecchiare e morire serenamente con l’amore della sua vita. «Come robot avrei potuto vivere per sempre, ma dico a tutti voi oggi, che preferisco morire come uomo, che vivere per tutta l'eternità come macchina... Per essere riconosciuto per chi sono e per ciò che sono. Niente di più, niente di meno». Difficile non pensare a queste parole, e al terrore della prospettiva di finire la propria vita senza poter muovere un dito, attaccato a una macchina.

 

 

Ultimo aggiornamento: 18:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA