Sara Ricci nuda al cinema per la prima volta: «Napoli ha fatto il miracolo»

Mercoledì 27 Ottobre 2021 di Giovanni Chianelli
Sara Ricci nuda al cinema per la prima volta: «Napoli ha fatto il miracolo»

Ha già una lunga carriera, iniziata con un gigante come Michelangelo Antonioni. Quest’anno alla Mostra del cinema di Venezia ci è arrivata con un film ambientato sotto il Vesuvio: così si può iniziare a capire qualcosa del legame tra Sara Ricci e Napoli. «Ormai è nella mia anima», dice l’attrice romana.

Tanto per tracciare altri indizi di un percorso che la vuole spesso da queste parti, sabato scorso era a Salerno, madrina di un flash mob per creare attenzione sulla violenza contro le donne: «In Un posto al sole ho interpretato per anni una donna vittima di violenza, Adele Picardi. Sono da sempre in prima linea in questa lotta». In difesa delle donne, ma non solo. La Ricci è attiva anche nel campo dei diritti civili: il film con cui è sbarcata sul Lido è La santa piccola di Silvia Brunelli, in concorso anche al Queer Lion, il premio per i film sulla tematica Lgbt. È la pellicola in cui, per la prima volta, interpreta un ruolo erotico.

E sua amica del cuore è Fabiola Sciabarrasi, la moglie di Pino Daniele. Erano state compagne di banco e con lui, il Nero a metà, ha passato diverse estati nella casa di Sabaudia: «Affettuoso e riservato. Detestava la caccia che gli davano i fotografi, arrivò a sconsigliarmi di frequentare questo mondo».

Esperienze importanti in tivvù, affianco a Gigi Proietti ne Il maresciallo Rocca, e in produzioni internazionali (ricordate la madre di Violetta in Mia and me? Era lei, anche se le sue amiche non la riconoscevano), oltre a tanto cinema, dal citato Al di là delle nuvole a Fratelli coltelli di Maurizio Ponzi. Il 2021 la vede tornare spesso nella sua amata Napoli: «Ho recitato diverse volte in napoletano. In romano mai!». Il 30 e il 31 ottobre tiene un workshop a via dei Mille 40, nei locali di “Studio Sede” (palazzo Leonetti). Direttrice artistica di una rassegna rivolta all'arte organizzata dalla stessa associazione, nei prossimi mesi è di nuovo in scena in città con Di-vino amante; il tema del laboratorio, rivolto a chi si avvicina alla recitazione, è “I 7 vizi capitali”. 

Nel riannodare il suo rapporto con Napoli partiamo da qua: perché i vizi capitali?
«Mi sembrava un’idea buona per offrire un approccio a chi sta iniziando questo lavoro. Ira, invidia, gelosia, avidità, gola, superbia e lussuria. C’è tanto da dire su ognuno dei peccati e tante suggestioni offrono al mestiere dell’attore. Un modo per entrare nella sfera emotiva di donne e uomini da una porta ricca di spunti, anche di tabù».

La città è nel suo cuore, ormai.
«Ne sono sempre di più innamorata, ma non da ora. Non riesco a ricordare con quanti colleghi napoletani ho lavorato, da Alessandro Preziosi a Gianfelice Imparato o come Sebastiano Somma con cui ho fatto ‘Uno sguardo dal ponte’ per 4 anni, prodotto da Luigi De Filippo. Per non parlare della mia amicizia con Eugenio Bennato e Pietra Montecorvino. Mi hanno ormai influenzata anche nel linguaggio, molti mi prendono per napoletana. E il paradosso è che in napoletano ho recitato, in romano mai!».

Non aveva mai girato neanche ruoli erotici, se è per questo. Mentre ne “La santa piccola sì”. Miracoli partenopei?
«Quando la regista, Silvia Brunelli, mi ha chiesto se mi andasse di interpretare quella scena era sicura che avrei detto no. L’ho sorpresa accettando con entusiasmo, dato che finora nessuno mi aveva mai proposto il nudo. Credo che solo una donna potesse farlo con quella delicatezza, e solo una donna sarebbe stata in grado di dirigerci nel modo più appropriato, perchè la sequenza non riuscisse volgare e scontata».

Dice dirigerci perché, in effetti, nella scena eravate in 3.
«Interpreto il ruolo di una nobildonna attratta dai giovani. Ho recitato con due giovani napoletani, bravissimi, Francesco Pellegrino e Vincenzo Antonucci. Siamo stati capaci di rendere il momento erotico e al contempo spirituale. E in più è una sequenza molto funzionale al film e alla storia dei due protagonisti, Francesco e Vincenzo. Si racconta la vicenda di Annaluce, una bambina che la gente del suo quartiere considera santa. Il sesso tra noi dona ambiguità e valori profani alla storia in modo aulico, nel contesto di un film già atipico, dal respiro internazionale».

Napoli è un luogo dai molti santi, e non solo quelli canonizzati.
«Uno di questi è Pino. Lo chiamo così perché siamo stati molto amici. Fabiola, sua moglie, era mia compagna di classe. Volli mettermi accanto a lei di banco anche perché inconsciamente speravo di farmi contagiare da quei suoi occhi verdi, fantastici: sognavo che sarebbero venuti anche a me! Una donna bellissima e un’amica vera. La loro figlia si chiama Sara come me. Passavamo le estati insieme a Sabaudia: lui con me era carino e affettuoso, verso il resto del mondo riservato, geloso della sua privacy. Odiava la folla di paparazzi sotto casa. Un giorno mi disse: ‘Sarè, chi t’o ffa fà?”, in riferimento alla mia voglia di entrare nel mondo del cinema».

Da anni Napoli sembra essere diventata la meta privilegiata delle produzioni.
«Si lavora bene, anche nel senso di set, location e logistica. È meno stressante di altri posti, più aperta e disponibile. Dicendo che è un set a cielo aperto dico un’ovvietà che vale anche per altri ambienti, da Roma a Venezia, da Firenze alla Puglia e alla Sicilia. Ma qui respiro più umanità, rispetto dei diritti di ognuno e tanta allegria, gioia di vivere contagiosa. Oltre al fatto che gli attori napoletani hanno la marcia in più della lingua. Quando sono costretta, insegnando recitazione, a togliere la cadenza mi pare di fare un oltraggio. Sì, togliere il napoletano a un napoletano è il vero peccato capitale».

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