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Toni D'Angelo: «Io, papà Nino e quel film cult che incassò quanto Flashdance»

Venerdì 26 Febbraio 2021 di Maria Chiara Aulisio
Toni D'Angelo: «Io, papà Nino e quel film cult che incassò quanto Flashdance»

Parla con uno spiccato accento romano, Toni D'Angelo, classe 79, laureato al Dams di Bologna, regista e sceneggiatore, figlio di Nino, 'nu jeans e na maglietta, innamorato di Napoli forse anche più del padre.

E però la pronuncia non è quella di famiglia.
«Non sarebbe stato possibile. Avevo solo cinque anni quando ci trasferimmo a vivere a Roma».

Per quale ragione?
«Una brutta storia». 

Racconti.
«Mio padre fu minacciato».

Quando?
«Anni 80, dopo la partecipazione a un festival di Sanremo. Il suo successo cominciava a disturbare e così partì un colpo di pistola all'indirizzo di casa nostra».

Minacce di camorra, dunque.
«Chiare e forti. Più che paura a papà sembrò un'offesa: era nato per strada, aveva lottato e vinto da solo, un trattamento del genere non se lo aspettava. Senza pensarci troppo facemmo le valige e - a malincuore - andammo via».

Vita romana, insomma.
«Soprattutto all'inizio tornavamo a Napoli ogni settimana. Con il passare del tempo mio padre e mia madre hanno continuato a farlo, io un po' meno».

Colpa del lavoro da regista?
«Gli impegni talvolta non me lo consentivano, è vero. Ma è anche vero che troppo tempo lontano da Napoli non ce la faccio. Appena posso prendo moglie e figli e arriviamo».

Dalla musica al cinema. Come l'ha presa Nino D'Angelo quando ha saputo che suo figlio voleva diventare regista e non cantante?
«Mi ha sempre detto di seguire cuore e passione».

E lei lo ha fatto.
«In realtà no. O meglio: solo in parte».

In che senso?
«La musica è sempre stata il mio grande amore. Ero solo un bambino, il primo regalo che volli fu una batteria». 

Poi ha cambiato idea?
«No, mai. Diciamo invece che non ho avuto il coraggio di mettermi in gioco. Ero affascinato da mio padre e dal suo lavoro ma al momento opportuno ho scelto un'altra strada».

Soddisfatto ugualmente?
«Alla fine ho coinvolto lui nel mio lavoro, e non il contrario». 

In che modo?
«In alcuni film l'autore di musiche e testi si chiama Nino D'Angelo, io invece gli ho diretto un paio di video clip. Il periodo in cui abbiamo girato Falchi poi è stato entusiasmante».

Falchi intesi come poliziotti?
«Loro, sì. Il film parla di amicizia, tradimento, fedeltà: era importante trovare un lavoro in cui due persone dipendessero una dall'altra. I Falchi sono poliziotti che vivono, e convivono, sulla stessa moto».

La coppia ideale.
«Quello che volevo rappresentare». 

E Nino D'Angelo?
«A lui la colonna sonora ovviamente: Puortame cu te, bellissima». 

Meglio di 'nu jeans e na maglietta?
«'Na faccia acqua e sapone. M'ha fatte nnammurà. La canzone madre di tutti i neomelodici, papà diventò uno degli artisti più rivoluzionari della nuova canzone napoletana».

Successo strepitoso.
«Un milione di copie vendute».

Poi diventò anche un film: anno 1983.
«Cifre da capogiro. Al botteghino incassò otto miliardi delle vecchie lire, battendosela con Flashdance».

Un ragazzo prodigio, insomma.
«Ai suoi tempi la canzone napoletana era la sceneggiata, Mario Merola, mio padre doveva esserne l'erede. E invece scelse un'altra strada, un pop che mescolava italiano e dialetto, voleva essere ascoltato da tutti. E ci riuscì».

Ma il caschetto biondo?
«Ancora lo prendiamo in giro. In famiglia si fa molta autoironia e quell'acconciatura offre sempre molteplici spunti. Sulla chat di famiglia spesso girano i meme che lo ritraggono così».

Intanto ha funzionato. E pure bene.
«Vendeva gelati alla stazione centrale e per aiutare la famiglia cantava ai matrimoni e alle feste. Quel caschetto gli ha portato fortuna e va rispettato. Si scherza ma mai troppo».

Poi però ha cambiato look.
«Con gran dispiacere dei suoi fan, a un certo punto ha tagliato i capelli biondi e iniziato a scrivere canzoni non più solo d'amore ma anche di vita quotidiana».

Qual è la canzone di Nino D'Angelo che le piace di più?
«'O pate, secondo me uno dei brani più belli e intensi della sua discografia».

Qual è la storia?
«È un omaggio a suo padre Antonio, mio nonno, gli ero molto affezionato. Morì troppo giovane dopo una vita da umile lavoratore per mandare avanti una famiglia numerosa in un contesto di povertà».

Il riscatto grazie al figlio. Deve essere stata una bella soddisfazione.
«Quando vedeva la fila di gente in attesa di una foto, o un autografo, si emozionava fino alle lacrime». 

E lei? Come viveva da bambino tanta popolarità?
«Un po' ci avevo fatto l'abitudine. Anche se poi vedere le mamme dei miei amici che lo guardavano incantate mi sorprendeva sempre. A Napoli poi era un trionfo, non si poteva camminare».

Fermate continue.
«Per percorrere pochi metri, in alcuni rioni soprattutto, ci voleva un tempo infinito».

Il prezzo della fama.
«Lo pagavamo volentieri. I fans di mio padre prima di tutto. Anche per loro mi piacerebbe esaudire un desiderio che mi porto dentro da tempo».

Quale?
«Produrre un film sulla sua vita. Verrebbe fuori un racconto straordinario. Il successo da zero. Quando cuore e passione fanno la differenza». 

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