Toni D'Angelo rifà Milano calibro 9: «La mia 'ndrangheta gangster movie»

Mercoledì 26 Giugno 2019 di Diego Del Pozzo
Quentin Tarantino considera «Milano calibro 9» di Fernando Di Leo il più bel film poliziesco italiano di sempre. Così, anche il regista di «Pulp Fiction» sarà felice di sapere che il violento poliziottesco del 1972 tratto dai racconti di Giorgio Scerbanenco e interpretato da Gastone Moschin, Barbara Bouchet e Mario Adorf avrà un seguito ufficiale, intitolato semplicemente «Calibro 9» e diretto dal cineasta di origini napoletane Toni D'Angelo (papà è il celebre Nino senza giacca e cravatta), che ha iniziato a girarlo l'altroieri mattina a Catanzaro, con la produzione di Minerva Pictures, Rai Cinema, Gapbuster e il sostegno di Mibact e Calabria Film Commission.

La troupe sarà impegnata nella città calabrese per le prossime due settimane, prima di trasferirsi a Milano e poi in Belgio, ad Anversa. Protagonisti sono Marco Bocci, Michele Placido, Ksenia Rappoport, Alessio Boni e Barbara Bouchet, che riprende il suo storico ruolo della ballerina sexy Nelly Bordon, l'amante del marmoreo criminale Ugo Piazza del compianto Moschin, mentre per motivi di salute è saltato l'annunciato coinvolgimento del quasi ottantanovenne Adorf.

D'Angelo, lei è un amante del poliziesco italiano anni '70, al quale ha guardato anche per il suo precedente «Falchi». Come mai ha scelto di girare il sequel proprio del film di Di Leo?
«L'idea nasce dal mio produttore Gianluca Curti, che aveva da sempre il sogno di dare un seguito a Milano calibro 9, film prodotto dal padre Ermanno. Quando mi ha proposto di dirigerlo, ho accettato subito perché considero la trilogia poliziottesca di Fernando Di Leo, composta anche da La mala ordina e Il boss, un esempio di grande cinema. Purtroppo, in Italia, i grandi registi come lui vengono riscoperti sempre quando è troppo tardi».
 
Che cosa pensa di quella stagione del cinema italiano?
«Ho una vera passione per il cinema di genere italiano degli anni '60 e 70. In quel periodo, tra l'altro, quelle produzioni incassavano e hanno permesso la sopravvivenza dell'industria cinematografica nazionale. Poi, dal decennio '80, ci siamo fatti fregare dagli americani sul nostro stesso terreno, mentre in Italia abbiamo continuato per anni a crogiolarci con un'idea di autorialità spesso fine a se stessa. Per fortuna, oggi c'è un ritorno a questo tipo di narrazioni, sia al cinema che in televisione».

Il suo «Calibro 9» è ambientato decenni dopo il film originale.
«Voglio costruire un ponte tra i meccanismi di funzionamento della criminalità e del malaffare di allora e di oggi. Ho deciso di girare in Calabria, perché racconteremo la ndrangheta, una tra le correnti criminali che più ha saputo internazionalizzarsi e cavalcare la modernità. In definitiva, l'Italia criminale dei due film non è cambiata. A mutare sono le modalità con le quali si realizzano gli affari sporchi. Così, se il film di Di Leo si apre con la celeberrima sequenza della valigetta piena di denaro che passa di mano in mano e poi sparisce, nel mio tutto ciò avviene attraverso transazioni finanziarie criptate che si concretizzano grazie al semplice click su un computer».

Come sono collegati i due film, per quel che riguarda i personaggi?
«Lo spunto di partenza è la nascita, nove mesi dopo la conclusione del primo film, del figlio di Ugo Piazza e Nelly Bordon. Si tratta del personaggio di Marco Bocci, l'avvocato Fernando Piazza, che ritroviamo adulto e in piena attività nella Milano di oggi, dotato della stessa furbizia di papà Ugo. Ksenia Rappoport interpreta un altro avvocato, una penalista che difende i grandi capi della criminalità internazionale, perché voglio raccontare proprio le nuove dinamiche sovranazionali dei gruppi criminali di oggi, non più localizzati come una volta, ma attivi in tutto il mondo con interessi economici giganteschi».

La sua rilettura del poliziottesco sarà contaminata anche da altre passioni cinefile?
«Guarderò al gangster movie di Hong Kong e a un autore da me molto amato come Melville, poiché nel mio film ci sarà tanta azione ma anche attenzione alle psicologie dei personaggi, non semplici buoni o cattivi ma dotati di molte sfumature e di una loro anima».

Riuscirà a recuperare o almeno citare la strepitosa colonna sonora dell'epoca, composta da Luis Bacalov ed eseguita dagli Osanna?
«Questo è il mio sogno e spero che i diritti su quelle musiche mi permettano di concretizzarlo. Comunque, farò il possibile per riprendere almeno il brano incalzante della lunga e memorabile sequenza iniziale». © RIPRODUZIONE RISERVATA