Venezia, Alessandro Borghi star con Mondocane: «Gli applausi della gente dell'Ilva sul set»

Venerdì 3 Settembre 2021 di Titta Fiore
Venezia, Alessandro Borghi star con Mondocane: «Gli applausi della gente dell'Ilva sul set»

Testa rasata e baffi a manubrio, Alessandro Borghi è il carismatico e violento Testacalda, capo di una pericolosa banda di ragazzini in una Taranto devastata e distopica in «Mondocane», ambiziosa opera prima di Alessandro Celli (premiato regista di corti) prodotta da Matteo Rovere e da oggi in sala con 01, passata alla Mostra nella Settimana della critica. Nel cast, con i due ragazzi Dennis Protopapa e Giuliano Soprano, anche Ludovica Nasti, la piccola Lila dell'«Amica geniale». Dice l'attore: «Il cinema ci consente di trattare anche attraverso i generi temi impegnati. Quando giravamo, la gente per strada ci ringraziava. Dell'Ilva la politica si dovrebbe occupare di più». E il regista: «Questa distopia non nasce come un racconto di fantascienza, ma è ispirata dal dibattito sulle sorti dell'acciaieria e dei suoi lavoratori. Ho immaginato un fallimento sociale, la regressione a un terzo mondo dai grandi contrasti». Sul personaggio di Testacalda Borghi spiega di aver lavorato parecchio: «Non volevo che fosse il classico cattivo, piuttosto una specie di educatore sollecitato da molte contraddizioni». Quanto al look, «ho cercato di distorcere la mia immagine, con un naso più grosso e una cicatrice, per sentirmi libero di esplorare nuovi comportamenti. E per le referenze fisiche mi sono ispirato a Charles Bronson e al Daniel Day Lewis del Petroliere». Sua anche l'idea del cranio rasato: «Potrei dire che è frutto di un lungo studio, in realtà mi ero fatto una cresta bionda e un giorno me la sono tagliata. E andavo benissimo così».

Ora Borghi sfoggia un barbone «biblico», dovuto alle riprese del film «Le otto montagne», dal romanzo di Cognetti, a dicembre sarà nelle sale con «Supereroi» di Paolo Genovese, quindi su Sky con la seconda stagione della fortunata serie «Diavoli» e al cinema con «il western fluviale» «Delta» di Michele Vannucci con Luigi Lo Cascio. «Durante il lockdown ho avuto paura, con la mia ragazza abbiamo visto tanti film e letto molti libri, ci siamo riappropriati del tempo. È stata anche l'occasione per capire cosa voglio fare nella vita». E cioè? «Respirare di più, non affastellarmi le giornate, godere dei risultati. E penso di cominciare a produrre con il mio amico Guido Maria Brera, il finanziere autore di Diavoli, mi piace l'idea di mettere su una squadra e di aiutare i giovani, come Sollima e Caligari hanno aiutato me». 

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In «The Power of the Dog», in gara per il Leone d'oro, Jane Campion ha raccontato con i ritmi lenti di un veleno distillato un western tossico interpretato magnificamente da Benedict Cumberbatch e Kristen Dunst. La storia è tratta dall'omonimo romanzo di Thomas Savage (Neri Pozza) ed è ambientata nel Montana, ricostruito dalla regista di «Lezioni di piano» in Nuova Zelanda. «Ho sempre creduto in questo libro e non sono riuscita a togliermelo dalla testa» dice, «è una storia che ti entra nella psiche». Produce Netflix, che lo manderà anche nelle sale. «Erano dodici anni che non facevo un film, ma solo serie tv che mi piacciono molto perché mi consentono di dare loro una tonalità e di svilupparla. Netflix mi ha consentito di avere un ottimo budget a disposizione e ha rispettato la mia libertà di espressione». Paladina del lavoro delle cineaste del mondo, prima donna a vincere una Palma d'oro a Cannes, Campion è ottimista sulle prospettive del cinema al femminile: «Le donne si stanno comportando molto bene e una regista come Chloé Zhao ha appena vinto un Leone d'oro e poi un Oscar. Se ne hanno la possibilità, niente può fermare le donne, tuttavia le statistiche non ci danno ancora ragione, dobbiamo far sentire più forte la nostra voce. Il coraggio e il talento non ci mancano». E Cumberbatch, come si è sentito nei panni di un rude e aggressivo maschio alfa? «Non approvo e non giudico il mio personaggio, ma lo capisco, i suoi comportamenti tossici nascono dall'educazione sbagliata e sono la sua condanna. Sappiamo che le persone danneggiate creano a loro volta dei danni, isolarle è un errore, andrebbero aiutate a reintegrarsi nella società». 

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