Nazismo, i crimini contro i malati di mente in mostra al Vittoriano di Roma

Martedì 18 Aprile 2017 di Regina Picozzi

Per la prima volta in Italia, in mostra a Roma nella Sala Zanardelli del Complesso del Vittoriano fino al 14 maggio prossimo, un'esposizione documentaria rende noti i crimini del nazismo che nel tempo si è cercato di tenere nascosti. Fotografie, disegni, atti ufficiali e inediti testimoniano lo sterminio organizzato che venne eseguito nei confronti dei malati psichici con il dilagare del nazismo, quando la diffusione delle politiche di igiene razziale e la cosiddetta eugenetica divennero un efferato strumento omicida.

 

 

Nata dalla volontà della Società Tedesca di Psichiatria DGPPN, la stessa che durante il nazismo prese parte ai crimini verso i malati e i disabili e che negli ultimi 15 anni si impegna nel sensibilizzare la popolazione in merito a questi eventi, il progetto ha preso vita – in collaborazione con le due Fondazioni Memoriale per gli Ebrei Assassinati d’Europa e Topografia del Terrore di Berlino - nel 2014, quando è stato presentato al Parlamento tedesco ed ha iniziato a fare il giro del mondo.

L’intento, innovativo, è quello di suscitare interrogativi sulle radici culturali dell’atroce sterminio, non limitandosi quindi alla sola ricostruzione storica dell’accaduto.

Attraverso foto e testimonianze personali, molte delle quali fornite proprio dalle famiglie di chi venne ucciso nei lager, che hanno richiesto la ricostruzione della storia dei propri parenti, si rivive un capitolo agghiacciante del percorso dell’umanità.

Si parla degli oltre 400.000 cittadini tedeschi di entrambi i sessi che, affetti da patologie mentali classificate come tare genetiche incurabili, vennero sterilizzati contro la propria volontà a partire dal 1934.  Si parla degli oltre 200.000 pazienti ricoverati in ospedali psichiatrici del Paese che, tra il 1940 e il 1945, furono invece uccisi nelle prime camere a gas costruite dalla Germania nazista o lasciati morire di inedia all’interno delle strutture stesse che li ospitavano. Semplicemente perché considerati un peso superfluo per la popolazione tedesca.

Si parla dell’annullamento di esseri umani che il regime perseguì come fine e promosse come pensiero propagandistico: i malati psichici, come i disabili, rappresentavano elementi “improduttivi”, incapaci di migliorare la specie e di dare un contributo genetico di valore per la nazione. Quindi individui da eliminare, esattamente come gli ebrei. Con la connivenza e la partecipazione del personale medico.

Ma cosa accadeva nell’Italia fascista e negli ultimi anni della guerra? A questa domanda tenta di dare risposta una sezione aggiuntiva della mostra realizzata dalla Società Italiana di Psichiatria, cui si riconosce il merito di volersi, per prima, confrontare con la storia. Certo, in quegli anni essa non si macchiò degli atroci crimini commessi dai colleghi tedeschi ed anzi sappiamo che vi furono medici italiani che misero in atto una strenua opposizione al regime. Pur contraria all’uccisione dei malati, però, la psichiatria italiana fu di fatto l’unica società scientifica a legittimare le leggi razziali del ’38.

E tra lo sguardo impassibile dei carnefici e le azioni complici di chi non li fermò, rimane a fissarci il ricordo insistente delle vittime. A testimoniare, forse, che la violazione dei diritti umani che nelle loro storie ci appare tanto disgustosa e inaccettabile possa essere ancora qui. Oggi. Proprio sotto ai nostri occhi.

 

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile, 00:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA