Sanremo 2020, il politicamente corretto sovrasta anche le canzoni

Venerdì 7 Febbraio 2020 di Mario Ajello
Sanremo 2020, il politicamente corretto sovrasta anche le canzoni

Il festival delle mentite spoglie. Il Sanremo che non vorrebbe sembrare politico, ma lo è. Quanta cura nel cercare l’equilibrio giusto, questo ospite sì, questo no. Quanta ansia nel volersi mostrare equanimi e inattaccabili. Quanta retorica nel dire avanti le canzoni e indietro la politica. Si è fatto effettivamente di tutto per risultare impolitici.

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Ma poi il castello dell’apparente impoliticità - l’intervento di Roger Waters? No, quello meglio di no. Il rischio che il rapper Junior Cally esagerasse, oddio togliamogli la maschera del machismo più estremo e pericoloso e rendiamolo buonista con una canzone insipida - è venuto giù tutto in un colpo. Ha svelato l’inganno su cui era costruito.
Ed è bastato poco a far crollare l’operazione ecumenica, cioè l’ipocrisia. E’ bastata la stecca di Rula, che è stata quella che ha fato sloggiare le canzoni - nessuna indimenticabile, tutte più o meno prive del soffio della novità e del gusto del rischio, a meno che non ci si accontenti del seminudo della tutina di Achille Lauro o degli ex ribelli dei tempi archeologici, Morgan e Pelù - e ha fatto vincere la politica che non doveva neppure partecipare. Un paradosso, dunque, e certo non un gran spettacolo. 
 



Si è voluto di fatto un festival di Sanremo in surplace, si è puntato al pensiero debole, s’è adattato il sound festivaliero al clima nazionale di sospensione e di presunta stabilità, ma ecco che l’arrivo di una predica un po’ più marcata delle altre, di una nota più forte ma anche sbagliata (le cifre della Jebreal sulle violenze contro le donne sono sballate) e viene meno di botto l’inganno dell’impoliticità al favore del trionfo del politicamente corretto più classico e più comodo.
 
 


Così il Festival finisce per sbandare a sinistra. Per risucchiare se stesso nell’ovvio del pensiero corrente, per privarsi della sua pretesa neutralità e caratterizzarsi per quello che è. Verrebbe da definirlo, giocando un po’, un parente non lontano del governo rosso-giallo, che è nato sull’enunciazione grillina del superamento storico e culturale dello schema destra-sinistra, per poi rivelarsi non certo di destra e sicuramente di sinistra. 
Così Re Ariston ha denudato se stesso. Ha scoperto il fianco che non voleva troppo mostrare. Ma gli va bene così, tanto piovono lo stesso gli applausi ed è naturale nell’Italia dell’eterno conformismo, dove vince chi non osa e chi non dice qualcosa di più. 

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