Vulci, scoperta la tomba della "ragazza della birra": inviolata da 2600 anni

Sabato 19 Giugno 2021 di Laura Larcan
Vulci, scoperta la tomba della "ragazza della birra": inviolata da 2600 anni

Inviolata da 2600 anni. Intatta, cristallizzata nel tempo, scampata alle mani selvagge dei tombaroli. Una volta rimossa la grande pietra che la sigillava, ha svelato fior di sorprese. Un'emozione per gli occhi degli archeologi del parco èlokheologico di Vulci, gioiello in terra Etrusca, nel comune di Montalto di Castro, legato all'antica leggendaria città di Vulci, nemica della Roma delle origini.

 

È apparsa così la sepoltura di una donna, con lo scheletro ancora preservato e un corredo di oggetti rarissimi. Forse, secondo le prime ipotesi, si potrebbe trattare della ragazza addetta alla mescita del vino o della birra. L'équipe della Fondazione Vulci diretta da Carlo Casi è al lavoro, tra l'area di scavo e i laboratori per analizzare tutti i reperti e avviare l'intervento di restauro.

 

 

 

La meraviglia è riaffiorata nella necropoli dell’Osteria, la tomba si data all’interno della prima metà del VI sec. a.C. «La nostra tomba è molto importante perché intatta e questo ci consente di poter ricostruire l’identikit del defunto»​, spiega Carlo Casi. Gli occhi sono tutti puntati su un reperto eccezionale: «Non è un oggetto unico, ma molto raro - precisa Casi - Si tratta di un balsamario in faience, probabilmente egiziano e rappresenta una figura femminile con la tipica acconciatura ed un mantello di pelle maculata, forse di leopardo, allacciato sotto il collo. La donna - continua Carlo Casi - è accosciata e regge con le gambe un grande vaso. Quest’ultimo parrebbe chiuso con un lembo di pelle. Siamo di fronte ad un pezzo di grande rarità»

 

L'IDENTIKIT

Lo scheletro è un tesoro per gli antropologi del parco. «Le ossa sono ancora in connessione anatomica - racconta Carlo Casi - e ad una prima analisi, sembra essere appartenuto ad una giovane donna di circa 20 anni. Era alta quasi un metro e settanta centimentri, ed indossava una collana in ambra». Il corredo intatto regala forti suggestioni: «Il corredo funebre d’accompagno consiste in una grande olla, chiusa da coppa di stile ionico, da un attingitoio, una oinochoe, ossia una brocca, e da un kyatos: tutti e tre, quest’ultimi, relizzati in bucchero».

Ma chi era questa donna? Gli archeologi avanzano le prime ipotesi sulla base della tipologia del corredo. «Abbiamo un’ipotesi un po’ ardita - riflette Carlo Casi - La ragazza potrebbe essere stata in vita un’addetta alla mescita del vino. E anche il balsamario, con la chiusura in pelle del vaso rimanda al processo della fermentazione di liquidi (forse la birra). Inoltre il modesto corredo rappresenta un’origine non certo aristocratica, probabilmente - oggi diremmo - piccolo borghese, denunciata dalle ambre e dalla faience».

Perché proprio la birra? «Perché nell’Antico Egitto era molto consumata e per essere prodotta deve subire un lento processo di fermentazione», spiega Carlo Casi. Dettaglio non trascurabile del balsamario è la chiusura, che sembra fatta in pelle. In cosa consiste? «Da quello che si vede non si capisce, però la mancanza del senso di rigidità che lo sconosciuto artista ha voluto rendere ci fa propendere verso questa ipotesi. l’importanza è data dal fatto che la chiusura in pelle serviva a facilitare la fermentazione».

Ancora una scoperta che fa luce sulla civiltà Etrusca: «Ricostruendo le microstorie quotidiane degli antichi abitanti di Vulci, ricostruiamo anche la storia sociale del grande centro etrusco». Il parco continua a restituire tasselli sempre più preziosi, grazie alle campagne di scavo della Fondazione Vulci realizzate in collaborazione con Simona Carosi responsabile dell'area per la Soprintendenza per l'Etruria meridionale guidata da Margherita Eichberg, e il contributo della Regione Lazio e del Comune di Montalto di Castro. 

Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 12:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA