Franca Valeri compirà 100 anni il 31 luglio: «Ma riuscirà il mondo a fare a meno di me?»

Domenica 19 Luglio 2020 di Katia Ippaso
Franca Valeri compirà 100 anni il 31 luglio: «Ma riuscirà il mondo a fare a meno di me?»

«A me stessa. A chi altri?». La dedica che Franca Valeri fa nella prima pagina del libro appena uscito per La tartaruga - La Nave di Teseo, che raccoglie le sue opere teatrali dal 1962 al 2014 (Tutte le commedie, 672 pagine, 22 euro), è la sintesi estrema di una vita vissuta senza sbandamenti, contando essenzialmente solo su se stessa: una vocazione assoluta per l'arte della recitazione, un'intelligenza formidabile nell'arte del vivere. La grande attrice milanese, romana d'adozione, il 31 luglio compirà 100 anni. Una cifra impressionante che si stende oggi su un corpo reso fragile dagli anni e dalla difficoltà di parlare, ma che evidenzia in modo lampante la longevità di una promessa fatta nella prima metà del secolo scorso. Non a caso si intitola, semplicemente, Essere Franca, l'omaggio che Rai 1 le farà il 30 luglio, in seconda serata: un programma condotto da Pino Strabioli (co-autore con Fabio Masi) che ci farà immergere nel mondo arguto del primo comico donna d'Italia, dritti verso la mezzanotte. «Non amo le celebrazioni: ho lasciato a Pino e ai miei amici la scelta dei materiali di repertorio» ci fa sapere Franca Maria Norsa, che scelse tanti anni fa il nome d'arte di Franca Valeri come omaggio al poeta francese Paul Valery.
Quali sono i personaggi della sua carriera a cui è più legata?
«Li amo tutti. Ma naturalmente era importante che per il mio centenario non mancassero la Signorina Snob, la Cecioni e la Cesira. Sono molto legata anche a Parigi o cara, il film che ho scritto con Vittorio Caprioli, il mio primo marito».
Lei ha sempre considerato il comico un fatto di cervello e non un istinto di natura. Perché?
«La comicità è pensiero, è un lavoro di cervello, è osservazione e scrittura. Quando scrissero di me che ero un Petrolini in gonnella, ne fui davvero felice».
Chi le sarà accanto il 31 luglio?
«Staremo a casa, con mia figlia Stefania, la mia nipotina e pochi amici».
Di questo secolo che lei ha conosciuto - 1920-2020 - cosa salverebbe e cosa invece vorrebbe dimenticare?
«Salverei il 25 aprile. Vorrei dimenticare mio padre seduto al tavolo che legge il giornale e, atterrito, apprende delle leggi razziali. In quanto ebreo, dovette scappare in Svizzera con mio fratello. Io rimasi a Milano con la mamma, e fui costretta ad abbandonare la scuola. Ci sono due cose che non sogno mai: ormai sono sicura di poter tranquillamente contare sulla loro assenza. Non sogno i miei morti. E non sogno neanche la guerra: quel lungo episodio durato cinque anni che ho rimosso il 25 aprile del 1945. Ecco, il 25 aprile».
Chi sono stati i compagni di viaggio più importanti della sua vita?
«Vittorio Caprioli, Vittorio De Sica, Peppino Patroni Griffi, Alberto Sordi: la lista sarebbe lunga. La mia cara amica Adriana Asti, qualche tempo fa, mi fece la stessa domanda. E io, ragionando sul fatto che non c'era più nessuno, le risposi: Mi sento in pericolo».
Quando, giovanissima, fu rifiutata dall'Accademia d'Arte Drammatica, come la prese?
«Non ne feci una tragedia, anzi, portai un testo assurdo, e lì mi dissi: Franca, ma perché invece di imitare un'attrice che recita bene non provi a fare quei personaggi che inventi in casa guardando le amiche di famiglia? Di lì a qualche settimana ero già in scena con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli con il Teatro dei Gobbi, subito dopo alla radio con la Signorina Snob, poi il cinema e la mia prima commedia, Le catacombe ossia le donne confuse».
Nel suo libro autobiografico, Bugiarda no, reticente lei riporta la storia che le raccontava sua madre da bambina: pur avendo ordinato un secondo maschietto, le arriva una femmina, che le offrono a metà prezzo. Come ha vissuto questa rivelazione?
«Benissimo, perché quel racconto non è finito negli appunti di uno psicologo. Inconsapevolmente, avevo inquadrato le qualità di comica dell'assurdo di mia madre, e le avevo messe gelosamente da parte al posto di un inutile complesso».
Cosa ha significato la scrittura per lei?
«La scelta delle parole è certamente una cosa difficile. Io non so fare altro, credo».
Alla morte ha dedicato un'unica riga scritta: «Mi dispiace solo che non rivedrò più i miei amici». Nessuna altra immagine?
«Riuscirà davvero il mondo a fare a meno di me? Io non riesco a immaginarmelo».
 

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