80 anni di Celentano: fede, ecologia e rock

Venerdì 5 Gennaio 2018 di Enzo Gentile
Per i suoi ottant'anni gli auguri e le celebrazioni su carta e video si sprecano: ci sono tutti, tranne lui, che fedele alla regola del silenzio e dell'assenza, si è preso una pausa ulteriore. Adriano Celentano arriva alla boa domani, il giorno dell'Epifania, che tutte le feste, anche la sua, si porta via. In attesa di vedere «Adrian», la serie a cartoni animati in dieci puntate, che il Molleggiato ha curato personalmente, annunciata per primavera su Canale 5, resta da capire quali sorprese saranno riservate ai fan e ai semplici curiosi: c'è chi lo vede sfilare per un mega-omaggio al Sanremo formato Baglioni, magari con un bel superduetto.

Uno che lo ha conosciuto bene, da vicino, fin dai tempi eroici del Clan, è Ricky Gianco, che con lui mantiene buoni rapporti: «I nostri contatti professionali risalgono alla prima metà degli anni 60, quando fui al suo fianco alla fondazione del Clan: è mio il primo singolo dell'etichetta, Vedrai che passerà, numero di codice 24000, in onore al suo hit degli esordi, 24mila baci. Lo ricordo come un periodo molto bello, creativo, divertente, ricco anche di scherzi e di giochi, oltre che di musica. Nel gruppo c'erano Guidone, suo nipote Gino Santercole, Miki del Prete, Don Backy: il Clan resta un'esperienza unica, una specie di battistrada rispetto alle produzioni indipendenti, nata ben prima della Apple beatlesiana. Lo spunto venne suggerito ad Adriano dal celebre Rat Pack d'oltreoceano, con i talenti che ruotavano intorno a Sinatra, a cominciare da Dean Martin e Sammy Davis jr. La nostra fu un'avventura italiana, locale, ma di grandi soddisfazioni».

La vicenda del Clan non fu priva di scossoni e abbandoni, a cominciare proprio da Gianco, che nel 1963 saluta la compagnia e si avvia verso una felice carriera solista: litigi, gelosia, insofferenza verso il capo? «Semplici bisticci dell'età: avevo vent'anni, amavo il rock'n'roll, fin da bambino mi consideravano un ribelle e mal digerivo certi atteggiamenti un po' dispotici di Adriano, cui tutti erano peraltro abituati. Non ci fu l'accordo su un contratto e decisi di non unirmi a tutto il gruppo del Clan che seguiva Celentano sul set del film Super rapina a Milano, dove tra l'altro avrebbe conosciuto Claudia Mori. Forse venne letto come un atto di insubordinazione, ma allora non ci feci molto caso: avevo un sacco di idee, canzoni da scrivere, voglia di suonare, il Clan cominciava a starmi stretto».
 

Da allora partita chiusa? «No, sono felice di essere rimasto tra i pochi a non aver litigato o sparlato di Adriano. Ci siamo sentiti al telefono, di recente, ci siamo visti con affetto in uno studio televisivo e nella camera ardente di Giorgio Gaber. Ai miei occhi rimane una persona geniale, interessata alle cose più inusuali, attento ai dettagli fino ad essere maniacale: come nei movimenti da fare in televisione o sul set, il modo di vestire, o comportarsi in pubblico. Tutto studiato, da gran professionista: come la trovata dei silenzi a Fantastico, che sono sicuro furono ispirati da reali amnesie o vuoti di memoria, trasformati poi in momento di spettacolo. Peccato solo sia stato molto pigro, si sia risparmiato anche troppo dal vivo e i suoi tour siano stati così radi, anche per la paura di volare, che gli ha precluso diversi mercati, difficili da raggiungere. Ai tempi del Clan insistetti per andare a Londra, dove stava succedendo tutto, dai Beatles in giù: sarebbe stato bello vederlo in quella dimensione, ma gli sono bastati i confini nazionali. Poi ha trovato in Claudia la persona ideale, che si prendesse cura di lui, lo lasciasse isolato dal resto del mondo: una protezione totale rispetto all'esterno. Un bene e un male, insieme. E comunque mi auguro gli venga voglia di fare qualcos'altro, perché Adriano è uno che non sbaglia mai le sue mosse».
Dopo sessant'anni di carriera molto si interrogano su quegli aspetti dell'universo celentaniano che hanno accompagnato le sue canzoni: la religiosità, l'ecologia sono ingredienti autentici, veri? «Adriano ha sempre vissuto di passioni e intuizioni», conclude Gianco, «l'idea del Ragazzo della via Gluck era fortissima: in un periodo in cui nessuno si occupava di cementificazione lui fu profetico: così come la fede, magari in certi periodi non l'ha esibita, ma sono sicuro gli appartenga nel profondo e che a modo suo sia un fervente credente».
Chi invece ha sfiorato il mondo di Celentano in epoche successive è Mario Lavezzi, cantautore e produttore che all'epoca della collaborazione di Adriano con Mogol e Gianni Bella aveva anche scritto un paio di pezzi rimasti poi nel cassetto, ma soprattutto ha avuto l'occasione di lavorare con il secondogenito, Giacomo Celentano, di cui battezzò il debutto discografico, «Dentro il bosco», nel 1989: «Era poco più che un ragazzo, intorno ai vent'anni e Caterina Caselli mi chiese di curare il suo disco. Aveva delle qualità, una bella freschezza, ma era timido, impaurito da questo mestiere e con quel nome troppo pesante da sostenere: in certe condizioni destreggiarsi con una famiglia tanto importante non è proprio una cosa semplice...». Chissà se Giacomo sarà al fianco del padre sabato, chissà se ci saranno le sorelle Rosalinda e Rosita. «Chissà se ci sarò io», ci spiazzerebbe Adriano.
© RIPRODUZIONE RISERVATAUltimo aggiornamento: 6 Gennaio, 19:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA