Il disco di Achille Lauro: «Né cattivo maestro né educatore, sono rock»

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di Federico Vacalebre

Invoca Sid Vicious e intitola «1969» il suo nuovo album, senza sapere - ha 28 anni, diamine - che era il titolo di un rockaccio degli Stooges. Glielo dici e lui, che vorrebbe essere Iggy Pop ma assomiglia piuttosto a un Adam Ant versione cacio e pepe, promette di colmare la lacuna. Achille Lauro sta smaltendo gli effetti di Sanremo: «Non immaginavo una botta del genere, ero andato al Festival con la consapevolezza di avere un pezzo che spaccava, ma senza immaginare la portata delle polemiche, la gogna mediatica a cui sarei stato esposto, la visibilità smisurata». «Rolls Royce», ribadisce per l'ennesima volta, non era «un inno alla droga, quando volevo fare versi tossici li ho fatti, ma un inno alla libertà, alla creatività, anche alla trasgressione che negli anni 60 e 70 ha vissuto il suo momento magico». Ecco, allora, quel «1969» sul crinale tra i due decenni rimpianti, in copertina riferimenti alle icone vintage di James Dean, Elvis Presley, Marilyn Monroe e Jimi Hendrix, nel disco altri status symbol come la «Cadillac» a completare il suo pantheon di riferimenti, confuso e felice, tra Baudelaire, Kate Moss e Vasco Rossi: «Vorrei essere come lui, che parla a tutti».
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Venerdì 12 Aprile 2019, 10:30 - Ultimo aggiornamento: 12-04-2019 19:51
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