Addio a Zard, portò il rock in Italia e i Rolling Stones al San Paolo

Domenica 28 Gennaio 2018 di Federico Vacalebre
Addio a Zard, portò il rock in Italia e i Rolling Stones al San Paolo

La morte di David Zard, il manager che portò il rock in Italia, a pochi giorni da quella di Michele Mondella, storico press agent della Rca degli anni d'oro e del miglior cantautorato storico, non chiude semplicemente una stagione, come già dicono mode e classifiche, ma suggerisce una rilettura in controluce di mutamenti sociali, culturali ed economici, nonché politici in senso lato, troppo spesso ignorati nel Belpaese dove la cultura «alta» si sente davvero tale solo se «vola» a distanze siderali dalla vita della gente.

Il fisico da gigante aveva permesso a Zard di resistere, impegnato in un durissimo corpo a corpo con la malattia: aveva subito il trapianto di fegato, l'asportazione di un polmone, era stato da poco operato al cuore all'ospedale Gemelli, dove si è spento ieri. Il 6 gennaio aveva compiuto 75 anni.

Nato a Tripoli, aveva lasciato la Libia nel 1967, scappando dalle persecuzioni contro i cittadini ebrei esplose nella guerra dei 6 giorni. Cosmopolita e poliglotta, aveva trovato nel fronte del palco, allora un lavoro artigianale più che una professione in Italia, la sua strada, inventando letteralmente il settore insieme con Franco Mamone. Ma, rispetto al collega, aveva un carisma che lo trasformò in protagonista quasi quanto i divi di cui si occupava. Nel 1982 portò i Rolling Stones il 17 luglio allo stadio San Paolo, un tour epico, anche per la coincidenza con i mondiali vinti dall'Italia e per la maglietta di Paolo Rossi sfoggiata da Mick Jagger a Torino come a Napoli. Aveva la fiducia di Bill Graham, manager dei Grateful Dead, e di gran parte della controcultura californiana, che gli aveva regalato una maglietta con scritto «I'm the Bill Graham of Italy» e ne indossava una che, invece, recitava: «I'm the David Zard of San Francisco».

«Fu Bill a convincere molte rockstar a venire in Italia, in tanti avevano ancora paura delle contestazioni, degli autoriduttori, Lou Reed e altri erano tornati a casa raccontando corna e peste del nostro pubblico, della sua politicizzazione e della scarsa professionalità dell'organizzazione», ricordava Zard, che, tra l'altro, provò sempre a non tagliar fuori il Mezzogiorno dal giro dei grandi concerti: ci riuscì, e fu un evento, con le Pietre Rotolanti, ma ci era già riuscito, e a molti di noi sembrò un miracolo, già il 29 luglio 1980 quando arrivò al San Paolo la seconda edizione della «Carovana del Mediterraneo», con Angelo Branduardi c'erano Stephen Stills, Graham Nash e Richie Havens.

Poi vennero Madonna e Michael Jackson, i Duran Duran e gli Spandau Ballet, oltre a Bob Dylan, di cui era amico personale («Gli piaceva il cous cous che preparava mia madre»). Gli piaceva il rapporto diretto con il pubblico, non solo con gli artisti, non lavorava chiuso in ufficio o dietro le quinte. Quando la pressione del pubblico sul prato rischiava di diventare pericolosa per le prime file a ridosso delle transenne, lui saliva sul palco e intimava: «Tre passi indietro, fate tre passi indietro ... altrimenti la musica non comincia». Quante volte glielo abbiamo sentito dire allo stadio Simonetta Lamberti di Cava de' Tirreni, al Palapartenope, ma anche al Mario Argento, il palasport napoletano di cui oggi sono rimasti moncherini che gridano allo scandalo.
 
Uomo degli anni Settanta, aveva compreso il mood sonoro e divistico degli Eighties, ma anche che il panorama stava cambiando ancor più drasticamente negli anni Novanta, che quella che era stata la cultura rock non avrebbe egemonizzato a lungo uno showbusiness sempre più professionale e meno romantico, più familiare e meno giovanilista. Decise di diventare produttore, di allargare il suo sguardo ad altre forme di spettacolo, lavorando con il Cirque du Soleil, ma soprattutto, «all'opera moderna italiana, il nuovo melodramma», come definiva la scommessa di «Notre dame de Paris». Riccardo Cocciante misei in musica il lavoro di Luc Plamondon ispirato a Victor Hugo, poi Pasquale Panella ne firmò il libretto italiano: il successo fu straordinario e planetario, spingendolo a continuare su questo fronte, con risultati alterni: «Dracula» e «Tosca - Amore disperato» di Lucio Dalla non brillarono, il progetto di Gianna Nannini su Pia de' Tolomei naufragò, come anche quello di Cocciante sul «Piccolo principe», ma l'uomo di «Bella senz'anima» gli regalò un altro trionfo di incassi, quel «Romeo e Giulietta - Ama e cambia il mondo» il cui nuovo tour partirà - c'è il figlio Clemente a tirarne le fila - il 14 febbraio, giorno di San Valentino, per approdare a Napoli, Palapartenope, dal 12 al 15 aprile.

Gianna Nannini lo saluta come «un poeta dello spettacolo»: «Ha lavorato con me da sempre. Io, conoscendolo bene, ho capito quanto affidarmi a lui avrebbe avuto un valore per la storia della musica italiana. David ha sempre creduto nello spettacolo come forma di amore, scambio delle culture. Si, è vero, ha portato in Italia dei grandi a cominciare da Elton John, Michael Jackson, i Pink Floyd, i Rolling Stones, ma la sua grandezza l'ha fatta credendo nella musica italiana e mediterranea a cominciare da Branduardi per andare al Banco del Mutuo Soccorso, Baglioni e a me. Ha scommesso, da solo, sull'importanza del melodramma italiano e ha inventato l'opera contemporanea non musical, ripeteva. Anche se non siamo riusciti a portarlo in scena è stato bello progettare con lui uno spettacolo su Pia de' Tolomei, fare un grande lavoro di ricerca e sperimentazione: David conosceva bene l'ottava rima toscana e l'importanza di continuare in chiave pop rock le tradizioni popolari».
 

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