Da Alessio Arena a Gnut, l'onda lunga del cantautorato newpolitano

Giovedì 14 Aprile 2016 di Federico Vacalebre
Alessio Arena

Da un lato c’è l’onda lunga, non ancora travolgente, della canzone d’autore newpolitana, finalmente consapevole che, nell’attesa della stella che squarci il buio della nottata, l’unione fa la forza e anche l’attenzione dei mass media. Dall’altro c’è il miglior cantautore partenopeo della generazione dei trentenni o poco più che il suo nuovo, delizioso, disco, l’ha fatto uscire solo in Spagna, dopo aver visto frustrato il tentativo di tenere due piedi in una scarpa, scrivendo e cantando anche in napoletano, italiano, oltre che in spagnolo. Niente da fare, nonostante un’overdose di dichiarazioni di stima e la vittoria a Area Sanremo, il concorso che manda due giovani all’Ariston: Mahmood e Miele sono stati preferiti ad Alessio Arena ed alla sua «Lorenzo», perla feroce che racconta la storia di un ragazzo gay che sogna di scappare dall’Italia alla ricerca di una vita più leggera e normale.

«Lorenzo», inedita da noi nonostante avesse conquistato anche Mogol, è una delle chicche di «La secreta danza», album in cui Alessio conferma il suo talento capace di tenere insieme l’appocundria di Pino Daniele con quella del flamenco, cerca un falsetto ed un duende che si tingono di tropicalismo nel guardare alla lezione dei neotrovadori Milanes e Rodriguez, canta «Dostoyevsky» in duetto con il maestro Amancio Prada. Già perché facendo base a Barcellona Arena, che è figlio di Gianni Lamagna della Nccp ed ha vinto da noi concorsi di canzone come di letteratura, non ha faticato a trovare spazio, credito, mentori e complici (come El Kanka): il cd l’ha presentato al festival «Barnasants», il più importante per la canzone d’autore, tanto per capirci.

 


Nel disco storie minime e melodie piccole si aprono per diventare emozioni universali e ritmi capaci di parlare al corpo mentre le parole dicono alla mente ed al cuore. Le storie d’amore si alternano a quelle letterarie, che poi sono anche quelle storie d’amore per Alessio, che ha già messo in musica la sua passione per Genet ed è in arrivo a Napoli per consegnare all’editore il suo nuovo romanzo, su Gilda Mignonette dopo quello napo-tamil, e presentare dal vivo queste nuove canzoni, in cui qualche parola in italiano, e in napoletano, l’ha ficcata lo stesso: il 25 sarà al Dago Red di Sant’Arsenio (Sa), il 26 al Ridotto del Bellini per una serata «Be quiet», pregiata rassegna di nuovi cantautori, e la sera dopo al Nuovo Teatro Sanità.

Tra i protagonisti di «Be quiet», tra i promotori dell’«Antologia newpolitana» del lunedì sera al Pozzo e Pendolo, tra la confraternità alcolica che Daniele Sepe ha radunato per incidere «Capitan Capitone e i Fratelli della Costa», il suo nuovo album che valorizza al meglio la nuova scena cantautorale cittadina, c’è anche Gnut, all’anagrafe Claudio Domestico. E «Domestico» è anche il titolo del suo ep appena uscito per la Full Heads: sette canzoni tenere e folk, luminose, frutto di un periodo esistenziale finalmente sereno. Capace di rileggere Pino Daniele come lo farebbe un Nick Drake, come di tradurre i Nirvana in napoletano, Gnut si fa intimista in «Lo spazzolino» o «Se cucini tu», virando verso un pop aggraziato dopo l’allegria etilica dell’esperienza Tarall&Wine divisa con Dario Sansone dei Foja.

E Dario, come la sua band, è al centro di tante storie: ha portato Gnut nella colonna sonora di «L’arte della felicità», nella confraternita dello spritz del pirata Sepe in cui Claudio firma «L’ammore overo» con Alessio Sollo, altro nome da tenere d’occhio, come quello di Nelson, di Flo e dei tanti altri coinvolti nell’operazione, ma anche quelli di Tommaso Primo, Giglio, Fede’n’Marlen, per non dire di Giovanni Truppi che il 30 aprile si esibirà alla Galleria Toledo con un pianoforte... fatto a pezzi in modo da essere più facilmente trasportabile. E ora i Foja potrebbero sbarcare al San Carlo: li vuole Dragone per il Napoli Teatro Festival Italia, immaginando il suo tocco registico alle prese con il loro newpolitan power.

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